Holy Mass and Rite of Episcopal Ordination

Holy Mass and Rite of Episcopal Ordination

Cari fratelli e sorelle!

Saluto con affetto questi cinque Fratelli Presbiteri che tra poco riceveranno l’Ordinazione Episcopale: Mons. Savio Hon Tai-Fai, Mons. Marcello Bartolucci, Mons. Celso Morga Iruzubieta, Mons. Antonio Guido Filipazzi e Mons. Edgar Peña Parra. Desidero esprimere loro la gratitudine mia e della Chiesa per il servizio svolto fino ad ora con generosità e dedizione e formulare l’invito ad accompagnarli con la preghiera nel ministero a cui sono chiamati nella Curia Romana e nelle Rappresentanze Pontificie come Successori degli Apostoli, perché siano sempre illuminati e guidati dallo Spirito Santo nella messe del Signore.

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2). Questa parola dal Vangelo della Messa di oggi ci tocca particolarmente da vicino in quest’ora. È l’ora della missione: il Signore manda voi, cari amici, nella sua messe. Dovete cooperare in quell’incarico di cui parla il profeta Isaia nella prima lettura: «Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1). È questo il lavoro per la messe nel campo di Dio, nel campo della storia umana: portare agli uomini la luce della verità, liberarli dalla povertà di verità, che è la vera tristezza e la vera povertà dell’uomo. Portare loro il lieto annuncio che non è soltanto parola, ma evento: Dio, Lui stesso, è venuto, da noi. Egli ci prende per mano, ci trae verso l’alto, verso se stesso, e così il cuore spezzato viene risanato. Ringraziamo il Signore perché manda operai nella messe della storia del mondo. Ringraziamo perché manda voi, perché avete detto di sì e perché in quest’ora pronuncerete nuovamente il vostro «sì» all’essere operai del Signore per gli uomini.

«La messe è abbondante» – anche oggi, proprio oggi. Anche se può sembrare che grandi parti del mondo moderno, degli uomini di oggi, volgano le spalle a Dio e ritengano la fede una cosa del passato – esiste tuttavia l’anelito che finalmente vengano stabiliti la giustizia, l’amore, la pace, che povertà e sofferenza vengano superate, che gli uomini trovino la gioia. Tutto questo anelito è presente nel mondo di oggi, l’anelito verso ciò che è grande, verso ciò che è buono. È la nostalgia del Redentore, di Dio stesso, anche lì dove Egli viene negato. Proprio in quest’ora il lavoro nel campo di Dio è particolarmente urgente e proprio in quest’ora sentiamo in modo particolarmente doloroso la verità della parola di Gesù: «Sono pochi gli operai». Al tempo stesso il Signore ci lascia capire che non possiamo essere semplicemente noi da soli a mandare operai nella sua messe; che non è una questione di management, della nostra propria capacità organizzativa. Gli operai per il campo della sua messe li può mandare solo Dio stesso. Ma Egli li vuole mandare attraverso la porta della nostra preghiera. Noi possiamo cooperare per la venuta degli operai, ma possiamo farlo solo cooperando con Dio. Così quest’ora del ringraziamento per il realizzarsi di un invio in missione è, in modo particolare, anche l’ora della preghiera: Signore, manda operai nella tua messe! Apri i cuori alla tua chiamata! Non permettere che la nostra supplica sia vana!

La liturgia della giornata odierna ci dà quindi due definizioni della vostra missione di Vescovi, di sacerdoti di Gesù Cristo: essere operai nella messe della storia del mondo con il compito di risanare aprendo le porte del mondo alla signoria di Dio, affinché la volontà di Dio sia fatta sulla terra come in cielo. E poi il nostro ministero viene descritto quale cooperazione alla missione di Gesù Cristo, quale partecipazione al dono dello Spirito Santo, dato a Lui in quanto Messia, il Figlio unto da Dio. La Lettera agli Ebrei – la seconda lettura – completa ancora questo a partire dall’immagine del sommo sacerdote Melchìsedek, che è un rinvio misterioso a Cristo, il vero Sommo Sacerdote, il Re di pace e di giustizia.

Ma vorrei anche dire qualcosa su come questo grande compito sia da svolgere nella pratica – su che cosa esiga concretamente da noi. Per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, le Comunità cristiane di Gerusalemme avevano scelto quest’anno le parole degli Atti degli Apostoli, in cui san Luca vuole illustrare in modo normativo quali sono gli elementi fondamentali dell’esistenza cristiana nella comunione della Chiesa di Gesù Cristo. Si esprime così: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42). In questi quattro elementi portanti dell’essere della Chiesa è descritto al contempo anche il compito essenziale dei suoi Pastori. Tutti e quattro gli elementi sono tenuti insieme mediante l’espressione «erano perseveranti» – «erant perseverantes«: la Bibbia latina traduce così l’espressione greca BD@F6″DJ,DXT: la perseveranza, l’assiduità, appartiene all’essenza dell’essere cristiani ed è fondamentale per il compito dei Pastori, degli operai nella messe del Signore. Il Pastore non deve essere una canna di palude che si piega secondo il soffio del vento, un servo dello spirito del tempo. L’essere intrepido, il coraggio di opporsi alle correnti del momento appartiene in modo essenziale al compito del Pastore. Non deve essere una canna di palude, bensì – secondo l’immagine del Salmo primo – deve essere come un albero che ha radici profonde nelle quali sta saldo e ben fondato. Ciò non ha niente a che fare con la rigidità o l’inflessibilità. Solo dove c’è stabilità c’è anche crescita. Il cardinale Newman, il cui cammino fu marcato da tre conversioni, dice che vivere è trasformarsi. Ma le sue tre conversioni e le trasformazioni in esse avvenute sono tuttavia un unico cammino coerente: il cammino dell’obbedienza verso la verità, verso Dio; il cammino della vera continuità che proprio così fa progredire.

«Perseverare nell’insegnamento degli Apostoli» – la fede ha un contenuto concreto. Non è una spiritualità indeterminata, una sensazione indefinibile per la trascendenza. Dio ha agito e proprio Lui ha parlato. Ha realmente fatto qualcosa e ha realmente detto qualcosa. Certamente, la fede è, in primo luogo, un affidarsi a Dio, un rapporto vivo con Lui. Ma il Dio al quale ci affidiamo ha un volto e ci ha donato la sua Parola. Possiamo contare sulla stabilità della sua Parola. La Chiesa antica ha riassunto il nucleo essenziale dell’insegnamento degli Apostoli nella cosiddetta Regula fidei, che, in sostanza, è identica alle Professioni di Fede. È questo il fondamento attendibile, sul quale noi cristiani ci basiamo anche oggi. È la base sicura sulla quale possiamo costruire la casa della nostra fede, della nostra vita (cfr Mt 7,24ss). E di nuovo, la stabilità e la definitività di ciò che crediamo non significano rigidità. Giovanni della Croce ha paragonato il mondo della fede ad una miniera in cui scopriamo sempre nuovi tesori – tesori nei quali si sviluppa l’unica fede, la professione del Dio che si manifesta in Cristo. Come Pastori della Chiesa viviamo di questa fede e così possiamo anche annunciarla come il lieto messaggio che ci rende sicuri dell’amore di Dio e dell’essere noi amati da Lui.

Il secondo pilastro dell’esistenza ecclesiale, san Luca lo chiama 6@4<T<\»communio. Dopo il Concilio Vaticano II, questo termine è diventato una parola centrale della teologia e dell’annuncio, perché in esso, di fatto, si esprimono tutte le dimensioni dell’essere cristiani e della vita ecclesiale. Che cosa Luca voglia precisamente esprimere con tale parola in questo testo, non lo sappiamo. Possiamo quindi tranquillamente comprenderla in base al contesto globale del Nuovo Testamento e della Tradizione apostolica. Una prima grande definizione di communio l’ha data san Giovanni all’inizio della sua Prima Lettera: Quello che abbiamo veduto e udito, quello che le nostre mani hanno toccato, noi lo annunciamo a voi, perché anche voi abbiate communio con noi. E la nostra communio è comunione con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo (cfr 1Gv 1,1-4). Dio si è reso per noi visibile e toccabile e così ha creato una reale comunione con Lui stesso. Entriamo in tale comunione attraverso il credere e il vivere insieme con coloro che Lo hanno toccato. Con loro e tramite loro, noi stessi in certo qual modo Lo vediamo, e tocchiamo il Dio fattosi vicino. Così la dimensione orizzontale e quella verticale sono qui inscindibilmente intrecciate l’una con l’altra. Con lo stare in comunione con gli Apostoli, con lo stare nella loro fede, noi stessi stiamo in contatto con il Dio vivente. Cari amici, a tale scopo serve il ministero dei Vescovi: che questa catena della comunione non si interrompa. È questa l’essenza della Successione apostolica: conservare la comunione con coloro che hanno incontrato il Signore in modo visibile e tangibile e così tenere aperto il Cielo, la presenza di Dio in mezzo a noi. Solo mediante la comunione con i Successori degli Apostoli siamo anche in contatto con il Dio incarnato. Ma vale anche l’inverso: solo grazie alla comunione con Dio, solo grazie alla comunione con Gesù Cristo questa catena dei testimoni rimane unita. Vescovi non si è mai da soli, ci dice il Vaticano II, ma sempre soltanto nel collegio dei Vescovi. Questo, poi, non può rinchiudersi nel tempo della propria generazione. Alla collegialità appartiene l’intreccio di tutte le generazioni, la Chiesa vivente di tutti i tempi. Voi, cari Confratelli, avete la missione di conservare questa comunione cattolica. Sapete che il Signore ha incaricato san Pietro e i suoi successori di essere il centro di tale comunione, i garanti dello stare nella totalità della comunione apostolica e della sua fede. Offrite il vostro aiuto perché rimanga viva la gioia per la grande unità della Chiesa, per la comunione di tutti i luoghi e i tempi, per la comunione della fede che abbraccia il cielo e la terra. Vivete la communio, e vivete con il cuore, giorno per giorno, il suo centro più profondo in quel momento sacro, in cui il Signore stesso si dona nella santa Comunione.

Con ciò siamo già giunti al successivo elemento fondamentale dell’esistenza ecclesiale, menzionato da san Luca: lo spezzare il pane. Lo sguardo dell’Evangelista, a questo punto, torna indietro ai discepoli di Emmaus, che riconobbero il Signore dal gesto dello spezzare il pane. E da lì, lo sguardo torna ancora più indietro all’ora dell’Ultima Cena, in cui Gesù, nello spezzare il pane, distribuì se stesso, si fece pane per noi ed anticipò la sua morte e la sua risurrezione. Spezzare il pane – la santa Eucaristia è il centro della Chiesa e deve essere il centro del nostro essere cristiani e della nostra vita sacerdotale. Il Signore si dona a noi. Il Risorto entra nel mio intimo e vuole trasformarmi per farmi entrare in una profonda comunione con Lui. Così mi apre anche a tutti gli altri: noi, i molti, siamo un solo pane e un solo corpo, dice san Paolo (cfr 1Cor 10,17). Cerchiamo di celebrare l’Eucaristia con una dedizione, un fervore sempre più profondo, cerchiamo di impostare i nostri giorni secondo la sua misura, cerchiamo di lasciarci plasmare da essa. Spezzare il pane – con ciò è espresso insieme anche il condividere, il trasmettere il nostro amore agli altri. La dimensione sociale, il condividere non è un’appendice morale che s’aggiunge all’Eucaristia, ma è parte di essa. Ciò risulta chiaramente proprio dal versetto che negli Atti degli Apostoli segue a quello citato poc’anzi: «Tutti i credenti … avevano ogni cosa in comune», dice Luca (2,44). Stiamo attenti che la fede si esprima sempre nell’amore e nella giustizia degli uni verso gli altri e che la nostra prassi sociale sia ispirata dalla fede; che la fede sia vissuta nell’amore.

Come ultimo pilastro dell’esistenza ecclesiale, Luca menziona «le preghiere». Egli parla al plurale: preghiere. Che cosa vuol dire con questo? Probabilmente pensa alla partecipazione della prima Comunità di Gerusalemme alle preghiere nel tempio, agli ordinamenti comuni della preghiera. Così si mette in luce una cosa importante. La preghiera, da una parte, deve essere molto personale, un unirmi nel più profondo a Dio. Deve essere la mia lotta con Lui, la mia ricerca di Lui, il mio ringraziamento per Lui e la mia gioia in Lui. Tuttavia, non è mai soltanto una cosa privata del mio «io» individuale, che non riguarda gli altri. Pregare è essenzialmente anche sempre un pregare nel «noi» dei figli di Dio. Solo in questo «noi» siamo figli del nostro Padre, che il Signore ci ha insegnato a pregare. Solo questo «noi» ci apre l’accesso al Padre. Da una parte, la nostra preghiera deve diventare sempre più personale, toccare e penetrare sempre più profondamente il nucleo del nostro «io». Dall’altra, deve sempre nutrirsi della comunione degli oranti, dell’unità del Corpo di Cristo, per plasmarmi veramente a partire dall’amore di Dio. Così il pregare, in ultima analisi, non è un’attività tra le altre, un certo angolo del mio tempo. Pregare è la risposta all’imperativo che sta all’inizio del Canone nella Celebrazione eucaristica: Sursum corda – in alto i cuori! È l’ascendere della mia esistenza verso l’altezza di Dio. In san Gregorio Magno si trova una bella parola al riguardo. Egli ricorda che Gesù chiama Giovanni Battista una «lampada che arde e risplende» (Gv 5,35) e continua: «ardente per il desiderio celeste, risplendente per la parola. Quindi, affinché sia conservata la veridicità dell’annuncio, deve essere conservata l’altezza della vita» (Hom. in Ez. 1,11,7 CCL 142, 134). L’altezza, la misura alta della vita, che proprio oggi è così essenziale per la testimonianza in favore di Gesù Cristo, la possiamo trovare solo se nella preghiera ci lasciamo continuamente tirare da Lui verso la sua altezza.

Duc in altum (Lc 5,4) – Prendi il largo e gettate le reti per la pesca. Questo disse Gesù a Pietro e ai suoi compagni quando li chiamò a diventare «pescatori di uomini». Duc in altum – Papa Giovanni Paolo II, nei suoi ultimi anni, ha ripreso con forza questa parola e l’ha proclamata a voce alta ai discepoli del Signore di oggi. Duc in altum – dice il Signore in quest’ora a voi, cari amici. Siete stati chiamati per incarichi che riguardano la Chiesa universale. Siete chiamati a gettare la rete del Vangelo nel mare agitato di questo tempo per ottenere l’adesione degli uomini a Cristo; per tirarli fuori, per così dire, dalle acque saline della morte e dal buio nel quale la luce del cielo non penetra. Dovete portarli sulla terra della vita, nella comunione con Gesù Cristo.

In un passo del primo libro della sua opera sulla Santissima Trinità, sant’Ilario di Poitiers prorompe improvvisamente in una preghiera: Per questo prego «affinché Tu gonfi le vele dispiegate della nostra fede e della nostra professione con il soffio del Tuo Spirito e mi spinga avanti nella traversata del mio annuncio» (I 37 CCL 62, 35s). Sì, per questo preghiamo in quest’ora per voi, cari amici. Dispiegate quindi le vele delle vostre anime, le vele della fede, della speranza, dell’amore, affinché lo Spirito Santo possa gonfiarle e concedervi un viaggio benedetto come pescatori di uomini nell’oceano del nostro tempo. Amen.

[00178-01.01]

TESTO IN LINGUA TEDESCA

Liebe Brüder und Schwestern!

Herzlich begrüße ich diese fünf Mitbrüder im priesterlichen Dienst, die gleich die Bischofsweihe empfangen werden: Msgr. Savio Hon Tai-Fai, Msgr. Marcello Bartolucci, Msgr. Celso Morga Iruzubieta, Msgr. Antonio Guido Filipazzi und Msgr. Edgar Peña Parra. Für den Dienst, den sie bis jetzt mit Großherzigkeit und Hingabe geleistet haben, möchte ich ihnen meinen persönlichen Dank und den der Kirche ausdrücken und alle einladen, sie in dem Amt, zu dem sie in der Römischen Kurie und in den Päpstlichen Vertretungen als Nachfolger der Apostel berufen sind, mit dem Gebet zu begleiten, damit sie im Erntefeld des Herrn immer vom Heiligen Geist erleuchtet und geführt sind.

„Die Ernte ist groß, aber der Arbeiter sind wenige. Bittet also den Herrn der Ernte, Arbeiter in seine Ernte zu senden» (Lk 10,2). Dieses Wort aus dem Evangelium der heutigen Messe berührt uns in dieser Stunde besonders nahe. Es ist Stunde der Aussendung: Euch, liebe Freunde, schickt der Herr in seine Ernte. Ihr sollt mitwirken an dem Auftrag, von dem der Prophet Jesaja in der ersten Lesung spricht: „Der Herr hat mich gesandt, den Armen frohe Botschaft zu bringen und alle zu heilen, deren Herz zerbrochen ist» (Jes 61,1). Dies ist die Erntearbeit auf Gottes Ackerfeld, auf dem Feld der menschlichen Geschichte: Den Menschen das Licht der Wahrheit zu bringen, sie aus der Armut an Wahrheit zu erlösen, die die eigentliche Traurigkeit und die eigentliche Armut des Menschen ist. Ihnen die frohe Botschaft zu bringen, die nicht nur Wort ist, sondern Ereignis: Gott ist selbst zu uns gekommen. Er nimmt uns an der Hand, er zieht uns zu sich selbst hinauf, und so wird das zerbrochene Herz geheilt. Wir danken dem Herrn, daß er Arbeiter sendet in die Ernte der Weltgeschichte. Wir danken, daß er Euch sendet, daß Ihr Ja gesagt habt und in dieser Stunde von neuem Euer Ja dazu aussprecht, Arbeiter des Herrn für die Menschen zu sein.

„Die Ernte ist groß» – auch heute, gerade heute. Auch wenn es scheinen mag, daß große Teile der modernen Welt, der Menschen von heute sich von Gott abwenden, Glaube als Sache der Vergangenheit ansehen – die Sehnsucht ist da, daß endlich Gerechtigkeit, Liebe, Friede werde, daß die Armut überwunden werde und das Leid, daß die Menschen die Freude finden. All diese Sehnsucht ist in der Welt von heute gegenwärtig, die Sehnsucht nach dem Großen und nach dem Guten. Es ist Sehnsucht nach dem Erlöser, nach Gott selbst, auch wo er geleugnet wird. Gerade in dieser Stunde ist die Arbeit auf Gottes Ackerfeld besonders dringlich, und gerade in dieser Stunde empfinden wir die Wahrheit von Jesu Wort besonders schmerzlich: „Der Arbeiter sind wenige.» Zugleich läßt der Herr uns wissen, daß wir nicht einfach selber Arbeiter in seine Ernte bestellen können. Daß dies nicht eine Frage des Managements, unserer eigenen Organisationsfähigkeit ist. Die Arbeiter für sein Erntefeld kann nur Gott selbst schicken. Aber er will sie senden durch die Pforte unseres Gebetes hindurch. Wir können mitwirken am Kommen der Arbeiter, aber wir können es nur im Mitwirken mit Gott. Diese Stunde des Dankes für geschehene Sendung ist so in besonderer Weise auch Stunde des Bittens: Herr, sende Arbeiter in deine Ernte! Öffne die Herzen für deinen Ruf! Laß unser Bitten nicht vergeblich sein!

Die Liturgie des heutigen Tages gibt uns so zwei Definitionen Eures Auftrags als Bischöfe, als Priester Jesu Christi: Arbeiter auf dem Erntefeld der Weltgeschichte zu sein mit dem Auftrag zu heilen durch das Öffnen der Türen der Welt für Gottes Herrschaft; dafür, daß Gottes Wille geschehe auf Erden wie im Himmel. Und dann wird unser Dienst beschrieben als Mitwirkung an der Sendung Jesu Christi, als Beteiligung an der Gabe des Heiligen Geistes, die ihm als Messias, dem von Gott gesalbten Sohn geschenkt ist. Der Hebräer-Brief – die zweite Lesung – ergänzt dies noch vom Bild des Hohenpriesters Melchisedek her, der ein geheimnisvoller Verweis auf Christus ist, den wahren Hohenpriester, den König des Friedens und der Gerechtigkeit.

Aber ich möchte doch auch etwas dazu sagen, wie dieser große Auftrag praktisch einzulösen ist – was er konkret von uns verlangt. Für die Gebetswoche um die Einheit der Christen hatten dieses Jahr die christlichen Gemeinden von Jerusalem die Worte aus der Apostelgeschichte gewählt, in denen der heilige Lukas normativ darstellen will, was die Grundelemente der christlichen Existenz in der Gemeinschaft der Kirche Jesu Christi sind. Er sagt so: „Sie hielten an der Lehre der Apostel fest und an der Gemeinschaft, am Brotbrechen und an den Gebeten» (Apg 2,42). In diesen vier tragenden Elementen des Kirche-Seins wird zugleich auch der wesentliche Auftrag ihrer Hirten beschrieben. Alle vier Elemente sind zusammengehalten durch das Wort „festhalten» – „erant perseverantes«, übersetzt die lateinische Bibel den griechischen Ausdruck BD@F6″DJ,DXT: die Beständigkeit, die Beharrlichkeit gehört zum Wesen des Christseins, und sie ist grundlegend für den Auftrag der Hirten, der Arbeiter im Erntefeld des Herrn. Der Hirte darf kein Schilfrohr sein, das sich mit dem Winde dreht, kein Diener des Zeitgeistes. Die Unerschrockenheit, der Mut zum Widerspruch gegen die Strömungen des Augenblicks gehört wesentlich zum Auftrag des Hirten. Nicht Schilfrohr darf er sein, sondern – nach dem Bild des ersten Psalms – wie ein Baum, der tiefe Wurzeln hat und darauf festgegründet steht. Das hat nichts mit Starrheit oder Unbeweglichkeit zu tun. Nur wo Beständigkeit ist, ist auch Wachstum. Kardinal Newman, zu dessen Weg drei Bekehrungen gehören, spricht davon, daß Leben Sich-Wandeln ist. Aber seine drei Bekehrungen und die darin geschehenen Wandlungen sind doch ein einziger, zusammenhängender Weg: der Weg des Gehorsams gegen die Wahrheit, gegen Gott; der Weg der wahren Beständigkeit, der gerade so vorwärts führt.

„Verharren in der Lehre der Apostel» – der Glaube hat einen konkreten Inhalt. Er ist nicht eine unbestimmte Spiritualität, ein unnennbares Gefühl für Transzendenz. Gott hat gehandelt, und er hat gesprochen. Er hat wirklich etwas getan und wirklich etwas gesagt. Glaube ist gewiß zuallererst Sich-Anvertrauen an Gott, eine lebendige Beziehung zu ihm. Aber der Gott, dem wir uns anvertrauen, hat ein Gesicht und hat uns sein Wort geschenkt. Auf die Beständigkeit seines Wortes dürfen wir uns verlassen. Die frühe Kirche hat den wesentlichen Kern der Lehre der Apostel in der sogenannten Glaubensregel zusammengefaßt, die im wesentlichen mit den Glaubensbekenntnissen identisch ist. Dies ist das verläßliche Fundament, auf dem wir Christen auch heute stehen. Es ist der sichere Grund, auf dem wir das Haus unseres Glaubens und unseres Lebens bauen können (vgl. Mt 7, 24ff). Wiederum bedeutet die Festigkeit und die Endgültigkeit dessen, was wir glauben, keine Starrheit. Johannes vom Kreuz hat die Welt des Glaubens mit einem Bergwerk verglichen, in dem wir auf immer neue Schätze stoßen – Schätze, in denen der eine Glaube, das Bekenntnis zu dem in Christus offenbaren Gott, sich entfaltet. Als Hirten der Kirche leben wir aus diesem Glauben, und so können wir ihn auch verkündigen als die frohe Botschaft, die uns der Liebe Gottes und unseres Geliebtseins von ihm gewiß werden läßt.

Die zweite Säule kirchlicher Existenz nennt der heilige Lukas 6@4<T<\» -communio. Nach dem II. Vaticanum ist dies ein Herzwort der Theologie und der Verkündigung geworden, weil in der Tat sich darin alle Dimensionen des Christseins und des kirchlichen Lebens ausdrücken. Was Lukas an dieser Stelle genau mit diesem Wort aussagen will, wissen wir nicht. So dürfen wir es ruhig aus dem Gesamtzusammenhang des Neuen Testaments und der apostolischen Überlieferung heraus verstehen. Eine erste große Definition von Communio hat der heilige Johannes zu Beginn seines ersten Briefes gegeben: Was wir gesehen und gehört, was unsere Hände berührt haben, das verkünden wir euch, damit auch ihr Communio habt mit uns, und unsere Communio ist Gemeinschaft mit dem Vater und seinem Sohn Jesus Christus (vgl. 1Joh 1,1-4). Gott hat sich anschaubar und berührbar gemacht für uns und so wirkliche Gemeinschaft mit ihm selbst gestiftet. In diese Gemeinschaft treten wir hinein durch das Mitglauben und Mitleben mit denen, die ihn angerührt haben. Mit ihnen und durch sie sehen wir ihn gleichsam selbst und berühren den nahe gewordenen Gott. So sind hier die horizontale und die vertikale Dimension untrennbar miteinander verflochten. Durch das Stehen in der Gemeinschaft der Apostel, durch das Stehen in ihrem Glauben stehen wir selbst in der Berührung mit dem lebendigen Gott. Liebe Freunde: Dazu ist der Dienst der Bischöfe da, daß diese Kette der Gemeinschaft nicht abreißt. Dies ist das Wesen der apostolischen Nachfolge: die Gemeinschaft mit denen festzuhalten, denen der Herr sichtbar und berührbar begegnet ist und so den Himmel offen zu halten, die Gegenwart Gottes unter uns. Nur im Miteinander mit den Nachfolgern der Apostel stehen wir auch in Berührung mit dem fleischgewordenen Gott. Aber auch umgekehrt gilt: Nur durch die Gemeinschaft mit Gott, nur durch die Gemeinschaft mit Jesus Christus hält die Kette der Zeugen zusammen. Bischof ist man nie allein, sagt uns das Vaticanum II, sondern immer nur im Kollegium der Bischöfe. Dieses wiederum kann sich nicht in die Zeit der eigenen Generation verschließen. Zur Kollegialität gehört das Ineinandergefügtsein aller Generationen, die lebendige Kirche aller Zeiten. Ihr, liebe Mitbrüder, seid dazu gesandt, diese katholische Gemeinschaft zu erhalten. Ihr wißt, daß der Herr den heiligen Petrus und seine Nachfolger dazu bestellt hat, Mitte dieser Gemeinschaft zu sein, Gewähr für das Stehen im Ganzen der apostolischen Gemeinschaft und ihres Glaubens. Helft dazu, daß die Freude an der großen Einheit der Kirche, an der Gemeinschaft aller Orte und Zeiten, an der Himmel und Erde umspannenden Gemeinschaft des Glaubens lebendig bleibt. Lebt die Communio, und lebt ihre innerste Mitte von Herzen Tag um Tag in jenem heiligen Augenblick, in dem der Herr sich selbst in der Kommunion schenkt.

Damit sind wir schon bei dem nächsten Grundelement kirchlicher Existenz angelangt, das der heilige Lukas nennt: beim Brotbrechen. Der Blick des Evangelisten geht an dieser Stelle zurück zu den Jüngern von Emmaus, die an der Gebärde des Brotbrechens den Herrn erkannten. Und von da aus geht der Blick weiter zurück zur Stunde des Letzten Abendmahls, in der Jesus im Brotbrechen sich selbst austeilte, sich zum Brot für uns machte und seinen Tod und seine Auferstehung vorwegnahm. Brotbrechen – die heilige Eucharistie ist die Mitte der Kirche und muß die Mitte unseres Christseins und unseres priesterlichen Lebens sein. Der Herr schenkt sich uns. Der Auferstandene tritt in mein Inneres herein und will mich hineinverwandeln in die Gemeinschaft mit ihm. So öffnet er mich auch für alle anderen: Ein Brot und ein Leib sind wir, die vielen, sagt der heilige Paulus (vgl. 1Kor 10,17). Versuchen wir, die heilige Eucharistie mit immer tieferer Hingebung zu feiern, unsere Tage unter ihr Maß zu stellen, uns von ihr formen zu lassen. Brotbrechen – damit ist das Teilen, das Weitergeben unserer Liebe an die anderen mitausgesagt. Das Soziale, das Teilen ist nicht ein moralischer Anhang an die Eucharistie, sondern gehört zu ihr selbst. Das wird gerade aus dem Vers deutlich, der in der Apostelgeschichte dem vorhin zitierten folgt: „Alle Gläubigen hatten alles gemeinsam», sagt Lukas da (Apg 2,44). Achten wir darauf, daß der Glaube sich immer in Liebe und Gerechtigkeit füreinander ausdrückt und daß unsere soziale Praxis vom Glauben inspiriert ist, daß der Glaube in der Liebe gelebt wird.

Die letzte Säule kirchlicher Existenz nennt Lukas „die Gebete». Er redet in der Mehrzahl: Gebete. Was will er damit sagen? Wahrscheinlich denkt er dabei an die Teilnahme der frühen Jerusalemer Gemeinde an den Gebeten im Tempel, an den gemeinsamen Ordnungen des Betens. So wird etwas Wichtiges sichtbar. Beten muß einerseits ganz persönlich sein, mein innerstes Einswerden mit Gott. Mein Ringen mit ihm, meine Suche nach ihm, mein Dank für ihn und meine Freude an ihm. Aber es ist doch nie nur eine private Sache meines individuellen Ich, die die anderen nichts anginge. Beten ist wesentlich immer auch Beten im Wir der Kinder Gottes. Nur in diesem Wir sind wir Kinder unseres Vaters, zu dem der Herr uns zu beten gelehrt hat. Nur dieses Wir öffnet uns den Zugang zum Vater. Einerseits muß unser Beten immer persönlicher werden, immer tiefer den Kern unseres Ich berühren und durchdringen. Andererseits muß es sich immer von der Gemeinschaft der Betenden, von der Einheit des Leibes Christi nähren, um mich wirklich von der Liebe Gottes her zu formen. So ist Beten letztlich nicht irgendeine Aktivität unter anderen, ein bestimmter Winkel meiner Zeit. Beten ist Antwort auf den Imperativ, der am Anfang des Hochgebets in der Eucharistiefeier steht: Sursum corda – die Herzen nach oben! Es ist das Hinaufgehen meiner Existenz auf die Höhe Gottes hin. Beim heiligen Gregor dem Großen findet sich dazu ein schönes Wort. Er erinnert daran, daß Jesus den Täufer Johannes „eine brennende und strahlende Leuchte nennt (Joh 5, 35)» und fährt fort: „Brennend vor himmlischer Sehnsucht, strahlend durch das Wort. Damit also die Wahrhaftigkeit der Verkündigung gewahrt bleibe, muß die Höhe des Lebens gewahrt werden» (Hom. in Ez. 1, 11, 7 CCL 142, 134). Die Höhe des Lebens, die gerade heute zum Zeugnis für Jesus Christus so wesentlich ist, können wir nur finden, wenn wir uns von ihm im Gebet immer wieder auf seine Höhe hinaufziehen lassen.

Duc in altum (Lk 5, 4) – fahr hinaus auf die hohe See, und werft die Netze zum Fang aus. So hat Jesus zu Petrus und seinen Gefährten gesagt, als er sie zu „Menschenfischern» berief. Duc in altum – Papst Johannes Paul II. hat in seinen späten Jahren dieses Wort nachdrücklich wieder aufgegriffen und den Jüngern des Herrn heute zugerufen. Duc in altum – sagt der Herr in dieser Stunde zu Euch, liebe Freunde. Ihr seid zu weltkirchlichen Aufgaben berufen. Ihr seid berufen, das Netz des Evangeliums in das unruhige Meer dieser Zeit zu werfen, um Menschen für Christus zu gewinnen; um sie gleichsam aus den salzigen Wassern des Todes und aus dem Dunkel, in das das Licht des Himmels nicht hinunterdringt, herauszuziehen. Ihr sollt sie in das Land des Lebens, in die Gemeinschaft mit Jesus Christus führen. An einer Stelle im ersten Buch seines Werks über die heiligste Dreifaltigkeit bricht der heilige Hilarius von Poitiers ganz unmittelbar in eine Bitte aus: Darum bitte ich, „daß Du die ausgespannten Segel unseres Glaubens und unseres Bekenntnisses mit dem Hauch Deines Geistes erfüllst und mich auf der Fahrt meiner Verkündigung vorantreibst» (I 37 CCL 62, 35f). Ja, darum bitten wir für Euch, liebe Freunde, in dieser Stunde. Spannt also die Segel Eurer Seelen, die Segel des Glaubens, der Hoffnung, der Liebe weit aus, damit der Heilige Geist sie anfüllen und Euch gesegnete Fahrt geben könne als Menschenfischer im Ozean unserer Zeit. Amen.

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