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	<title>BENEDICT XVI.TV - VIDEO - speeches, events, clips - FREE DOWNLOAD &#187; 2005</title>
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		<title>General audience before GMG 2005. Benedict XVI forgot his blessing and laughs. Super! [archive video 2005] TV-Rip</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 16:33:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1. Ascoltando le parole del Salmo 125 si ha l’impressione di vedere scorrere davanti agli occhi l’evento cantato nella seconda parte del Libro di Isaia: il «nuovo esodo». È il ritorno di Israele dall’esilio babilonese alla terra dei padri in seguito all’editto del re persiano Ciro nel 538 a.C. Allora si ripeté l’esperienza gioiosa del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1. Ascoltando le parole del Salmo 125 si ha l’impressione di vedere scorrere  davanti agli occhi l’evento cantato nella seconda parte del <em>Libro di Isaia</em>:  il «nuovo esodo».<span id="more-1903"></span> È il ritorno di Israele dall’esilio babilonese alla terra dei  padri in seguito all’editto del re persiano Ciro nel 538 a.C. Allora si ripeté  l’esperienza gioiosa del primo esodo, quando il popolo ebraico fu liberato dalla  schiavitù egiziana.</p>
<p>Questo Salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni  in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo  alla prova. Il Salmo comprende effettivamente una preghiera per il ritorno dei  prigionieri del momento (cfr v. 4). Esso diventava, così, una preghiera del  popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre  aperto alla fiducia in Dio Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli  oppressi.</p>
<p>2. Il Salmo introduce in un’atmosfera di esultanza: si sorride, si fa festa per la  libertà ottenuta, affiorano sulle labbra canti di gioia (cfr vv. 1-2).</p>
<p>La reazione di fronte alla libertà ridonata è duplice. Da un lato, le nazioni  pagane riconoscono la grandezza del Dio di Israele: «Il Signore ha fatto grandi  cose per loro» (v. 2). La salvezza del popolo eletto diventa una prova limpida  dell’esistenza efficace e potente di Dio, presente e attivo nella storia.  D’altro lato, è il popolo di Dio a professare la sua fede nel Signore che salva:  «Grandi cose ha fatto il Signore per noi» (v. 3).</p>
<p>3. Il pensiero corre poi al passato, rivissuto con un fremito di paura e di  amarezza. Vorremmo fissare l’attenzione sull’immagine agricola usata dal  Salmista: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo» (v. 5). Sotto il peso  del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina  faticosa, forse votata all’inutilità e all’insuccesso. Ma quando giunge la  mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo.</p>
<p>In questo versetto del Salmo è condensata la grande lezione sul mistero di  fecondità e di vita che può contenere la sofferenza. Proprio come aveva detto  Gesù alle soglie della sua passione e morte: «Se il chicco di grano caduto in  terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (<em>Gv</em> 12,24).</p>
<p>4. L’orizzonte del Salmo si apre così alla festosa mietitura, simbolo della  gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto  della benedizione divina. Questa preghiera è, allora, un canto di speranza, cui  ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia  esterna e dell’oppressione interiore.</p>
<p>Ma può diventare anche un appello più generale a vivere i propri giorni e a  compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà. La perseveranza nel bene,  anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di  luce, di fecondità, di pace.</p>
<p>È ciò che san Paolo ricordava ai Galati: «Chi semina nello Spirito, dallo  Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti  non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (<em>Gal</em> 6,8-9).</p>
<p>5. Concludiamo con una riflessione di san Beda il Venerabile (672/3-735) sul  Salmo 125 a commento delle parole con cui Gesù annunziava ai suoi discepoli la  tristezza che li attendeva e insieme la gioia che sarebbe scaturita dalla loro  afflizione (cfr <em>Gv</em> 16,20).</p>
<p>Beda ricorda che «piangevano e si lamentavano quelli che amavano Cristo quando  lo videro preso dai nemici, legato, portato in giudizio, condannato, flagellato,  deriso, da ultimo crocifisso, colpito dalla lancia e sepolto. Gioivano invece  quelli che amavano il mondo…, quando condannavano a morte turpissima colui che  era per loro molesto anche solo a vederlo. Si rattristarono i discepoli della  morte del Signore, ma, conosciuta la sua risurrezione, la loro tristezza si mutò  in gioia; visto poi il prodigio dell’ascensione, con gioia ancora maggiore  lodavano e benedicevano il Signore, come testimonia l’evangelista Luca (cfr <em> Lc</em> 24,53). Ma queste parole del Signore si adattano a tutti i fedeli che,  attraverso le lacrime e le afflizioni del mondo, cercano di arrivare alle gioie  eterne, e che a ragione ora piangono e sono tristi, perché non possono vedere  ancora colui che amano, e perché, fino a quando stanno nel corpo, sanno di  essere lontani dalla patria e dal regno, anche se sono certi di giungere  attraverso le fatiche e le lotte al premio. La loro tristezza si muterà in gioia  quando, terminata la lotta di questa vita, riceveranno la ricompensa della vita  eterna, secondo quanto dice il Salmo: “Chi semina nelle lacrime, mieterà nella  gioia”» (<em>Omelie sul Vangelo</em>, 2,13: Collana di Testi Patristici, XC, Roma  1990, pp. 379-380).</p>
<hr />
<p><strong>Saluti:</strong></p>
<p>Je salue cordialement les pèlerins de langue française. À la veille de mon  départ pour la Journée mondiale de la Jeunesse à Cologne, je souhaite à chacun  de vous d’être, à la suite des Mages, d’authentiques adorateurs de Dieu, en lui  reconnaissant la première place dans votre existence et en étant des témoins  ardents de son amour pour tous les hommes. Je vous invite aussi à prier pour les  jeunes du monde.</p>
<p>I extend a warm welcome to all the English-speaking visitors here today.  I  greet particularly the following groups: the Franciscan Hospitaller Sisters of  the Immaculate Conception; from Malta, the parents of altar servers assisting in  Saint Peter’s Basilica;  from Nigeria, Pilgrims to several shrines of Europe and  the Holy Land;  from Japan, a group of Salesian Sisters, and from the United  States of America, a youth pilgrimage from Saint Paul’s Parish, Houston, Texas.   I invite you to join me during these days in praying for the success of the  World Youth Day in Cologne.  I wish you all a happy stay and invoke upon you the  grace and peace of our Lord and Saviour Jesus Christ!</p>
<p>Frohen Herzens grüße ich alle Pilger deutscher Sprache. In diesen Tagen haben  sich sehr viele junge Menschen in Köln zum 20. Weltjugendtag versammelt. Dieses  große Treffen steht unter dem Motto: „<em>Wir sind gekommen, um ihn anzubeten</em>“  (<em>Mt</em> 2,2). Auch ich mache mich morgen auf den Weg, um gemeinsam mit den  Teilnehmern aus der ganzen Welt Christus zu begegnen. Begleitet uns mit Eurem  Gebet und erbittet von Gott reiche Gnaden für alle, die in Köln ihren Glauben an  den lebendigen Gott vertiefen. Der Herr schenke Euch seinen Segen!</p>
<p>Uma saudação cordial aos peregrinos de língua portuguesa,   nomeadamente ao coro polifónico de Cruz e ao grupo foklórico de São  Luís,  com votos de  serem por todo o lado  zelosos mensageiros e  testemunhas da fé que vieram afirmar e consolidar nesta  romagem, que desejo rica de graças e consolações celestes para todos.</p>
<p>Saludo con afecto a los peregrinos de España y Latinoamérica, particularmente a  los fieles de la parroquia de Nuestra Señora del Socorro, de Aspe, y a los  miembros de la Delegación del Sevilla Fútbol Club. Que el Señor sea siempre  vuestra alegría y esperanza. ¡Gracias por vuestra presencia!</p>
<p><strong>Saluto in lingua slovacca:</strong></p>
<p>S láskou vítam slovenských pútnikov z Jacoviec. Drahí bratia a sestry, pozývam  vás k modlitbe za Svetové stretnutie mládeže a rád vás žehnám.  Pochválený buď Ježiš Kristus!</p>
<p><em>Traduzione italiana del saluto in lingua slovacca:</em></p>
<p>Con affetto do un benvenuto ai pellegrini slovacchi provenienti da Jacovce.  Carissimi fratelli e sorelle, vi invito alla preghiera per la Giornata mondiale  della gioventù e volentieri vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo!</p>
<p><strong>Saluto in lingua ungherese : </strong></p>
<p>Isten hozott Benneteket, kedves magyar zarándokok!  A  héten tartjuk Szent István király ünnepét. Ôrizzétek híven az ô  örökségét.  Szeretettel adom Rátok apostoli áldásomat.</p>
<p><em>Traduzione italiana del saluto in lingua ungherese:</em></p>
<p>Siate benvenuti, cari fedeli ungheresi! In settimana celebriamo la festa di re  Santo Stefano. Custodite bene la sua preziosa eredità. Imparto volentieri a  tutti voi la Benedizione Apostolica.</p>
<p><strong>Saluto in lingua polacca:</strong></p>
<p>Witam obecnych tu Polaków. Jak wiecie, jutro udaję się do Kolonii na spotkanie z  młodzieżą świata. Bardzo was proszę o modlitwę za mnie i za tych młodych ludzi,  którzy dają świadectwo wiary, nadziei i miłości. Im i wam wszystkim niech Bóg  błogosławi.</p>
<p><em>Traduzione italiana del saluto in lingua polacca:</em></p>
<p>Saluto i Polacchi qui presenti. Come sapete, domani mi recherò a Colonia per  incontrare la gioventù del mondo. Vi chiedo tanto di pregare per me e per questi  giovani che danno la testimonianza della fede, della speranza e dell’amore. Dio  benedica loro e tutti voi.</p>
<p>* * *</p>
<p>Saluto ora i pellegrini di lingua italiana. In modo speciale mi rivolgo ai  giovani, agli anziani e ai malati, alle famiglie e gli sposi novelli. A tutti  chiedo di accompagnarmi con la preghiera nel pellegrinaggio apostolico che  inizierò domani per prendere parte a Colonia alla  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/travels/2005/index_cologne-wyd2005_it.htm">Giornata Mondiale della  Gioventù</a>. Si tratta di un importante appuntamento ecclesiale che tutti ci  auguriamo porti ricchi frutti spirituali per l’intera Chiesa, che conta molto  sull’impegno e la testimonianza evangelica dei giovani.</p>
<p>***</p>
<p><em>Al termine della catechesi, nel corso dell’Udienza Generale, il Santo  Padre ha aggiunto le seguenti parole di cordoglio per l’uccisione, avvenuta ieri  sera, del fondatore della Comunità di Taizé, Frère Roger Schutz</em>:</p>
<p>Abbiamo parlato insieme di tristezza e di gioia. In realtà, ho  ricevuto stamattina una notizia molto triste, drammatica. Durante i vespri di  ieri sera, il caro Frère Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizé, è  stato accoltellato e ucciso, probabilmente da una squilibrata. Questa notizia mi  colpisce tanto più perché proprio ieri ho ricevuto una lettera di Frère Roger  molto commovente, molto amichevole. In essa scrive che nel fondo del suo cuore  intende dirmi che &laquo;noi siamo in comunione con Lei e con coloro che sono riuniti  in Colonia&raquo;. Poi scrive che, a causa delle sue condizioni di salute, purtroppo  non sarebbe potuto venire personalmente a Colonia, ma sarebbe stato presente  spiritualmente insieme con i suoi fratelli. Alla fine mi scrive in questa  lettera che ha il desiderio di venire quanto prima a Roma per incontrarmi e per  dirmi che &laquo;la nostra Comunità di Taizé vuole camminare in comunione con il Santo  Padre&raquo;. E poi scrive di proprio pugno: &laquo;Santo Padre, Le assicuro i miei  sentimenti di profonda comunione. Frère Roger di Taizé&raquo;.</p>
<p>In questo momento di tristezza possiamo solo affidare alla bontà  del Signore l’anima di questo suo fedele servitore. Sappiamo che dalla tristezza  &#8211; come abbiamo sentito adesso nel Salmo &#8211; rinascerà la gioia. Frère Schutz è  nelle mani della bontà eterna, dell’amore eterno, è arrivato alla gioia eterna.  Egli ci ammonisce e ci esorta ad essere fedeli lavoratori nella Vigna del  Signore sempre, anche in situazioni tristi, sicuri che il Signore ci accompagna  e ci darà la sua gioia.</p>
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		<title>Koln/Cologne #5. Visit to the Synagogue of Cologne. Super. [archive video 2005] TV-Rip</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 17:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2005]]></category>

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		<description><![CDATA[Verehrte jüdische Autoritäten, verehrte Damen und Herren, ich darf die Anreden, die wir vorhin hörten, alle auch von mir gesagt voraussetzen. Schalom lêchém! Es war mir ein tiefes Anliegen, anläßlich meines ersten Besuches in Deutschland nach der Wahl zum Nachfolger Petri der jüdischen Gemeinde von Köln und den Vertretern des deutschen Judentums zu begegnen. Ich [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Verehrte jüdische Autoritäten,<br />
verehrte Damen und Herren,</p>
<p>ich darf die Anreden, die wir vorhin hörten<span id="more-1749"></span>, alle auch von mir gesagt voraussetzen. <em>Schalom lêchém!</em> Es war mir ein tiefes Anliegen, anläßlich meines ersten Besuches in Deutschland nach der Wahl zum Nachfolger Petri der jüdischen Gemeinde von Köln und den Vertretern des deutschen Judentums zu begegnen. Ich möchte mit diesem Besuch an das Ereignis des 17. November 1980 anknüpfen, als mein verehrter Vorgänger, Papst Johannes Paul II., auf seiner ersten Deutschland-Reise in Mainz dem Zentralrat der Juden in Deutschland und der Rabbinerkonferenz begegnete. Auch bei dieser Gelegenheit möchte ich versichern, daß ich beabsichtige, den Weg der Verbesserung der Beziehungen und der Freundschaft mit dem jüdischen Volk, auf dem Papst Johannes Paul II. entscheidende Schritte getan hat, mit voller Kraft weiterzuführen (vgl. <em>Ansprache an die Delegation des International Jewish Committee on Interreligious Consultations</em>: (<em>O.R</em>. dt., Nr. 24, 17.6.2005, S. 7).</p>
<p>Die jüdische Gemeinde von Köln darf sich in dieser Stadt wirklich »zu Hause« fühlen. Tatsächlich ist dies der älteste Sitz einer jüdischen Gemeinde auf deutschem Boden: Sie reicht zurück – wir haben es genauer gehört – bis in das Köln der Römerzeit. Die Geschichte der Beziehungen zwischen jüdischer und christlicher Gemeinde ist komplex und oft schmerzlich. Es gab gottlob Perioden guter Nachbarschaft, doch es gab auch die Vertreibung der Juden aus Köln im Jahr 1424. Im 20. Jahrhundert hat dann in der dunkelsten Zeit deutscher und europäischer Geschichte eine wahnwitzige neuheidnische Rassenideologie zu dem staatlich geplanten und systematisch ins Werk gesetzten Versuch der Auslöschung des europäischen Judentums geführt, zu dem, was als die <em>Schoah</em> in die Geschichte eingegangen ist. Diesem unerhörten und bis dahin auch unvorstellbaren Verbrechen sind allein in Köln 11.000 namentlich bekannte – in Wirklichkeit sicher erheblich mehr – Juden zum Opfer gefallen. Weil man die Heiligkeit Gottes nicht mehr anerkannte, wurde auch die Heiligkeit menschlichen Lebens mit Füßen getreten.</p>
<p>In diesem Jahr 2005 gedenken wir des 60. Jahrestags der Befreiung aus den nationalsozialistischen Konzentrationslagern, in deren Gaskammern Millionen von Juden – Männer, Frauen und Kinder – umgebracht und in den Krematorien verbrannt worden sind. Ich mache mir zu eigen, was mein verehrter Vorgänger zum 60. Jahrestag der Befreiung von Auschwitz geschrieben hat und sage ebenfalls: »Ich neige mein Haupt vor all denen, die diese Manifestation des ›<em>mysterium iniquitatis</em>‹ erfahren haben.« Die fürchterlichen Geschehnisse von damals müssen »unablässig die Gewissen wecken, Konflikte beenden und zum Frieden ermahnen« (<em>Botschaft zur Befreiung von Auschwitz</em>, 15. Januar 2005, <em>O.R</em>. dt., Nr. 5, 4.2.2005, S. 7). Gemeinsam müssen wir uns auf Gott und seinen weisen Plan für die von ihm erschaffene Welt besinnen: Er ist – wie das Buch der Weisheit mahnt – »ein Freund des Lebens« (11,26).</p>
<p>Ebenfalls in diesem Jahr – wir hörten es – sind es vierzig Jahre her, daß das Zweite Vatikanische Konzil die Erklärung <em>Nostra aetate</em> promulgiert und damit neue Perspektiven in den jüdischchristlichen Beziehungen eröffnet hat, die durch Dialog und Partnerschaft gekennzeichnet sind. Im vierten Kapitel erinnert diese Erklärung an unsere gemeinsamen Wurzeln und an das äußerst reiche geistliche Erbe, das Juden und Christen miteinander teilen. Sowohl die Juden als auch die Christen erkennen in Abraham ihren Vater im Glauben (vgl. <em>Gal</em> 3,7; <em>Röm</em> 4,11f.) und berufen sich auf die Lehren Moses’ und der Propheten. Die Spiritualität der Juden wird wie die der Christen aus den Psalmen gespeist. Mit dem Apostel Paulus sind wir Christen überzeugt, daß »Gnade und Berufung, die Gott gewährt, unwiderruflich sind« (<em>Röm</em> 11,29; vgl. 9,6.11; 11,1f.). In Anbetracht der jüdischen Wurzeln des Christentums (vgl. <em>Röm</em> 11,16–24) hat mein verehrter Vorgänger in Bestätigung eines Urteils der deutschen Bischöfe gesagt: »Wer Jesus Christus begegnet, begegnet dem Judentum« (<em>Insegnamenti</em>, Bd. III/2, 1980, S. 1272; deutsche Übersetzung in: <em>Die Kirchen und das Judentum. Dokumente von 1945–1985</em>, Paderborn/München 1989, S. 74).</p>
<p>Deshalb beklagt die Konzilserklärung <em>Nostra aetate</em> »alle Haßausbrüche, Verfolgungen und Manifestationen des Antisemitismus, die sich zu irgendeiner Zeit und von wem auch immer gegen das Judentum gerichtet haben« (Nr. 4). Gott hat uns alle – wir hörten es am Anfang im Schöpfungsbericht – »als sein Abbild« (<em>Gen</em> 1,27) geschaffen und uns alle dadurch mit einer transzendenten Würde ausgezeichnet. Vor Gott besitzen alle Menschen die gleiche Würde, unabhängig davon, welchem Volk, welcher Kultur oder Religion sie angehören. Aus diesem Grund spricht die Erklärung <em>Nostra aetate</em> auch mit großer Hochachtung von den Muslimen (vgl. Nr. 3) und den Angehörigen anderer Religionen (vgl. Nr. 2). Aufgrund der allen gemeinsamen Menschenwürde – so heißt es dort – »verwirft die Kirche jede Diskriminierung eines Menschen oder jeden Gewaltakt gegen ihn um seiner Rasse oder Farbe, seines Standes oder seiner Religion willen« als einen Akt, der im Widerspruch zum Willen Christi steht (vgl. <em>Ebd</em>., Nr. 5). Die Kirche, so sagt das Dokument weiter, weiß sich verpflichtet, diese Lehre in der Katechese für die jungen Menschen und in jedem Aspekt ihres Lebens an die nachwachsenden Generationen, die selbst nicht mehr Zeugen der schrecklichen Ereignisse vor und während des Zweiten Weltkriegs waren, weiterzugeben. Das ist insofern eine Aufgabe von besonderer Bedeutung, als heute leider erneut Zeichen des Antisemitismus und Formen allgemeiner Fremdenfeindlichkeit auftauchen. Sie müssen uns Grund zur Sorge und zur Wachsamkeit sein. Die katholische Kirche – das möchte ich auch bei dieser Gelegenheit wieder betonen – tritt ein für Toleranz, Respekt, Freundschaft und Frieden unter allen Völkern, Kulturen und Religionen.</p>
<p>In den vierzig Jahren seit der Erklärung <em>Nostra aetate</em> ist in Deutschland und auf internationaler Ebene vieles zur Verbesserung und Vertiefung des Verhältnisses zwischen Juden und Christen getan worden. Neben den offiziellen Beziehungen sind besonders dank der Zusammenarbeit unter den Bibelwissenschaftlern viele Freundschaften entstanden. Ich erinnere in diesem Zusammenhang an die verschiedenen Erklärungen der Deutschen Bischofskonferenz und an die segensreiche Tätigkeit der »Kölnischen Gesellschaft für christlich-jüdische Zusammenarbeit«, die dazu beigetragen haben, daß sich die jüdische Gemeinde seit 1945 hier in Köln wirklich wieder »zu Hause« fühlen kann und zu einem guten nachbarschaftlichen Zusammenleben mit den christlichen Gemeinden gefunden hat. Vieles bleibt freilich noch zu tun. Wir müssen uns noch viel mehr und viel besser gegenseitig kennenlernen. Deshalb möchte ich ausdrücklich ermutigen zu einem aufrichtigen und vertrauensvollen Dialog zwischen Juden und Christen. Nur so wird es möglich sein, zu einer beiderseits akzeptierten Interpretation noch strittiger historischer Fragen zu gelangen und vor allem Fortschritte in der theologischen Einschätzung der Beziehung zwischen Judentum und Christentum zu machen. Ehrlicherweise kann es in diesem Dialog nicht darum gehen, die bestehenden Unterschiede zu übergehen oder zu verharmlosen: Auch und gerade in dem, was uns aufgrund unserer tiefsten Glaubensüberzeugung voneinander unterscheidet, müssen wir uns gegenseitig respektieren und lieben.</p>
<p>Schließlich sollte unser Blick nicht nur zurück in die Geschichte gehen, er sollte ebenso vorwärts auf die heutigen und morgigen Aufgaben gerichtet sein. Unser reiches gemeinsames Erbe und unsere an wachsendem Vertrauen orientierten geschwisterlichen Beziehungen verpflichten uns, gemeinsam ein noch einhelligeres Zeugnis zu geben und praktisch zusammenzuarbeiten in der Verteidigung und Förderung der Menschenrechte und der Heiligkeit des menschlichen Lebens, für die Werte der Familie, für soziale Gerechtigkeit und für Frieden in der Welt. Der Dekalog (vgl. <em>Ex</em> 20; <em>Dtn</em> 5) ist für uns gemeinsames Erbe und gemeinsame Verpflichtung. Die »Zehn Gebote« sind nicht Last, sondern Wegweiser zu einem geglückten Leben. Sie sind es besonders für die jungen Menschen, die ich in diesen Tagen treffe und die mir so sehr am Herzen liegen. Ich wünsche mir, daß sie den Dekalog, diese unsere gemeinsame Grundlage, als die Leuchte für ihre Schritte und als Licht für ihre Pfade erkennen, wie es der Psalm 119 sagt (vgl. <em>Ps</em> 119,105). Die Erwachsenen tragen die Verantwortung, den jungen Menschen die Fackel der Hoffnung weiterzureichen, die Juden wie Christen von Gott geschenkt worden ist, damit die Mächte des Bösen »nie wieder« die Herrschaft erlangen und die künftigen Generationen mit Gottes Hilfe eine gerechtere und friedvollere Welt errichten können, in der alle Menschen das gleiche Bürgerrecht besitzen.</p>
<p>Ich schließe mit den Worten aus Psalm 29, die ein Glückwunsch und zugleich ein Gebet sind: »Der Herr gebe Kraft seinem Volk. Der Herr segne sein Volk mit Frieden.«</p>
<p>Möge er uns erhören!</p>
<p>[00982-05.03] [Originalsprache: Deutsch]</p>
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		<title>Koln/Cologne #4. Courtesy visit to the President of Germany . Bonn. [archive video 2005] TV-Rip</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 17:12:24 +0000</pubDate>
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		<title>Koln/Cologne #3. Visit to the Cathedral of Cologne. Roncalliplatz. [archive video 2005] TV-Rip</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 14:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Liebe Brüder und Schwestern! Ich freue mich, daß ich heute Abend bei Ihnen sein kann in dieser Stadt Köln, an die mich so viele schöne Erinnerungen binden. Ich habe ja die ersten Jahre meines akademischen Lehramts in Bonn verbracht, unvergessene Jahre des Aufbruchs, der Jugend, der Hoffnung vor dem Konzil, Jahre, in denen ich immer [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Liebe Brüder und Schwestern!</p>
<p>Ich freue mich, daß ich heute Abend bei Ihnen sein kann in dieser Stadt Köln, an die mich so viele schöne Erinnerungen binden. Ich habe ja<span id="more-1743"></span> die ersten Jahre meines akademischen Lehramts in Bonn verbracht, unvergessene Jahre des Aufbruchs, der Jugend, der Hoffnung vor dem Konzil, Jahre, in denen ich immer wieder nach Köln gekommen bin und dieses Rom des Nordens lieben gelernt habe. Hier spürt man die große Geschichte und der Strom gibt Weltoffenheit. Es ist ein Ort der Begegnung, der Kulturen. Ich habe immer den Witz, den Humor, die Fröhlichkeit und die Intelligenz der Kölner geliebt. Aber ebenso muß ich sagen, die Katholizität, die den Kölnern tief im Blut steckt, denn hier gibt es seit ungefähr zweitausend Jahren Christen, und so hat sich das Katholische tief in den Charakter der Kölner eingetragen im Sinne einer fröhlichen Gläubigkeit. Darüber freuen wir uns heute. Köln kann auch den jungen Menschen etwas von seiner fröhlichen Katholizität vermitteln, die alt und zugleich ganz jung ist.</p>
<p>Besonders schön war es für mich, daß mir der damalige Erzbischof Kardinal Frings von Anfang an sein ganzes Vertrauen geschenkt und eine wirklich väterliche Freundschaft mit mir entwickelt hat. Er hat mir dann das große Geschenk gemacht, obwohl ich jung und unerfahren war, mich zu seinem Konzilstheologen zu ernennen und mit nach Rom zu nehmen, so daß ich an seiner Seite am Zweiten Vatikanischen Konzil teilnehmen und dieses ungewöhnliche große historische Ereignis aus nächster Nähe miterleben, ja sogar ein klein wenig mitgestalten durfte. Damals habe ich dann auch Kardinal Höffner kennengelernt, der zu der Zeit Bischof von Münster war und mit dem mich gleichfalls eine große, lebendige Freundschaft verbunden hat. Gottlob ist diese Kette der Freundschaften nicht abgerissen. Kardinal Meisner ist mir seit langem ein Freund, so daß ich immerfort von Kardinal Frings an, über Höffner bis Meisner mich in Köln zu Hause fühlen durfte.</p>
<p>Jetzt, glaube ich, ist der Augenblick, sehr laut und aus tiefem Herzen vielen Dank zu sagen. Wir danken zuerst dem Lieben Gott, der uns den schönen blauen Himmel geschenkt hat und diese Tage fühlbar segnet. Wir danken der Muttergottes, die die Regie des Weltjugendtags in die Hand genommen hat. Ich danke Kardinal Meisner und allen seinen Helfern, Kardinal Lehmann, dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, mit ihm all den Bischöfen der deutschen Diözesen, im besonderen dem Organisationskomitee von Köln, doch auch den Diözesen und den örtlichen Gemeinden, die in diesen letzten Tagen die Jugendlichen aufgenommen haben. Ich kann mir vorstellen, wie viel Einsatz das alles gekostet hat und wie viele Opfer zu bringen waren, und ich wünsche mir, daß es Frucht bringen möge für das geistliche Gelingen dieses Weltjugendtags. Endlich ist es mir ein Anliegen, den zivilen und militärischen Autoritäten, den Verantwortlichen auf kommunaler und regionaler Ebene, den Polizeikorps und den Sicherheitsbeamten Deutschlands und des Landes Nordrhein-Westfalen meinen tief empfundenen Dank auszusprechen. In der Person des Bürgermeisters dieser Stadt danke ich der ganzen Bevölkerung von Köln für das Verständnis, das sie angesichts der »Invasion« so vieler Jugendlicher aus aller Welt bewiesen hat.</p>
<p>Ohne die Heiligen Drei Könige, welche die Geschichte, die Kultur und den Glauben Kölns so sehr beeinflußt haben, wäre die Stadt nicht das, was sie ist. Hier feiert die Kirche in gewisser Weise das ganze Jahr hindurch das Fest der Erscheinung des Herrn! Deswegen wollte ich, bevor ich die lieben Kölner begrüße, zu allererst beim Reliquiar der Heiligen Drei Könige sein, dort mich im Gebet sammeln und Gott danken für ihr Zeugnis des Glaubens, der Hoffnung und der Liebe. Sie wissen, daß im Jahr 1164 die Reliquien dieser Weisen aus dem Orient in Begleitung des Erzbischofs von Köln, Reinald von Dassel, von Mailand kommend die Alpen überquert haben, um nach Köln zu gelangen, wo sie mit großem Jubel empfangen worden sind. Sie haben bei ihrer Reise durch Europa deutliche Spuren hinterlassen, die noch heute in den Ortsnamen und in der Volksfrömmigkeit fortbestehen. Köln hat für die Heiligen Drei Könige das kostbarste Reliquiar der gesamten christlichen Welt anfertigen lassen und darüber gleichsam ein noch größeres Reliquiar darüber errichtet, den Kölner Dom. Mit Jerusalem, der »Heiligen Stadt«, mit Rom, der »Ewigen Stadt« und mit Santiago de Compostela in Spanien ist Köln dank der Heiligen Drei Könige im Laufe der Jahrhunderte zu einem der bedeutendsten Wallfahrtsorte des christlichen Westens geworden.</p>
<p>Ich möchte jetzt nicht sozusagen ein allumfassendes Ruhmlied auf Köln anstimmen, obwohl dies eigentlich sinnvoll und möglich wäre. Es würde zu lange dauern, weil zu viel Großes und Schönes über Köln zu sagen ist. Dennoch möchte ich daran erinnern, daß wir hier die heilige Ursula mit ihren Gefährtinnen verehren, daß im Jahr 745 der Heilige Vater den heiligen Bonifatius zum Erzbischof von Köln ernannt hat, daß in dieser Stadt Albertus Magnus, einer der größten Gelehrten des Mittelalters, gewirkt hat und seine Gebeine in der St.-Andreas-Kirche hier ganz in der Nähe ruhen, daß Thomas von Aquin, der größte Theologe des Abendlandes, hier gelernt und gelehrt hat, daß hier Adolph Kolping im 19. Jahrhundert ein wichtiges soziales Werk gegründet hat, daß Edith Stein, die jüdische Konvertitin hier in Köln im Karmel war, bevor sie in den Echter Karmel fliehen mußte, von wo aus sie nach Auschwitz deportiert wurde und dort den Märtyrertod erlitt. Mit diesen und all den anderen bekannten und unbekannten Gesichtern hat Köln ein großes Erbe der Heiligen. Ich möchte wenigstens noch erwähnen, daß – soweit mir bekannt ist – hier in Köln einer der Drei Könige als ein Schwarzer, als ein König aus Afrika identifiziert und somit ein Vertreter des afrikanischen Kontinents als einer der ersten Zeugen Jesu Christi angesehen worden ist. Und schließlich ist noch zu betonen, daß hier in Köln die großen weltumspannenden beispielhaften karitativen Initiativen »<em>Misereor</em>«, »<em>Adveniat</em>« und »<em>Renovabis</em>« geboren worden sind.</p>
<p>Und jetzt seid ihr, liebe junge Leute aus der ganzen Welt, Vertreter jener fernen Völker, die Christus durch die Sterndeuter kennenlernten und im neuen Gottesvolk vereinigt wurden: in der Kirche, die Menschen aller Kulturen versammelt. Euch, liebe junge Menschen, kommt die Aufgabe zu, den universalen Atem der Kirche zu leben. Laßt Euch vom Feuer des Geistes entflammen, damit ein neues Pfingsten bei uns einkehren und die Kirche erneuern kann. Mögen durch Euch und Eure Altersgenossen in allen Teilen der Welt viele junge Menschen dahin gelangen, in Christus die wahre Antwort auf ihre Erwartungen zu finden und sich zu öffnen, um Ihn, das menschgewordene Wort Gottes, das gestorben und auferstanden ist, aufzunehmen, damit Gott in unserer Mitte ist und uns die Wahrheit, die Liebe und damit die Freude schenkt, auf die wir alle zugehen wollen. Der Herr segne diese Tage.</p>
<p>[00981-05.03] [Originalsprache: Deutsch]</p>
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		<title>Koln/Cologne #2. Arrival by RheinEnergie boat &#8211; crossing the Rhine. [archive video 2005] TV-Rip</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 13:34:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2005]]></category>

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		<description><![CDATA[Liebe Jugendliche, ich freue mich, Euch hier in Köln am Rheinufer zu treffen! Als Pilger in der Gefolgschaft der Heiligen Drei Könige seid Ihr aus verschiedenen Teilen Deutschlands, Europas und der Welt gekommen. Indem Ihr ihren Spuren folgt, wollt Ihr Jesus entdecken. Ihr wart bereit, Euch auf den Weg zu machen, um selber ebenfalls dahin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Liebe Jugendliche,</p>
<p>ich freue mich, Euch hier in Köln am Rheinufer zu treffen! Als Pilger in der Gefolgschaft der Heiligen Drei Könige seid Ihr aus verschiedenen <span id="more-1737"></span>Teilen Deutschlands, Europas und der Welt gekommen. Indem Ihr ihren Spuren folgt, wollt Ihr Jesus entdecken. Ihr wart bereit, Euch auf den Weg zu machen, um selber ebenfalls dahin zu gelangen, persönlich und zugleich gemeinschaftlich das Angesicht Gottes zu betrachten, das sich in dem Kind in der Krippe offenbart. Wie Ihr habe auch ich mich auf den Weg gemacht, um zusammen mit Euch niederzuknien vor der weißen Hostie, in der die Augen des Glaubens die reale Gegenwart des Erlösers der Welt erkennen. Gemeinsam werden wir dann über das Thema dieses Weltjugendtags „<em>Wir sind gekommen, um ihn anzubeten</em>&raquo; (<em>Mt</em> 2,2) meditieren.</p>
<p>With great joy I welcome you, dear young people. You have come here from near and far, walking the streets of the world and the pathways of life. My particular greeting goes to those who, like the Magi, have come from the East. You are the representatives of so many of our brothers and sisters who are waiting, without realizing it, for the star to rise in their skies and lead them to Christ, Light of the Nations, in whom they will find the fullest response to their hearts’ deepest desires. I also greet with affection those among you who have not been baptized, and those of you who do not yet know Christ or have not yet found a home in his Church. Pope John Paul II had invited you in particular to come to this gathering; I thank you for deciding to come to Cologne. Some of you might perhaps describe your adolescence in the words with which Edith Stein, who later lived in the Carmel in Cologne, described her own: &laquo;I consciously and deliberately lost the habit of praying&raquo;. During these days, you can once again have a moving experience of prayer as dialogue with God, the God who we know loves us and whom we in turn wish to love. To all of you I appeal: Open wide your hearts to God! Let yourselves be surprised by Christ! Let him have &laquo;the right of free speech&raquo; during these days! Open the doors of your freedom to his merciful love! Share your joys and pains with Christ, and let him enlighten your minds with his light and touch your hearts with his grace. In these days blessed with sharing and joy, may you have a liberating experience of the Church as the place where God’s merciful love reaches out to all people. In the Church and through the Church you will meet Christ, who is waiting for you.</p>
<p>En arrivant aujourd’hui à Cologne pour participer avec vous à la vingtième Journée mondiale de la Jeunesse, s&#8217;impose à moi avec émotion et reconnaissance le souvenir du Serviteur de Dieu tant aimé de nous tous Jean-Paul II, qui eut l’idée lumineuse d’appeler les jeunes du monde entier à se rassembler pour célébrer ensemble le Christ, unique Rédempteur du genre humain. Grâce à ce dialogue profond qui s’est développé pendant plus de vingt ans entre le Pape et les jeunes, beaucoup d’entre eux ont pu approfondir leur foi, tisser des liens de communion, se passionner pour la Bonne Nouvelle du salut en Jésus Christ et la proclamer dans de nombreuses parties de la terre. Ce grand Pape a su comprendre les défis auxquels les jeunes d’aujourd’hui sont confrontés et, affirmant sa confiance en eux, il n’a pas hésité à les inciter à être de courageux annonciateurs de l’Évangile et d’intrépides bâtisseurs de la civilisation de la vérité, de l’amour et de la paix.</p>
<p>Il me revient aujourd’hui de recueillir cet extraordinaire héritage spirituel que le Pape Jean-Paul II nous a laissé. Il vous a aimés, vous l’avez compris, et vous le lui avez rendu avec tout l’enthousiasme de votre âge. Maintenant, tous ensemble, nous avons le devoir de mettre en pratique ses enseignements. Forts de cet engagement, nous sommes ici à Cologne, pèlerins à la suite des Mages. Selon la tradition, leurs noms en langue grecque étaient Melchior, Gaspard et Balthasar. Dans son Évangile, Mathieu rapporte la question qui brûlait le cœur des Mages: <em>«Où est le Roi des Juifs qui vient de naître ?» </em>(2, 2). C’est pour Le rechercher qu’ils avaient fait le long voyage jusqu’à Jérusalem. C’est pour cela qu’ils avaient supporté fatigues et privations, sans céder au découragement, ni à la tentation de retourner sur leurs pas. Maintenant qu’ils étaient proches du but, ils n’avaient pas d’autres questions à poser que celle-là. Nous aussi, nous sommes venus à Cologne parce que nous avons entendu résonner dans notre cœur, bien que sous une autre forme, la même question qui avait poussé les hommes de l’Orient à se mettre en chemin. Il est vrai que nous aujourd’hui nous ne cherchons plus un roi; mais nous sommes préoccupés par l’état du monde et nous demandons : Où puis-je trouver les critères pour ma vie, les critères pour collaborer de manière responsable à l’édification du présent et de l’avenir de notre monde ? À qui puis-je faire confiance &#8211; à qui me confier ? Où est Celui qui peut m’offrir la réponse satisfaisante aux attentes de mon cœur ? Poser de telles questions signifie avant tout reconnaître que le chemin ne peut pas s’achever avant d’avoir rencontré Celui qui a le pouvoir d’instaurer son Royaume universel de justice et de paix, auquel les hommes aspirent, mais qu’ils ne savent pas construire tout seuls. Poser de telles questions signifie aussi chercher Quelqu’un qui ne se trompe pas et qui ne peut pas tromper, et qui est donc en mesure d’offrir une certitude assez forte pour permettre de vivre pour elle et, si nécessaire aussi, de mourir.</p>
<p>Cuando se perfila en el horizonte de la existencia una respuesta como ésta, queridos amigos, hay que saber tomar las decisiones necesarias. Es como alguien que se encuentra en una bifurcación: ¿Qué camino tomar? ¿El que sugieren las pasiones o el que indica la estrella que brilla en la conciencia? Los Magos, una vez que oyeron la respuesta «en Belén de Judá, porque así lo ha escrito el profeta» (<em>Mt</em> 2,5), decidieron continuar el camino y llegar hasta el final, iluminados por esta palabra. Desde Jerusalén fueron a Belén, es decir, desde la palabra que les había indicado dónde estaba el Rey de los Judíos que buscaban, hasta el encuentro con aquel Rey, que es al mismo tiempo el Cordero de Dios que quita el pecado del mundo. También a nosotros se nos dice aquella palabra. También nosotros hemos de hacer nuestra opción. En realidad, pensándolo bien, ésta es precisamente la experiencia que hacemos en la participación en cada Eucaristía. En efecto, en cada Misa, el encuentro con la Palabra de Dios nos introduce en la participación del misterio de la cruz y resurrección de Cristo y de este modo nos introduce en la Mesa eucarística, en la unión con Cristo. En el altar está presente al que los Magos vieron acostado entre pajas: Cristo, el Pan vivo bajado del cielo para dar la vida al mundo, el verdadero Cordero que da su propia vida para la salvación de la humanidad. Iluminados por la Palabra, siempre es en Belén – la «Casa del pan» – donde podremos tener ese encuentro sobrecogedor con la indecible grandeza de un Dios que se ha humillado hasta el punto hacerse ver en el pesebre y de darse como alimento sobre el altar.</p>
<p>¡Podemos imaginar el asombro de los Magos ante el Niño en pañales! Sólo la fe les permitió reconocer en la figura de aquel niño al Rey que buscaban, al Dios al que la estrella les había guiado. En Él, cubriendo el abismo entre lo finito y lo infinito, entre lo visible y lo invisible, el Eterno ha entrado en el tiempo, el Misterio se ha dado a conocer, mostrándose ante nosotros en los frágiles miembros de un niño recién nacido. «Los Magos están asombrados ante lo que allí contemplan: el cielo en la tierra y la tierra en el cielo; el hombre en Dios y Dios en el hombre; ven encerrado en un pequeñísimo cuerpo aquello que no puede ser contenido en todo el mundo» (San Pedro Crisólogo, <em>Serm</em>. 160,2). Durante estas jornadas, en este «Año de la Eucaristía», contemplaremos con el mismo asombro a Cristo presente en el Tabernáculo de la misericordia, en el Sacramento del altar.</p>
<p>Cari giovani, la felicità che cercate, la felicità che avete diritto di gustare ha un nome, un volto: quello di Gesù di Nazareth, nascosto nell’Eucaristia. Solo lui dà pienezza di vita all’umanità! Con Maria, dite il vostro &laquo;sì&raquo; a quel Dio che intende donarsi a voi. Vi ripeto oggi quanto ho detto all’inizio del mio pontificato: &laquo;Chi fa entrare Cristo [nella propria vita] non perde nulla, nulla &#8211; assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No, solo in questa amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in questa amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in questa amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera&raquo; (<em>Omelia per l’inizio del ministero di Supremo Pastore</em>, 24 aprile 2005). Siatene pienamente convinti: Cristo nulla toglie di quanto avete in voi di bello e di grande, ma porta tutto a perfezione per la gloria di Dio, la felicità degli uomini, la salvezza del mondo.</p>
<p>In queste giornate vi invito ad impegnarvi senza riserve a servire Cristo, costi quel che costi. L’incontro con Gesù Cristo vi permetterà di gustare interiormente la gioia della sua presenza viva e vivificante per poi testimoniarla intorno a voi. Che la vostra presenza in questa città sia già il primo segno di annuncio del Vangelo mediante la testimonianza del vostro comportamento e della vostra gioia di vivere. Facciamo salire dal nostro cuore un inno di lode e di azione di grazie al Padre per i tanti benefici che ci ha concesso e per il dono della fede che celebreremo insieme, manifestandolo al mondo da questa terra posta al centro dell’Europa, di un’Europa che molto deve al Vangelo e ai suoi testimoni lungo i secoli.</p>
<p>Ich werde mich nun als Pilger zum Kölner Dom begeben, um dort die Reliquien der Heiligen Drei Könige zu verehren, die bereit waren, alles zu verlassen, um dem Stern zu folgen, der sie zum Retter des Menschengeschlechts führte. Auch Ihr, liebe Jugendliche, hattet schon die Gelegenheit oder werdet sie noch haben, dieselbe Wallfahrt zu machen. Diese Reliquien sind nur das hinfällige und ärmliche Zeichen dessen, was die Sterndeuter waren und was sie vor schon so vielen Jahrhunderten erlebten. Die Reliquien führen uns zu Gott selbst: Er ist es nämlich, der mit der Kraft seiner Gnade schwachen Menschen den Mut verleiht, ihn vor der Welt zu bezeugen. Wenn die Kirche uns einlädt, die sterblichen Reste der Märtyrer und der Heiligen zu verehren, vergißt sie nicht, daß es sich letztlich zwar um armselige menschliche Gebeine handelt; aber diese Gebeine gehörten Menschen, die von der lebendigen Macht Gottes durchdrungen worden sind. Die Reliquien der Heiligen sind Spuren jener unsichtbaren aber realen Gegenwart, welche die Finsternis der Welt erhellt, indem sie das Reich Gottes sichtbar macht, das in uns ist. Mit und für uns rufen sie: „Maranatha!&raquo; – „Komm, Herr Jesus!&raquo; Meine Freunde, mit diesen Worten verabschiede ich mich von Euch und sage Euch allen ein herzliches „Auf Wiedersehen&raquo; in der Vigilfeier am Samstagabend!</p>
<p>[00980-XX.03] [Testo originale: Plurilingue]</p>
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		<title>Koln/Cologne #1. International airport, welcome ceremony. [archive video 2005] TV-Rip</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 20:08:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2005]]></category>

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		<description><![CDATA[Sehr verehrter Herr Bundespräsident, sehr geehrte Vertreter des politischen und öffentlichen Lebens, verehrte Kardinäle, liebe Mitbrüder im Bischofsamt, liebe Bürger der Bundesrepublik, liebe Jugendliche! Zum ersten Mal nach meiner Wahl auf den Stuhl Petri stehe ich heute voll Freude auf dem Boden meines lieben Vaterlandes, Deutschland. Ich kann nur wiederholen, was ich in einem Interview [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sehr verehrter Herr  Bundespräsident,<br />
sehr geehrte Vertreter des politischen und öffentlichen  Lebens<span id="more-1733"></span>,<br />
verehrte Kardinäle, liebe Mitbrüder im Bischofsamt,<br />
liebe Bürger  der Bundesrepublik,<br />
liebe Jugendliche!</p>
<p>Zum ersten Mal  nach meiner Wahl auf den Stuhl Petri stehe ich heute voll Freude auf dem Boden  meines lieben Vaterlandes, Deutschland.  Ich kann nur wiederholen, was ich  in einem Interview mit Radio Vatikan gesagt habe: Ich sehe es als eine  liebevolle Geste der Vorsehung an, daß sie es eingerichtet hat – ich hatte es  nicht gewollt –, daß sie es eingerichtet hat, daß mein erster Besuch außerhalb  Italiens in meinem Vaterland stattfindet. Hier in Köln und damit zu einem  Zeitpunkt, an einem Ort und zu einem Anlaß, wo sich junge Menschen aus aller  Welt, aus allen Kontinenten treffen, wo die Grenzen zwischen Kontinenten,  zwischen Kulturen, zwischen Rassen und Nationen verschwinden, weil wir alle eins  sind durch den Stern, der uns erschienen ist – den Stern des Glaubens, Jesus  Christus, der uns eint und der uns gemeinsam den Weg zeigt, so daß wir hier alle  miteinander eine große Kraft des Friedens über alle Grenzen und Trennungen  hinweg sind. So sage ich Gott von Herzen Dank für diese Fügung, daß ich hier in  meiner Heimat und mit einem solchen friedensstiftenden Anlaß beginnen darf und  so auch nach Köln komme in einer tiefen Kontinuität, wie Sie, Herr  Bundespräsident, schon gesagt haben, mit meinem großen und geliebten Vorgänger  Johannes Paul II., der diese Intuition der <a href="http://www.vatican.va/gmg/documents/index_ge.html">Weltjugendtage</a> – ich  würde sagen diese Inspiration – gehabt hat und damit nicht nur einen Anlaß von  überragender religiöser und kirchlicher Bedeutung schuf, sondern von  menschlicher Qualität, der die Menschen über die Grenzen hin zueinander bringt  und gemeinsam Zukunft bauen hilft. Aufrichtiger Dank für den herzlichen Empfang  Ihnen allen, die Sie hier anwesend sind, bin ich aufrichtig dankbar für den  herzlichen Empfang, den Sie mir bereitet haben. Mein hochachtungsvoller Gruß  gilt vor allem Ihnen, Herr Bundespräsident Köhler. Ich danke Ihnen für Ihre  freundlichen Worte, mit denen Sie mir aus dem Herzen gesprochen haben. Ich wußte  gar nicht, daß jemand, der in der Wirtschaft lebt, auch so viel Philosoph und  Theologe sein kann. Herzlichen Dank dafür. In Achtung und Dankbarkeit denke ich  auch an die Regierungsvertreter, die Mitglieder des Diplomatischen Korps und die  zivilen und militärischen Autoritäten, den Herrn Bundeskanzler, den  Ministerpräsidenten von Nordrhein- Westfalen, alle hier anwesenden Autoritäten.</p>
<p>In brüderlicher Wertschätzung grüße ich den Hirten  der Erzdiözese Köln, Kardinal Joachim Meisner. Gemeinsam mit ihm grüße ich die  anderen Bischöfe mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal  Lehmann, die Priester und Ordensleute und alle, die in den verschiedenen  seelsorglichen Aktivitäten der deutschsprachigen Diözesen ihre wertvolle  Mitarbeit leisten. Allen Bürgern der verschiedenen Bundesländer gilt in diesem  Augenblick mein herzliches Gedenken.</p>
<p>In diesen Tagen der intensivsten Vorbereitung auf  den Weltjugendtag haben sich die Diözesen Deutschlands, und im besonderen die  Diözese und die Stadt Köln, durch die Anwesenheit so vieler Jugendlicher aus  aller Welt mit Leben erfüllt. Da möchte ich von Herzen allen danken, die durch  ihre kompetente und großzügige Mitarbeit zur Organisation dieses kirchlichen  Ereignisses von weltweiter Bedeutung beigetragen haben. Voller Dankbarkeit denke  ich an die Pfarreien, die Ordensinstitute, die Vereine, die zivilen  Organisationen und die Privatleute, die Einfühlsamkeit bewiesen haben in der  Art, wie sie den Tausenden von Pilgern aus den verschiedenen Kontinenten eine  herzliche und angemessene Gastfreundschaft bereitet haben. Ich finde es schön,  daß bei solchen Anlässen die fast verschwindende Tugend der Gastfreundschaft,  die zu den Urtugenden des Menschen gehört, neu auflebt und so Menschen aus allen  Schichten zueinanderkommen. Die Kirche in Deutschland und die gesamte  Bevölkerung der Bundesrepublik können sich gottlob einer verbreiteten und  gefestigten Tradition der Weltoffenheit rühmen, wie unter anderem die vielen  Initiativen der Solidarität, besonders zugunsten der Entwicklungsländer,  beweisen.</p>
<p>In diesem Geist der Aufnahmebereitschaft gegenüber  denen, die aus anderen Traditionen und Kulturen stammen, schicken wir uns an, in  Köln den Weltjugendtag zu erleben. Die Begegnung so vieler Jugendlicher mit dem  Nachfolger Petri ist ein Zeichen für die Vitalität der Kirche. Ich bin  glücklich, mitten unter jungen Menschen zu sein, ihren Glauben, so Gott es will,  zu stützen und ihre Hoffnung zu beleben. Und dabei bin ich zugleich sicher, daß  ich mindestens ebenso der Empfangende bin, daß die Begeisterung, die  Einfühlsamkeit, die Bereitschaft, der Mut und die Hoffnung der jungen Menschen  mich anstecken werden und mir Mut geben werden, meinen Weg im Dienst der Kirche  als Nachfolger des Petrus weiterzugehen und den Herausforderungen der Zeit zu  entsprechen. Euch allen, den Anwesenden und denen, die in diesen ereignisreichen  Tagen Menschen aus anderen Teilen der Welt aufgenommen haben, gilt schon jetzt  mein herzlichster Gruß. Neben den eindringlichen Zeiten des Gebetes, der  Reflexion und des Feierns mit den jungen Menschen und mit allen, die an den  verschiedenen Veranstaltungen teilnehmen, werde ich Gelegenheit zu einer  Begegnung mit den Bischöfen haben, an die ich schon jetzt meinen brüderlichen  Gruß richte. Dann werde ich Vertreter der anderen Kirchen und kirchlichen  Gemeinschaften sehen, worauf ich mich freue, einen Besuch in der Synagoge  machen, der mir sehr am Herzen liegt, um die jüdische Gemeinde zu treffen, und  auch die Vertreter einiger islamischer Gemeinden empfangen. Es handelt sich um  wichtige Begegnungen, um den Weg des Dialogs und der Zusammenarbeit im  gemeinsamen Einsatz für die Errichtung einer gerechten und brüderlichen, dem  Menschen wirklich angemessenen Zukunft noch intensiver zu beschreiten, und wir  alle wissen, wie sehr es nötig ist, diesen Weg zu suchen, wie sehr wir dieses  Dialoges und dieser Zusammenarbeit bedürfen.</p>
<p>Im Laufe dieses Weltjugendtags werden wir gemeinsam  nachdenken über das Thema »<em>Wir sind gekommen, um ihn anzubeten</em>« (<em>Mt </em>2,2). Das ist eine nicht zu versäumende Gelegenheit, die Bedeutung des  menschlichen Daseins als »Pilgerschaft «, als Unterwegssein unter der Führung  des »Sterns« auf der Suche nach dem Herrn, zu vertiefen. Wir werden gemeinsam  auf die Gestalten der Heiligen Drei Könige hinschauen, die auch nach ihrem Tode  noch Pilgernde werden mußten, nicht ahnen konnten, daß sie eines Tages mit ihren  Gebeinen nach Köln pilgern würden. Wir werden auf diese Gestalten hinschauen,  die aus verschiedenen Ländern kamen und zu den ersten gehörten, die in Jesus  Christus, dem Sohn der Jungfrau Maria, den verheißenen Messias erkannten und  sich vor ihm niederwarfen (vgl. <em>Mt </em>2,1–12). Dem Gedenken an diese  beispielhaften Gestalten sind die Kirchengemeinden Kölns sowie die Stadt selbst  in besonderer Weise verbunden. Ebenso wie die Heiligen Drei Könige sind alle  Gläubigen, und besonders die jungen Menschen, dazu berufen, ihren Lebensweg als  Pilgerweg zu gehen als Offene und Suchende auf der Suche nach Wahrheit,  Gerechtigkeit und Liebe. Dieser Stern ist es, den wir suchen müssen, dem wir  nachgehen müssen. Es ist dies ein Weg, dessen endgültiges Ziel nur durch die  Begegnung mit Christus zu finden ist, eine Begegnung, die sich ohne den Glauben  nicht verwirklichen kann. Auf diesem inneren Weg dieser innwendigen Pilgerschaft  können die vielgestaltigen Zeichen hilfreich sein, die lange und reiche  christliche Tradition unauslöschlich auf deutschem Boden hinterlassen hat: von  den großen historischen Monumenten bis zu den zahllosen Kunstwerken überall im  Land, von den in den Bibliotheken verwahrten Dokumenten bis zu den mit  intensiver Teilnahme des Volkes gelebten Traditionen, vom philosophischen  Gedankengut bis zur theologischen Reflexion vieler deutscher Denker, vom  geistigen Erbe bis zur mystischen Erfahrung einer ganzen Schar von Heiligen. Es  handelt sich um ein äußerst reiches kulturelles und geistiges Erbe, das noch  heute im Herzen Europas die Fruchtbarkeit des Glaubens und der christlichen  Überlieferung bezeugt und das wir neu lebendig machen müssen, weil es neue Kraft  für die Zukunft in sich trägt. Lebendige Erinnerung an große Zeugen Die Diözese  und insbesondere die Region Köln bewahren die lebendige Erinnerung an große  Zeugen, die sozusagen in der Prozession der Wanderer stehen, die mit den Drei  Königen begonnen hat. Ich denke an Bonifatius, ich denke an die hl. Ursula, den  hl. Albertus Magnus und – in neueren Zeiten – an die hl. Teresia Benedicta a  Cruce (Edith Stein) und den sel. Adolph Kolping. Diese unsere Glaubensbrüder und  -schwestern haben im Laufe der Jahrhunderte die Fackel der Heiligkeit leuchten  lassen, sind Menschen gewesen, die den Stern gesehen und anderen den Stern  gezeigt haben. Solche Gestalten sollen heute für uns Vorbilder und Patrone  unseres Zusammenseins, unseres Weltjugendtages werden.</p>
<p>Während ich Ihnen allen, die Sie hier anwesend sind,  noch einmal meinen herzlichsten Dank ausspreche für den freundlichen Empfang,  bete ich zum Herrn für den zukünftigen Weg der Kirche und der gesamten  Gesellschaft dieser mir so lieben Bundesrepublik Deutschland. Ihre Geschichte  und die großen sozialen, ökonomischen und kulturellen Ziele, die sie erreicht  hat, mögen ihr Ansporn sein, in einer Stunde neuer kritischer Fragen und  Probleme auch für die anderen Völker des Kontinents mit weiterem erneutem  Engagement ihren Weg zu verfolgen. Die Jungfrau Maria, die den Heiligen Drei  Königen, als sie nach Betlehem gekommen waren, um den Retter anzubeten, das  Jesuskind zeigte, möge weiterhin so für uns eintreten, wie sie schon seit  Jahrhunderten von den vielen in den Bundesländern verstreuten Wallfahrtsorten  aus über das Deutsche Volk wacht. Der Herr segne alle, die hier zugegen sind,  sowie auch alle Pilger und die Bewohner des Landes. Gott schütze die  Bundesrepublik Deutschland!</p>
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		<title>Benedetto XVI incontra con i bambini della Prima Comunione. 2005. TV-Rip</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 17:08:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2005]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>

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		<description><![CDATA[Andrea: «Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua prima Comunione?» Innanzitutto vorrei dire grazie per questa festa della fede che mi offrite, per la vostra presenza e la vostra gioia. Ringrazio e saluto per l&#8217;abbraccio che ho avuto da alcuni di voi, un abbraccio che simbolicamente vale per voi tutti, naturalmente. Quanto alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Andrea: «Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua prima Comunione?»</em></p>
<p>Innanzitutto vorrei dire grazie per questa festa della fede che mi offrite,  per la vostra presenza e la vostra gioia. <span id="more-1680"></span>Ringrazio e saluto per l&#8217;abbraccio che  ho avuto da alcuni di voi, un abbraccio che simbolicamente vale per voi tutti,  naturalmente. Quanto alla domanda, mi ricordo bene del giorno della mia Prima  Comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, quindi 69 anni fa. Era un  giorno di sole, la chiesa molto bella, la musica, erano tante le belle cose  delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazzi e di ragazze del nostro  piccolo paese, di non più di 500 abitanti. Ma nel centro dei miei ricordi  gioiosi e belli sta questo pensiero &#8211; la stessa cosa è già stata detta dal  vostro portavoce &#8211; che ho capito che Gesù è entrato nel mio cuore, ha fatto  visita proprio a me. E con Gesù Dio stesso è con me. E che questo è un dono di  amore che realmente vale più di tutto il resto che può essere dato dalla vita; e  così sono stato realmente pieno di una grande gioia perché Gesù era venuto da  me. E ho capito che adesso cominciava una nuova tappa della mia vita, avevo 9  anni, e che adesso era importante rimanere fedele a questo incontro, a questa  Comunione. Ho promesso al Signore, per quanto potevo: &laquo;Io vorrei essere sempre  con te&raquo; e l&#8217;ho pregato: &laquo;Ma sii soprattutto tu con me&raquo;. E così sono andato  avanti nella mia vita. Grazie a Dio, il Signore mi ha sempre preso per la mano,  mi ha guidato anche in situazioni difficili. E così questa gioia della Prima  Comunione era un inizio di un cammino fatto insieme. Spero che, anche per tutti  voi, la Prima Comunione che avete ricevuto in quest&#8217;Anno dell&#8217;Eucaristia sia  l’inizio di un&#8217;amicizia per tutta la vita con Gesù. Inizio di un cammino  insieme, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona.</p>
<p><em>Livia: «Santo Padre, prima del giorno della mia Prima Comunione mi sono  confessata. Mi sono poi confessata altre volte. Ma volevo chiederti: devo  confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli  stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli».</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Direi due cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti sempre  prima della Comunione, se non hai fatto peccati così gravi che sarebbe  necessario confessarsi. Quindi, non è necessario confessarsi prima di ogni  Comunione eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso  che hai commesso un peccato realmente grave, che hai offeso profondamente Gesù,  così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo  caso, quando si è in peccato &laquo;mortale&raquo;, cioè grave, è necessario confessarsi  prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho  detto, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione, è molto utile  confessarsi con una certa regolarità. È vero, di solito, i nostri peccati sono  sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre  camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per  vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede,  ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l&#8217;anima, per me stesso, se non mi  confesso mai, l&#8217;anima rimane trascurata e, alla fine, sono sempre contento di me  e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare  avanti. E questa pulizia dell&#8217;anima, che Gesù ci dà nel Sacramento della  Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche  di maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: confessarsi è  necessario soltanto in caso di un peccato grave, ma è molto utile confessarsi  regolarmente per coltivare la pulizia, la bellezza dell&#8217;anima e maturare man  mano nella vita.</p>
<p><em>Andrea: «La mia catechista, preparandomi al giorno della mia Prima  Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell&#8217;Eucaristia. Ma come? Io non lo  vedo!»</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e  sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la  ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l&#8217;abbiamo. Non vediamo, in una  parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché  possiamo parlare, pensare, decidere ecc&#8230; Così pure non vediamo, per esempio,  la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono  come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che  sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere,  sentire gli effetti. L&#8217;elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la  vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri  occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si  crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione, ecc&#8230; Quindi, non  vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù  è presente. Come ho detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde e  importanti. Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che  ci aiuta a vivere bene.</p>
<p><em>Giulia: «Santità, tutti ci dicono che è importante andare a Messa alla  domenica. Noi ci andremmo volentieri ma spesso i nostri genitori non ci  accompagnano perché alla domenica dormono, il papà e la mamma di un mio amico  lavorano in un negozio e noi spesso andiamo fuori città per trovare i nonni.  Puoi dire a loro una parola perché capiscano che è importante andare a Messa  insieme, ogni domenica?»</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Riterrei di sì, naturalmente, con grande amore, con grande rispetto per i  genitori che, certamente, hanno tante cose da fare. Ma tuttavia, con il rispetto  e l’amore di una figlia, si può dire: cara mamma, caro papà, sarebbe così  importante per noi tutti, anche per te incontrarci con Gesù. Questo ci  arricchisce, porta un elemento importante alla nostra vita. Insieme troviamo un  po&#8217; di tempo, possiamo trovare una possibilità. Forse anche dove abita la nonna  si troverà la possibilità. In una parola direi, con grande amore e rispetto per  i genitori, direi loro: &laquo;Capite che questo non è solo importante per me, non lo  dicono solo i catechisti, è importante per tutti noi; e sarà una luce della  domenica per tutta la nostra famiglia&raquo;.</p>
<p><em>Alessandro: «A cosa serve andare alla Santa Messa e ricevere la Comunione  per la vita di tutti i giorni?»</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Serve per trovare il centro della vita. Noi la viviamo in mezzo a tante  cose. E le persone che non vanno in chiesa non sanno che a loro manca proprio  Gesù. Sentono però che manca qualcosa nella loro vita. Se Dio resta assente  nella mia vita, se Gesù è assente dalla mia vita, mi manca una guida, mi manca  una amicizia essenziale, mi manca anche una gioia che è importante per la vita.  La forza anche di crescere come uomo, di superare i miei vizi e di maturare  umanamente. Quindi, non vediamo subito l&#8217;effetto dell&#8217;essere con Gesù quando  andiamo alla Comunione; lo si vede col tempo. Come anche, nel corso delle  settimane, degli anni, si sente sempre più l&#8217;assenza di Dio, l&#8217;assenza di Gesù.  È una lacuna fondamentale e distruttiva . Potrei adesso facilmente parlare dei  Paesi dove l&#8217;ateismo ha governato per anni; come ne sono risultate distrutte le  anime, ed anche la terra; e così possiamo vedere che è importante, anzi, direi,  fondamentale, nutrirsi di Gesù nella comunione. E’ Lui che ci dà la luce, ci  offre la guida per la nostra vita, una guida della quale abbiamo bisogno.</p>
<p><em>Anna: «Caro Papa, ci puoi spiegare cosa voleva dire Gesù quando ha detto  alla gente che lo seguiva: &laquo;Io sono il pane della vita&raquo;»?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Allora dobbiamo forse innanzitutto chiarire che cos&#8217;è il pane. Noi abbiamo  oggi una cucina raffinata e ricca di diversissimi cibi, ma nelle situazioni più  semplici il pane è il fondamento della nutrizione e se Gesù si chiama il pane  della vita, il pane è, diciamo, la sigla, un&#8217;abbreviazione per tutto il  nutrimento. E come abbiamo bisogno di nutrirci corporalmente per vivere, così  anche lo spirito, l&#8217;anima in noi, la volontà, ha bisogno di nutrirsi. Noi, come  persone umane, non abbiamo solo un corpo, ma anche un&#8217;anima; siamo persone  pensanti con una volontà, un’intelligenza, e dobbiamo nutrire anche lo spirito,  l&#8217;anima, perché possa maturare, perché possa realmente arrivare alla sua  pienezza. E, quindi, se Gesù dice io sono il pane della vita, vuol dire che Gesù  stesso è questo nutrimento della nostra anima, dell&#8217;uomo interiore del quale  abbiamo bisogno, perché anche l&#8217;anima deve nutrirsi. E non bastano le cose  tecniche, pur tanto importanti. Abbiamo bisogno proprio di questa amicizia di  Dio, che ci aiuta a prendere le decisioni giuste. Abbiamo bisogno di maturare  umanamente. Con altre parole, Gesù ci nutre così che diventiamo realmente  persone mature e la nostra vita diventa buona.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Adriano: «Santo Padre, ci hanno detto che oggi faremo l&#8217;Adorazione  Eucaristica? Che cosa è? Come si fa? Ce lo puoi spiegare? Grazie»</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Allora, che cos&#8217;è l&#8217;adorazione, come si fa, lo vedremo subito, perché  tutto è ben preparato: faremo delle preghiere, dei canti, la genuflessione e  siamo così davanti a Gesù. Ma, naturalmente, la tua domanda esige una risposta  più profonda: non solo come fare, ma che cosa è l&#8217;adorazione. Io direi:  adorazione è riconoscere che Gesù è mio Signore, che Gesù mi mostra la via da  prendere, mi fa capire che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da  Lui, solo se seguo la via che Lui mi mostra. Quindi, adorare è dire: «Gesù, io  sono tuo e ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia,  questa comunione con te». Potrei anche dire che l&#8217;adorazione nella sua essenza è  un abbraccio con Gesù, nel quale gli dico: «Io sono tuo e ti prego sii anche tu  sempre con me».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em><span style="color: #663300; font-size: medium;">PAROLE  DEL SANTO PADRE<br />
AL TERMINE DELL’INCONTRO </span></em> </strong></p>
<p><strong> </strong>Carissimi ragazzi e ragazze, fratelli e sorelle, alla fine di questo  bellissimo incontro trovo solo una parola: grazie.</p>
<p>Grazie per questa festa della fede.</p>
<p>Grazie per questo incontro tra di noi e con Gesù.</p>
<p>E grazie, naturalmente, a tutti che hanno reso possibile questa festa: ai  catechisti, ai sacerdoti, alle suore; a tutti voi.</p>
<p>Ripeto, alla fine, le parole d’inizio di ogni liturgia e vi dico: &laquo;La pace  sia con voi&raquo;; cioè il Signore sia con voi, la gioia sia con voi e così la vita  sia buona.</p>
<p>Buona domenica, buona notte e arrivederci tutti insieme con il Signore.</p>
<p>Grazie tante!</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mass for the Inauguration of the Pontificate of Benedict XVI</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 06:07:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, distinte Autorità e Membri del Corpo diplomatico, carissimi Fratelli e Sorelle! Per ben tre volte, in questi giorni così intensi, il canto delle litanie dei santi ci ha accompagnato: durante i funerali del nostro Santo Padre Giovanni Paolo II; in occasione dell&#8217;ingresso dei Cardinali in Conclave, ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Signori Cardinali,<br />
venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,<br />
distinte Autorità e Membri del Corpo diplomatico,<br />
carissimi Fratelli e Sorelle!<span id="more-1510"></span></p>
<p>Per ben tre  volte, in questi giorni così intensi, il canto delle litanie dei santi ci ha  accompagnato: durante i funerali del nostro Santo Padre Giovanni Paolo II; in  occasione dell&#8217;ingresso dei Cardinali in Conclave, ed anche oggi, quando le  abbiamo nuovamente cantate con l&#8217;invocazione: <em>Tu illum adiuva</em> &#8211; sostieni  il nuovo successore di San Pietro. Ogni volta in un modo del tutto particolare  ho sentito questo canto orante come una grande consolazione. Quanto ci siamo  sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II! Il Papa che per ben  26 anni è stato nostro pastore e guida nel cammino attraverso questo tempo.  Egli varcava la soglia verso l&#8217;altra vita &#8211; entrando nel mistero di Dio. Ma non  compiva questo passo da solo. Chi crede, non è mai solo &#8211; non lo è nella vita  e neanche nella morte. In quel momento noi abbiamo potuto invocare i santi di  tutti i secoli &#8211; i suoi amici, i suoi fratelli nella fede, sapendo che sarebbero  stati il corteo vivente che lo avrebbe accompagnato nell&#8217;aldilà, fino alla  gloria di Dio. Noi sapevamo che il suo arrivo era atteso. Ora sappiamo che egli  è fra i suoi ed è veramente a casa sua. Di nuovo, siamo stati consolati  compiendo il solenne ingresso in conclave, per eleggere colui che il Signore  aveva scelto. Come potevamo riconoscere il suo nome? Come potevano 115 Vescovi,  provenienti da tutte le culture ed i paesi, trovare colui al quale il Signore  desiderava conferire la missione di legare e sciogliere? Ancora una volta, noi  lo sapevamo: sapevamo che non siamo soli, che siamo circondati, condotti e  guidati dagli amici di Dio. Ed ora, in questo momento, io debole servitore di  Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità  umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari  amici, avete appena invocato l&#8217;intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni  dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si  ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che  in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di Dio mi  protegge, mi sostiene e mi porta. E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra  indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano.  Infatti alla comunità dei santi non appartengono solo le grandi figure che ci  hanno preceduto e di cui conosciamo i nomi. Noi tutti siamo la comunità dei  santi, noi battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, noi  che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo, per mezzo del quale  egli ci vuole trasformare e renderci simili a se medesimo. Sì, la Chiesa è  viva &#8211; questa è la meravigliosa esperienza di questi giorni. Proprio nei tristi  giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo  meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane.  Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi  la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la  gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva &#8211; essa è viva,  perché Cristo è vivo, perché egli è veramente risorto. Nel dolore, presente  sul volto del Santo Padre nei giorni di Pasqua, abbiamo contemplato il mistero  della passione di Cristo ed insieme toccato le sue ferite. Ma in tutti questi  giorni abbiamo anche potuto, in un senso profondo, toccare il Risorto. Ci è  stato dato di sperimentare la gioia che egli ha promesso, dopo un breve tempo di  oscurità, come frutto della sua resurrezione.</p>
<p>La Chiesa è  viva – così saluto con grande gioia e gratitudine voi tutti, che siete qui  radunati, venerati Confratelli Cardinali e Vescovi, carissimi sacerdoti, diaconi,  operatori pastorali, catechisti. Saluto voi, religiosi e religiose, testimoni  della trasfigurante presenza di Dio. Saluto voi, fedeli laici, immersi nel  grande spazio della costruzione del Regno di Dio che si espande nel mondo, in  ogni espressione della vita. Il discorso si fa pieno di affetto anche nel saluto  che rivolgo a tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono  ancora in piena comunione con noi; ed a voi fratelli del popolo ebraico, cui  siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue  radici nelle irrevocabili promesse di Dio. Il mio pensiero, infine – quasi  come un’onda che si espande – va a tutti gli uomini del nostro tempo,  credenti e non credenti.</p>
<p>Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di  governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto  esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile; non mancheranno altre  occasioni per farlo. Il mio vero programma di governo è quello di non fare la  mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta  quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare  da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra  storia. Invece di esporre un programma io vorrei semplicemente cercare di  commentare i due segni con cui viene rappresentata liturgicamente l’assunzione  del Ministero Petrino; entrambi questi segni, del resto, rispecchiano anche  esattamente ciò che viene proclamato nelle letture di oggi.</p>
<p>Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle  spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV  secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il  Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il  giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è  per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò  che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di  Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la  volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso –  e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la  salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del  Pallio è ancora più concreto: la lana d’agnello intende rappresentare la  pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette  sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella  smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa  un’immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti &#8211;  è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di  Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile  miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per  ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle,  porta la nostra umanità, porta noi stessi – Egli è il buon pastore, che  offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo  portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l’un l’altro.  Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la  seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il  pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi  sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della  fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine,  dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello  svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino  dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti  interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più  al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano  vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione.  La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in  cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita,  verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la  vita in pienezza. Il simbolo dell’agnello ha ancora un altro aspetto.  Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori  del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica:  i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a  suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è  divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro  che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore:  “Io sono il buon pastore… Io offro la mia vita per le pecore”, dice Gesù  di se stesso (<em>Gv</em> 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l’amore!  Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo  che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il  male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano  così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla  liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno  abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci  dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo  è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini.</p>
<p>Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare  gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio  si trova. “Pasci le mie pecore”, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo  momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a  soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della  verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli  ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici – in questo momento io posso  dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il  Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge  – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme.  Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli  uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli  uni gli altri.</p>
<p>Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna  l’insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell’anello del  pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel  Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte,  nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla  riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta  ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153  grossi pesci: “E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (<em>Gv </em>21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi  discepoli, corrisponde ad un racconto dell’inizio: anche allora i discepoli  non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva  invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non  era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola  getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: “Non temere! D’ora  in poi sarai pescatore di uomini” (<em>Lc</em> 5, 1–11). Anche oggi viene  detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare  della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a  Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto  particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce,  creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene  sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella  missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo  alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di  oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte  e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così  – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare  gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della  vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio  agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando  incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non  siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il  frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato,  ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti,  sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere  Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui. Il compito del pastore, del  pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perché  in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo  ingresso nel mondo.</p>
<p>Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell’immagine del pastore che in  quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all’unità.  “Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch’esse io devo  condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo  pastore” (<em>Gv</em> 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon  pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione:  “sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (<em>Gv</em> 21, 11).  Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no  – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non  delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità,  che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come  mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fa’ che siamo un  solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed  aiutaci ad essere servitori dell’unità!</p>
<p>In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa  Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro.  Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora:  “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!” Il Papa  parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse  portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso  la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa:  il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio.  Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà  dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta. Il  Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo  forse tutti in qualche modo paura &#8211; se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro  di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via  qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di  grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi  nell’angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva  dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla  di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia  si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono  realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in  quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così,  oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire  dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non  abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui,  riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la  vera vita. Amen.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Habemus Papam</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2005 20:19:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Habemus Papam]]></category>
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		<description><![CDATA[Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam: Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Josephum Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI BENEDETTO XVI Benedizione Apostolica &#171;Urbi et Orbi&#187; Cari fratelli e sorelle, dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color: #010000;">Annuntio vobis gaudium magnum;<br />
</span><span style="color: #ff0000;">habemus Papam</span>: </strong></p>
<p><strong><span id="more-79"></span></strong></p>
<p><span style="color: black;"><strong> Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,<br />
Dominum Josephum<br />
Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger<br />
qui sibi nomen imposuit Benedictum XVI</strong></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<h4>BENEDETTO XVI Benedizione Apostolica &laquo;Urbi et Orbi&raquo;</h4>
<p><span style="color: black;">Cari fratelli e sorelle,</span></p>
<p>dopo il grande Papa Giovanni Paolo II,<br />
i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore.</p>
<p>Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere.</p>
<p>Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiutera e Maria sua Santissima Madre stara dalla nostra parte. Grazie.</p>
<p><em>[Dear brothers and sisters, after the great Pope John Paul II, the Cardinals have elected me, a simple, humble labourer in the vineyard of the Lord. The fact that the Lord knows how to work and to act even with insufficient instruments comforts me, and above all I entrust myself to your prayers. In the joy of the Risen Lord, confident of his unfailing help, let us move forward. The Lord will help us, and Mary, His Most Holy Mother, will be on our side. Thank you.]</em><strong><span style="color: black;"> </span></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Funeral of John Paul II (Giovanni Paolo II &#8211; Karol Wojtyla)</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2005 09:50:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Omelia dell’em.mo card. Joseph Ratzinger загрузить русские субтитры &#171;Seguimi&#187; dice il Signore risorto a Pietro, come sua ultima parola a questo discepolo, scelto per pascere le sue pecore. &#171;Seguimi&#187; – questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><strong><span style="font-size: 12pt;">Omelia dell’em.mo card. Joseph Ratzinger</span></strong></strong></p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://benedictxvi.tv/site/subtitl/Ratzinger-speech-during-funeral-JPII.srt"><img class="alignnone size-full wp-image-306" title="russian subtitle " src="http://benedictxvi.tv/site/wp-content/uploads/2005/04/001.gif" alt="russian subtitle " width="20" height="18" /></a> <a title="russian subtitle" href="http://benedictxvi.tv/site/subtitl/Ratzinger-speech-during-funeral-JPII.srt" target="_blank">загрузить русские субтитры</a></p>
<p>&laquo;Seguimi&raquo; dice il Signore risorto a Pietro, come sua ultima parola a questo discepolo, scelto per pascere le sue pecore.<span id="more-302"></span> &laquo;Seguimi&raquo; – questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni Paolo II, le cui spoglie deponiamo oggi nella terra come seme di immortalità – il cuore pieno di tristezza, ma anche di gioiosa speranza e di profonda gratitudine.</p>
<p>Questi sono i sentimenti del nostro animo, Fratelli e Sorelle in Cristo, presenti in Piazza S. Pietro, nelle strade adiacenti e in diversi altri luoghi della città di Roma, popolata in questi giorni da un’immensa folla silenziosa ed orante. Tutti saluto cordialmente. A nome anche del Collegio dei Cardinali desidero rivolgere il mio deferente pensiero ai Capi di Stato, di Governo e alle delegazioni dei vari Paesi. Saluto le Autorità e i Rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane, come pure delle diverse religioni. Saluto poi gli Arcivescovi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli tutti giunti da ogni Continente; in modo speciale i giovani, che Giovanni Paolo II amava definire futuro e speranza della Chiesa. Il mio saluto raggiunge, inoltre, quanti in ogni parte del mondo sono a noi uniti attraverso la radio e la televisione in questa corale partecipazione al solenne rito di commiato dall’amato Pontefice.</p>
<p>Seguimi – da giovane studente Karol Wojtyła era entusiasta della letteratura, del teatro, della poesia. Lavorando in una fabbrica chimica, circondato e minacciato dal terrore nazista, ha sentito la voce del Signore: Seguimi! In questo contesto molto particolare cominciò a leggere libri di filosofia e di teologia, entrò poi nel seminario clandestino creato dal Cardinale Sapieha e dopo la guerra poté completare i suoi studi nella facoltà teologica dell’Università Jaghellonica di Cracovia. Tante volte nelle sue lettere ai sacerdoti e nei suoi libri autobiografici ci ha parlato del suo sacerdozio, al quale fu ordinato il 1° novembre 1946. In questi testi interpreta il suo sacerdozio in particolare a partire da tre parole del Signore. Innanzitutto questa: &laquo;Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga&raquo; (<em>Gv </em>15, 16). La seconda parola è: &laquo;Il buon pastore offre la vita per le pecore&raquo; (<em>Gv</em> 10, 11). E finalmente: &laquo;Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore&raquo; (<em>Gv</em> 15, 9). In queste tre parole vediamo tutta l’anima del nostro Santo Padre. E’ realmente andato ovunque ed instancabilmente per portare frutto, un frutto che rimane. &laquo;Alzatevi, andiamo!&raquo;, è il titolo del suo penultimo libro. &laquo;Alzatevi, andiamo!&raquo; – con queste parole ci ha risvegliato da una fede stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi. &laquo;Alzatevi, andiamo!&raquo; dice anche oggi a noi. Il Santo Padre è stato poi sacerdote fino in fondo, perché ha offerto la sua vita a Dio per le sue pecore e per l’intera famiglia umana, in una donazione quotidiana al servizio della Chiesa e soprattutto nelle difficili prove degli ultimi mesi. Così è diventato una sola cosa con Cristo, il buon pastore che ama le sue pecore. E infine &laquo;rimanete nel mio amore&raquo;: Il Papa che ha cercato l’incontro con tutti, che ha avuto una capacità di perdono e di apertura del cuore per tutti, ci dice, anche oggi, con queste parole del Signore: Dimorando nell’amore di Cristo impariamo, alla scuola di Cristo, l’arte del vero amore.</p>
<p>Seguimi! Nel luglio 1958 comincia per il giovane sacerdote Karol Wojty³a una nuova tappa nel cammino con il Signore e dietro il Signore. Karol si era recato come di solito con un gruppo di giovani appassionati di canoa ai laghi Masuri per una vacanza da vivere insieme. Ma portava con sé una lettera che lo invitava a presentarsi al Primate di Polonia, Cardinale Wyszyński e poteva indovinare lo scopo dell’incontro: la sua nomina a Vescovo ausiliare di Cracovia. Lasciare l’insegnamento accademico, lasciare questa stimolante comunione con i giovani, lasciare il grande agone intellettuale per conoscere ed interpretare il mistero della creatura uomo, per rendere presente nel mondo di oggi l’interpretazione cristiana del nostro essere – tutto ciò doveva apparirgli come un perdere se stesso, perdere proprio quanto era divenuto l’identità umana di questo giovane sacerdote. Seguimi – Karol Wojtyła accettò, sentendo nella chiamata della Chiesa la voce di Cristo. E si è poi reso conto di come è vera la parola del Signore: &laquo;Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece l’avrà perduta la salverà&raquo; (<em>Lc</em> 17, 33). Il nostro Papa – lo sappiamo tutti – non ha mai voluto salvare la propria vita, tenerla per sé; ha voluto dare se stesso senza riserve, fino all’ultimo momento, per Cristo e così anche per noi. Proprio in tal modo ha potuto sperimentare come tutto quanto aveva consegnato nelle mani del Signore è ritornato in modo nuovo: l’amore alla parola, alla poesia, alle lettere fu una parte essenziale della sua missione pastorale e ha dato nuova freschezza, nuova attualità, nuova attrazione all’annuncio del Vangelo, proprio anche quando esso è segno di contraddizione.</p>
<p>Seguimi! Nell’ottobre 1978 il Cardinale Wojtyła ode di nuovo la voce del Signore. Si rinnova il dialogo con Pietro riportato nel Vangelo di questa celebrazione: &laquo;Simone di Giovanni, mi ami? Pasci le mie pecorelle!&raquo; Alla domanda del Signore: Karol mi ami?, l’Arcivescovo di Cracovia rispose dal profondo del suo cuore: &laquo;Signore, tu sai tutto: Tu sai che ti amo&raquo;. L’amore di Cristo fu la forza dominante nel nostro amato Santo Padre; chi lo ha visto pregare, chi lo ha sentito predicare, lo sa. E così, grazie a questo profondo radicamento in Cristo ha potuto portare un peso, che va oltre le forze puramente umane: Essere pastore del gregge di Cristo, della sua Chiesa universale. Non è qui il momento di parlare dei singoli contenuti di questo Pontificato così ricco. Vorrei solo leggere due passi della liturgia di oggi, nei quali appaiono elementi centrali del suo annuncio. Nella prima lettura dice San Pietro &#8211; e dice il Papa con San Pietro &#8211; a noi: &laquo;In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è Signore di tutti&raquo; (<em>Atti</em> 10, 34-36). E, nella seconda lettura, San Paolo &#8211; e con San Paolo il nostro Papa defunto – ci esorta ad alta voce: &laquo;Fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi&raquo; (<em>Fil</em> 4, 1).</p>
<p>Seguimi! Insieme al mandato di pascere il suo gregge, Cristo annunciò a Pietro il suo martirio. Con questa parola conclusiva e riassuntiva del dialogo sull’amore e sul mandato di pastore universale, il Signore richiama un altro dialogo, tenuto nel contesto dell’ultima cena. Qui Gesù aveva detto: &laquo;Dove vado io voi non potete venire&raquo;. Disse Pietro: &laquo;Signore, dove vai?&raquo;. Gli rispose Gesù: &laquo;Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi&raquo; (<em>Gv</em> 13, 33.36). Gesù dalla cena va alla croce, va alla risurrezione – entra nel mistero pasquale; Pietro ancora non lo può seguire. Adesso – dopo la risurrezione – è venuto questo momento, questo &laquo;più tardi&raquo;. Pascendo il gregge di Cristo, Pietro entra nel mistero pasquale, va verso la croce e la risurrezione. Il Signore lo dice con queste parole, &laquo;… quando eri più giovane&#8230; andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi&raquo; (<em>Gv</em> 21, 18). Nel primo periodo del suo pontificato il Santo Padre, ancora giovane e pieno di forze, sotto la guida di Cristo andava fino ai confini del mondo. Ma poi sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo, sempre più ha compreso la verità delle parole: &laquo;Un altro ti cingerà…&raquo;. E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha instancabilmente e con rinnovata intensità annunciato il Vangelo, il mistero dell’amore che va fino alla fine (cf <em>Gv</em> 13, 1).</p>
<p>Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: Il limite imposto al male &laquo;è in definitiva la divina misericordia&raquo; (&laquo;Memoria e identità&raquo;, pag. 70). E riflettendo sull’attentato dice: &laquo;Cristo, soffrendo per tutti noi, ha conferito un nuovo senso alla sofferenza; l’ha introdotta in una nuova dimensione, in un nuovo ordine: quello dell’amore…E’ la sofferenza che brucia e consuma il male con la fiamma dell’amore e trae anche dal peccato una multiforme fioritura di bene&raquo; (pag. 199). Animato da questa visione, il Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio della sua sofferenza e del suo silenzio è stato così eloquente e fecondo.</p>
<p>Divina Misericordia: Il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro della misericordia di Dio nella Madre di Dio. Lui, che aveva perso in tenera età la mamma, tanto più ha amato la Madre divina. Ha sentito le parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui personalmente: &laquo;Ecco tua madre!&raquo;. Ed ha fatto come il discepolo prediletto: l’ha accolta nell’intimo del suo essere (eis ta idia: <em>Gv </em>19, 27) – Totus tuus. E dalla madre ha imparato a conformarsi a Cristo.</p>
<p>Per tutti noi rimane indimenticabile come in questa ultima domenica di Pasqua della sua vita, il Santo Padre, segnato dalla sofferenza, si è affacciato ancora una volta alla finestra del Palazzo Apostolico ed un’ultima volta ha dato la benedizione &laquo;Urbi et orbi&raquo;. Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice. Sì, ci benedica, Santo Padre. Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.</p>
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