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	<title>BENEDICT XVI.TV - VIDEO - speeches, events, clips - FREE DOWNLOAD &#187; Archive</title>
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		<title>Palm Sunday mass</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 12:03:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle! La Domenica delle Palme è il grande portale che ci introduce nella Settimana Santa, la settimana nella quale il Signore Gesù si avvia verso il culmine della sua vicenda terrena. Egli sale a Gerusalemme per portare a compimento le Scritture e per essere appeso sul legno della croce, il trono da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle!</p>
<p>La Domenica delle Palme è il grande portale che ci introduce  nella Settimana Santa, la settimana nella quale il Signore Gesù si avvia  verso il culmine della sua vicenda terrena<span id="more-2040"></span>. Egli sale a Gerusalemme per  portare a compimento le Scritture e per essere appeso sul legno della  croce, il trono da cui regnerà per sempre, attirando a sé l’umanità di  ogni tempo e offrendo a tutti il dono della redenzione. Sappiamo dai  Vangeli che Gesù si era incamminato verso Gerusalemme insieme ai Dodici,  e che a poco a poco si era associata a loro una schiera crescente di  pellegrini. San Marco ci racconta che già alla partenza da Gerico c’era  una «grande folla» che seguiva Gesù (cfr 10,46).</p>
<p>In quest’ultimo tratto del percorso si verifica un particolare  evento, che aumenta l’attesa di ciò che sta per accadere e fa sì che  l’attenzione si concentri ancora di più su Gesù. Lungo la strada,  all’uscita da Gerico, sta seduto a mendicare un uomo cieco, di nome  Bartimeo. Appena egli sente dire che sta arrivando Gesù di Nazaret,  incomincia a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (<em>Mc</em> 10,47). Si cerca di farlo tacere, ma inutilmente; finché Gesù lo fa  chiamare e lo invita ad avvicinarsi. «Che cosa vuoi che io faccia per  te?», gli chiede. E quegli: «Rabbunì, che io veda di nuovo!” (v. 51).  Gesù risponde: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Bartimeo riacquistò la  vista e si mise a seguire Gesù lungo la strada (cfr v. 52). Ed ecco che,  dopo quel segno prodigioso, accompagnato da quella invocazione «Figlio  di Davide», un fremito di speranza messianico attraversa la folla  facendo sorgere in molti una domanda: quel Gesù, che camminava davanti a  loro verso Gerusalemme, era forse il Messia, il nuovo Davide? E con il  suo ingresso ormai imminente nella città santa, era forse giunto il  tempo in cui Dio avrebbe finalmente restaurato il regno davidico?</p>
<p>Anche la preparazione dell’ingresso, che Gesù fa insieme ai suoi  discepoli, contribuisce ad aumentare questa speranza. Come abbiamo  ascoltato nel Vangelo odierno (cfr <em>Mc </em>11,1-10), Gesù arriva a  Gerusalemme da Betfage e dal Monte degli ulivi, cioè dalla strada su cui  avrebbe dovuto venire il Messia. Da lì, Egli manda avanti due  discepoli, comandando loro di portargli un puledro di asino, che  avrebbero trovato lungo la via. Essi trovano effettivamente l’asinello,  lo slegano e lo conducono a Gesù. A questo punto, gli animi dei  discepoli e anche degli altri pellegrini sono presi dall’entusiasmo:  prendono i loro mantelli e li mettono sul puledro; altri li stendono  sulla strada davanti a Gesù, che avanza in groppa all’asino. Poi  tagliano rami dagli alberi e cominciano a gridare parole del Salmo 118,  antiche parole di benedizione dei pellegrini che diventano, in quel  contesto, una proclamazione messianica: «Osanna! Benedetto colui che  viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro  padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (vv. 9-10). Questa  acclamazione festosa, trasmessa da tutti e quattro gli Evangelisti, è un  grido di benedizione, un inno di esultanza: esprime l’unanime  convinzione che, in Gesù, Dio ha visitato il suo popolo e che il Messia  desiderato finalmente è giunto. E tutti sono lì, con la crescente attesa  per l’opera che il Cristo compirà una volta entrato nella sua città.</p>
<p>Ma qual è il contenuto, la risonanza più profonda di questo grido  di giubilo? La risposta ci viene dall’intera Scrittura, la quale ci  ricorda che il Messia porta a compimento la promessa della benedizione  di Dio, la promessa originaria che Dio aveva fatto ad Abramo, il padre  di tutti i credenti: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò … e in  te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (<em>Gen</em> 12,2-3). È la promessa che Israele aveva tenuto sempre viva nella  preghiera, in particolare nella preghiera dei Salmi. Per questo, Colui  che è acclamato dalla folla come il benedetto è, nello stesso tempo,  Colui nel quale sarà benedetta l’umanità intera. Così, nella luce del  Cristo, l’umanità si riconosce profondamente unita e come avvolta dal  manto della benedizione divina, una benedizione che tutto permea, tutto  sostiene, tutto redime, tutto santifica.</p>
<p>Possiamo scoprire qui un primo grande messaggio che giunge a noi  dalla festività di oggi: l’invito ad assumere il giusto sguardo  sull’umanità intera, sulle genti che formano il mondo, sulle sue varie  culture e civiltà. Lo sguardo che il credente riceve da Cristo è lo  sguardo della benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di  cogliere la bellezza del mondo e di compatirne la fragilità. In questo  sguardo traspare lo sguardo stesso di Dio sugli uomini che Egli ama e  sulla creazione, opera delle sue mani. Leggiamo nel <em>Libro della Sapienza</em>:  «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui  peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami  tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose  che hai creato; … Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,  Signore, amante della vita» (<em>Sap</em> 11,23-24.26).</p>
<p>Ritorniamo alla pagina evangelica odierna e domandiamoci: che  cosa c’è realmente nel cuore di quanti acclamano Cristo come Re  d’Israele? Certamente avevano una loro idea del Messia, un’idea di come  dovesse agire il Re promesso dai profeti e a lungo aspettato. Non è un  caso che, pochi giorni dopo, la folla di Gerusalemme, invece di  acclamare Gesù, griderà a Pilato: «Crocifiggilo»! E gli stessi  discepoli, come pure altri che lo avevano visto e ascoltato, rimarranno  ammutoliti e smarriti. La maggior parte, infatti, era rimasta delusa dal  modo in cui Gesù aveva deciso di presentarsi come Messia e Re di  Israele. Proprio qui sta il nodo della festa di oggi, anche per noi. Chi  è per noi Gesù di Nazaret? Che idea abbiamo del Messia, che idea  abbiamo di Dio? È una questione cruciale, questa, che non possiamo  eludere, tanto più che proprio in questa settimana siamo chiamati a  seguire il nostro Re che sceglie come trono la croce; siamo chiamati a  seguire un Messia che non ci assicura una facile felicità terrena, ma la  felicità del cielo, la beatitudine di Dio. Dobbiamo allora chiederci:  quali sono le nostre vere attese? quali i desideri più profondi, con cui  siamo venuti qui oggi a celebrare la Domenica delle Palme e ad iniziare  la Settimana Santa?</p>
<p>Cari giovani, che siete qui convenuti! Questa è in modo  particolare la vostra Giornata, dovunque nel mondo è presente la Chiesa.  Per questo vi saluto con grande affetto! La Domenica delle Palme sia  per voi il giorno della decisione, la decisione di accogliere il Signore  e di seguirlo fino in fondo, la decisione di fare della sua Pasqua di  morte e risurrezione il senso stesso della vostra vita di cristiani. E’  la decisione che porta alla vera gioia, come ho voluto ricordare nel                             <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/youth/documents/hf_ben-xvi_mes_20120315_youth_it.html">Messaggio</a> ai Giovani per questa Giornata &#8211; «Siate sempre lieti nel Signore» (<em>Fil</em> 4,4) -, e come avvenne per santa Chiara di Assisi, che, ottocento anni  or sono, trascinata dall’esempio di san Francesco e dei suoi primi  compagni, proprio nella Domenica delle Palme, lasciò la casa paterna per  consacrarsi totalmente al Signore: aveva diciotto anni ed ebbe il  coraggio della fede e dell’amore, di decidersi per Cristo, trovando in  Lui la gioia e la pace.</p>
<p>Cari fratelli e sorelle, siano in particolare due i sentimenti di  questi giorni: la lode, come hanno fatto coloro che hanno accolto Gesù a  Gerusalemme con i loro «osanna»; ed il ringraziamento, perché in questa  Settimana Santa il Signore Gesù rinnoverà il dono più grande che si  possa immaginare: ci donerà la sua vita, il suo corpo e il suo sangue,  il suo amore. Ma a un dono così grande dobbiamo rispondere in modo  adeguato, ossia con il dono di noi stessi, del nostro tempo, della  nostra preghiera, del nostro stare in comunione profonda d’amore con  Cristo che soffre, muore e risorge per noi. Gli antichi Padri della  Chiesa hanno visto un simbolo di tutto ciò nel gesto della gente che  seguiva Gesù nel suo ingresso in Gerusalemme, il gesto di stendere i  mantelli davanti al Signore. Davanti a Cristo – dicevano i Padri –  dobbiamo stendere la nostra vita, le nostre persone, in atteggiamento di  gratitudine e di adorazione. Riascoltiamo, in conclusione, la voce di  uno di questi antichi Padri, quella di sant’Andrea, Vescovo di Creta:  «Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che  le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli  occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche  il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o  meglio, di tutto lui stesso &#8230; e prostriamoci ai suoi piedi come  tuniche distese &#8230; per poter offrire al vincitore della morte non più  semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami  spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli,  acclamiamo santamente: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore,  il re d’Israele”» (<em>PG</em> 97, 994). Amen!</p>
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		<title>Mexico #6. Farewell Ceremony at the international airport of Guanajuato (Silao area)</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 09:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Signor Presidente, Distinte autorità, Signori Cardinali, Cari Fratelli nell&#8217;episcopato, Amici messicani La mia breve ma intensa visita in Messico giunge ora alla fine. Ma non è la fine del mio affetto e della mia vicinanza ad un Paese che porto nell’intimo di me stesso. Parto colmo di esperienze indimenticabili, come indimenticabili sono tante attenzioni e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Signor Presidente,<br />
Distinte autorità,<br />
Signori Cardinali,<span id="more-2030"></span><br />
Cari Fratelli nell&#8217;episcopato,<br />
Amici messicani</p>
<p>La mia breve ma intensa visita in Messico giunge ora alla fine.  Ma non è la fine del mio affetto e della mia vicinanza ad un Paese che  porto nell’intimo di me stesso. Parto colmo di esperienze  indimenticabili, come indimenticabili sono tante attenzioni e  dimostrazioni di affetto ricevute. Ringrazio per le cortesi parole che  mi ha indirizzato il Signor Presidente, come pure per tutto quello che  hanno fatto le Autorità per questo significativo Viaggio. E ringrazio  con tutto il cuore quanti hanno facilitato o hanno collaborato affinché,  sia negli aspetti importanti come nei più piccoli dettagli, gli eventi  di queste giornate si siano svolti felicemente. Chiedo al Signore che  tanti sforzi non siano stati vani, e che, con il suo aiuto, producano  frutti abbondanti e duraturi nella vita di fede, speranza e carità di  León e Guanajuato, del Messico e dei Paesi fratelli dell&#8217;America Latina e  dei Caraibi.</p>
<p>Davanti alla fede in Gesù Cristo, che ho sentito vibrare nei  cuori, e alla devozione affettuosa per la sua Madre &#8211; invocata qui con  titoli tanto belli come quello di Guadalupe e della Luce &#8211; che ho visto  riflessa nei volti, desidero ripetere con forza e chiarezza un invito al  popolo messicano ad essere fedele a sé stesso e a non lasciarsi  intimorire dalle forze del male, ad essere coraggioso e lavorare  affinché la linfa delle sue radici cristiane faccia fiorire il suo  presente ed il suo futuro.</p>
<p>Sono stato anche testimone di segni di preoccupazione per diversi  aspetti della vita in questo amato Paese, alcuni rilevati più di  recente ed altri che provengono dal passato, e che continuano a causare  tante lacerazioni. Li porto ugualmente con me, condividendo sia le gioie  sia il dolore dei miei fratelli messicani, per metterli in preghiera ai  piedi della Croce, nel cuore di Cristo, dal quale scaturiscono l&#8217;acqua  ed il sangue redentori.</p>
<p>In queste circostanze, esorto ardentemente i cattolici messicani e  tutti gli uomini e donne di buona volontà, a non cedere alla mentalità  utilitarista, che finisce sempre col sacrificare i più deboli ed  indifesi. Li invito ad un sforzo solidale che permetta alla società di  rinnovarsi dalle sue fondamenta per realizzare una vita degna, giusta ed  in pace per tutti. Per i cattolici, questo contributo al bene comune è  anche un&#8217;esigenza di quella dimensione essenziale del Vangelo che è la  promozione umana ed una espressione altissima della carità. Per questo  la Chiesa esorta tutti i suoi fedeli ad essere anche buoni cittadini,  coscienti della loro responsabilità di preoccuparsi per il bene degli  altri, di tutti, sia nella sfera personale sia nei diversi settori della  società.</p>
<p>Cari amici messicani, vi dico addio nel vero senso della bella  espressione tradizionale ispanica: Rimanete con Dio! Sì, addio; sempre  nell&#8217;amore di Cristo, nel quale tutti ci incontriamo e ci incontreremo.  Che il Signore vi benedica e Maria Santissima vi protegga. Molte grazie.</p>
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		<title>Mexico #5. Vespers with the Bishops of Mexico and of Latin America in the Cathedral of Our Most Holy Mother of Light</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 18:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Signori Cardinali, Cari Fratelli nell&#8217;Episcopato È una grande gioia pregare con tutti voi in questa Basilica-Cattedrale di León, dedicata a Nostra Signora della Luce. Nella bella immagine che si venera in questo tempio, la Santissima Vergine tiene il suo Figlio in una mano con grande tenerezza, mentre stende l&#8217;altra per soccorrere i peccatori. Così vede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Signori Cardinali,<br />
Cari Fratelli nell&#8217;Episcopato</p>
<p>È una grande gioia pregare con tutti voi in questa  Basilica-Cattedrale di León<span id="more-2021"></span>, dedicata a Nostra Signora della Luce. Nella  bella immagine che si venera in questo tempio, la Santissima Vergine  tiene il suo Figlio in una mano con grande tenerezza, mentre stende  l&#8217;altra per soccorrere i peccatori. Così vede Maria la Chiesa di tutti i  tempi, che la loda per averci dato il Redentore ed a Lei si affida  perché è la Madre che il suo divin Figlio ci ha affidato dalla croce.  Per questo, noi l&#8217;imploriamo frequentemente come &laquo;speranza nostra”,  perché ci ha mostrato Gesù e trasmesso i prodigi che Dio ha fatto e fa  per l&#8217;umanità, in maniera semplice, come spiegandoli ai piccoli della  casa.</p>
<p>Un segno decisivo di questi prodigi ce lo offre la Lettura breve  che è stata proclamata in questi Vespri. Gli abitanti di Gerusalemme ed i  suoi capi non riconobbero Cristo, ma, condannandolo a morte, in realtà,  diedero compimento alle parole dei profeti (cfr <em>At </em>13,27). Sì,  la malvagità e l&#8217;ignoranza degli uomini non è capace di frenare il piano  divino della salvezza, la redenzione. Il male non può fare tanto.</p>
<p>Un&#8217;altra meraviglia di Dio ce la ricorda il secondo Salmo che  abbiamo appena recitato: la “rupe” si trasforma “in un lago, la roccia  in sorgenti d’ acqua” (<em>Sal </em>113,8). Quello che potrebbe essere  pietra di inciampo e di scandalo, col trionfo di Gesù sulla morte si  trasforma in pietra angolare: “Questo è stato fatto dal Signore: una  meraviglia ai nostri occhi” (<em>Sal</em> 117,23). Non ci sono motivi,  dunque, per arrendersi alla prepotenza del male. E chiediamo al Signore  Risorto che manifesti la sua forza nelle nostre debolezze e mancanze.</p>
<p>Attendevo con grande desiderio questo incontro con voi, Pastori  della Chiesa di Cristo che peregrina in Messico e nei diversi Paesi di  questo grande Continente, come un&#8217;occasione per guardare insieme Cristo,  che vi ha affidato il prezioso compito di annunciare il Vangelo in  questi Paesi di forte tradizione cattolica. La situazione attuale delle  vostre diocesi presenta certamente sfide e difficoltà di origine molto  diversa. Ma, sapendo che il Signore è risorto, possiamo proseguire  fiduciosi, con la convinzione che il male non ha l&#8217;ultima parola della  storia, e che Dio è capace di aprire nuovi spazi ad una speranza che non  delude (cfr <em>Rm</em> 5,5).</p>
<p>Ringrazio per il cordiale saluto che mi ha rivolto l’Arcivescovo  di Tlalnepantla, Presidente della Conferenza Episcopale Messicana e del  Consiglio Episcopale Latinoamericano, facendosi interprete e portavoce  di tutti. Chiedo a voi, Pastori delle varie Chiese particolari, che,  ritornando alle vostre sedi, trasmettiate ai vostri fedeli l&#8217;affetto  profondo del Papa, che porta nel suo cuore tutte le loro sofferenze e le  loro attese.</p>
<p>Vedendo nei vostri volti il riflesso delle preoccupazioni del  gregge di cui avete cura, mi vengono alla mente le Assemblee del Sinodo  dei Vescovi, nelle quali i partecipanti applaudono quando intervengono  coloro che esercitano il loro ministero in situazioni particolarmente  dolorose per la vita e la missione della Chiesa. Questo gesto germoglia  dalla fede nel Signore, e significa fraternità nel lavoro apostolico,  come pure gratitudine ed ammirazione per coloro che seminano il Vangelo  tra le spine, alcune in forma di persecuzione, altre di esclusione o di  disprezzo. Non mancano neppure preoccupazioni per la mancanza di mezzi e  risorse umane, o i limiti imposti alla libertà della Chiesa  nell’adempimento della sua missione.</p>
<p>Il Successore di Pietro partecipa a questi sentimenti e ringrazia  per la vostra sollecitudine pastorale paziente ed umile. Voi non siete  soli nelle difficoltà, e neppure lo siete nei successi della  evangelizzazione. Tutti siamo uniti nelle sofferenze e nella  consolazione (cfr <em>2Co</em> 1,5). Sappiate che avete un posto  particolare nella preghiera di colui che ha ricevuto da Cristo  l&#8217;incarico di confermare nella fede i suoi fratelli (cfr <em>Lc</em> 22,31), che li incoraggia anche nella missione di far sì che il Nostro  Signore Gesù Cristo sia conosciuto sempre di più, amato e seguito in  queste terre, senza lasciarsi spaventare dalle contrarietà.</p>
<p>La fede cattolica ha segnato in modo significativo la vita, i  costumi e la storia di questo Continente, nel quale molte delle sue  nazioni stanno commemorando il bicentenario della propria indipendenza.  E’ un momento storico nel quale ha continuato a splendere il nome di  Cristo, arrivato qui per opera di insigni e generosi missionari che lo  proclamarono con coraggio e con sapienza. Essi donarono tutto per  Cristo, mostrando che l&#8217;uomo trova in Lui la propria consistenza e la  forza necessaria per vivere in pienezza ed edificare una società degna  dell&#8217;essere umano, come il suo Creatore l&#8217;ha voluto. L&#8217;ideale di non  anteporre nulla al Signore e di far penetrare la Parola di Dio in tutti,  servendosi delle caratteristiche proprie e delle migliori tradizioni,  continua ad essere un prezioso orientamento per i Pastori di oggi.</p>
<p>Le iniziative che vengono realizzate a motivo dell’“Anno della  fede” devono essere finalizzate a condurre gli uomini a Cristo, la cui  grazia permetterà loro di lasciare le catene del peccato che li rende  schiavi e di avanzare verso la libertà autentica e responsabile. In  questo un aiuto è dato anche dalla <em>Misión continental</em>, promossa  in Aparecida, che sta già raccogliendo tanti frutti di rinnovamento  ecclesiale nelle Chiese particolari dell&#8217;America Latina e dei Caraibi.  Tra essi, lo studio, la diffusione e la meditazione della Sacra  Scrittura, che annuncia l&#8217;amore di Dio e la nostra salvezza. In questo  senso, vi esorto a continuare ad aprire i tesori del Vangelo, affinché  si trasformino in forza di speranza, libertà e salvezza per tutti gli  uomini (cfr <em>Rm</em> 1,16). E siate anche fedeli testimoni ed  interpreti della parola del Figlio incarnato, che visse per compiere la  volontà del Padre e, essendo uomo con gli uomini, si prodigò per essi  fino alla morte.</p>
<p>Cari Fratelli nell&#8217;Episcopato, nell&#8217;orizzonte pastorale e di  evangelizzazione che si apre davanti a noi, è di capitale rilevanza  seguire con grande attenzione i seminaristi, incoraggiandoli affinché  non si vantino “di sapere altro se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”  (<em>1Co</em> 2, 2). Non meno fondamentale è la vicinanza ai sacerdoti,  ai quali non deve mancare mai la comprensione e l&#8217;incoraggiamento del  loro Vescovo e, se fosse necessario, anche la sua paterna ammonizione su  atteggiamenti inopportuni. Sono i vostri primi collaboratori nella  comunione sacramentale del sacerdozio, ai quali dovete mostrare una  costante e privilegiata vicinanza. Lo stesso si deve dire delle diverse  forme di vita consacrata, i cui carismi devono essere stimati con  gratitudine ed accompagnati con responsabilità e rispetto del dono  ricevuto. Ed un&#8217;attenzione sempre più speciale si deve riservare ai  laici maggiormente impegnati nella catechesi, nell&#8217;animazione liturgica o  nell&#8217;azione caritativa e nell’impegno sociale. La loro formazione nella  fede è cruciale per rendere presente e fecondo il Vangelo nella società  di oggi. E non è giusto che si sentano considerati come persone di poco  conto nella Chiesa, nonostante l&#8217;impegno che pongono nel lavorare in  essa secondo la loro propria vocazione, ed il gran sacrificio che a  volte richiede questa dedizione. In tutto ciò, è particolarmente  importante per i Pastori che regni uno spirito di comunione tra  sacerdoti, religiosi e laici, evitando divisioni sterili, critiche e  diffidenze nocive.</p>
<p>Con questi fervidi auspici, vi invito ad essere sentinelle che  proclamano giorno e notte la gloria di Dio, che è la vita dell&#8217;uomo.  Siate dalla parte di coloro che sono emarginati dalla violenza, dal  potere o da una ricchezza che ignora coloro ai quali manca quasi tutto.  La Chiesa non può separare la lode a Dio dal servizio agli uomini.  L&#8217;unico Dio Padre e Creatore è quello che ci ha costituiti fratelli:  essere uomo è essere fratello e custode del prossimo. In questo cammino,  unita a tutta l&#8217;umanità, la Chiesa deve rivivere ed attualizzare quello  che è stato Gesù: il Buon Samaritano, che venendo da lontano si è  inserito nella storia degli uomini, ci ha sollevati e si è prodigato per  la nostra guarigione.</p>
<p>Cari Fratelli nell&#8217;Episcopato, la Chiesa in America Latina, che  molte volte si è unita a Gesù Cristo nella sua passione, deve continuare  ad essere seme di speranza, che permetta a tutti di vedere come i  frutti della Risurrezione raggiungono ed arricchiscono queste terre.</p>
<p>Che la Madre di Dio, invocata con il titolo di Maria Santissima  della Luce, dissipi le tenebre del nostro mondo e illumini il nostro  cammino, affinché possiamo confermare nella fede il popolo  latinoamericano nelle sue fatiche e speranze, con fermezza, con coraggio  e con fede ferma in colui che tutto può e tutti ama fino all’estremo.  Amen.</p>
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		<title>Mexico #4. Mass celebrated at the &#171;Parque del Bicentenario&#187;. Sombrero</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 09:48:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, Sono contento di essere tra voi, e desidero ringraziare vivamente Mons. José Guadalupe Martín Rábago, Arcivescovo di Leòn, per le sue gentili parole di benvenuto. Saluto l&#8217;Episcopato messicano, come pure i Signori Cardinali e gli altri Vescovi qui presenti, in particolare quelli che provengono dall&#8217;America Latina e dai Caraibi. Rivolgo inoltre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>Sono contento di essere tra voi, e desidero ringraziare vivamente<span id="more-2019"></span> Mons. José Guadalupe Martín Rábago, Arcivescovo di Leòn, per le sue gentili parole di benvenuto. Saluto l&#8217;Episcopato messicano, come pure i Signori Cardinali e gli altri Vescovi qui presenti, in particolare quelli che provengono dall&#8217;America Latina e dai Caraibi. Rivolgo inoltre il mio cordiale saluto alle Autorità che ci accompagnano e a tutti coloro che si sono riuniti per partecipare a questa Santa Messa presieduta dal Successore di Pietro.</p>
<p>&laquo;Crea in me, Signore, un cuore puro&raquo; (Sal 50,12), abbiamo invocato nel Salmo responsoriale. Questa esclamazione mostra la profondità con la quale dobbiamo prepararci per celebrare, la prossima settimana, il grande mistero della passione, morte e risurrezione del Signore. Questo ci aiuta anche a guardare nel profondo del cuore umano, specialmente nei momenti che uniscono dolore e speranza, come quelli che attraversa attualmente il popolo messicano ed anche altri popoli dell&#8217;America Latina.</p>
<p>L&#8217;anelito di un cuore puro, sincero, umile, gradito a Dio, era già molto sentito da Israele, man mano che prendeva coscienza della persistenza del male e del peccato nel suo seno, come un potere praticamente implacabile ed impossibile da superare. Non restava che confidare nella misericordia di Dio onnipotente e nella speranza che Egli cambiasse dal di dentro, dal cuore, una situazione insopportabile, oscura e senza futuro. Così si aprì la strada al ricorso alla misericordia infinita del Signore, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cfr Ez 33,11). Un cuore puro, un cuore nuovo, è quello che si riconosce impotente da sé stesso e si mette nelle mani di Dio per continuare a sperare nelle sue promesse. In questo modo, il salmista può dire convinto al Signore: “torneranno a te i peccatori” (Sal 50,15). E, verso la fine del salmo, darà una spiegazione che è contemporaneamente una ferma confessione di fede: “Un cuore affranto e umiliato, tu non lo disprezzi” (v. 19).</p>
<p>La storia di Israele narra anche grandi gesta e battaglie, ma nel momento di affrontare la sua esistenza più autentica, il suo destino più decisivo, cioè la salvezza, più che nelle proprie forze, ripone la sua speranza in Dio che può ricreare un cuore nuovo, non insensibile e arrogante. Questo può ricordare oggi ad ognuno di noi ed ai nostri popoli che, quando si tratta della vita personale e comunitaria, nella sua dimensione più profonda, non basteranno le strategie umane per salvarci. Si deve ricorrere anche all&#8217;unico che può dare vita in pienezza, perché Egli stesso è l&#8217;essenza della vita ed il suo autore, e ci ha fatto partecipi di essa attraverso il suo Figlio Gesù Cristo.</p>
<p>Il Vangelo di oggi prosegue facendoci vedere come questo antico anelito alla vita piena si è realizzato realmente in Cristo. Lo spiega san Giovanni in un passaggio nel quale si incrociano il desiderio di alcuni greci di vedere a Gesù ed il momento in cui il Signore sta per essere glorificato. Alla domanda dei greci, rappresentanti del mondo pagano, Gesù risponde dicendo: “È venuta l&#8217;ora che il Figlio dell&#8217;uomo sia glorificato” (Gv 12,23). Risposta strana che sembra incoerente con la domanda dei greci. Che cosa c’entra la glorificazione di Gesù con la richiesta di incontrarsi con Lui? In realtà c&#8217;è una relazione. Qualcuno potrebbe pensare &#8211; osserva san Agostino &#8211; che Gesù si sentisse glorificato perché andavano da Lui i pagani; qualcosa di simile all&#8217;applauso della moltitudine che dà “gloria” ai grandi del mondo, diremmo oggi. Ma non è così. “Conveniva che alla sublimità della sua glorificazione precedesse l&#8217;umiltà della sua passione” (In Joannis Ev., 51, 9: PL 35, 1766).</p>
<p>La risposta di Gesù, che annuncia la sua passione imminente, dice che un incontro occasionale in quei momenti sarebbe superfluo e forse ingannevole. Quello che i greci vogliono vedere, in realtà lo vedranno innalzato sulla croce, dalla quale Egli attirerà tutti a sé (cfr Gv 12,32). Lì inizierà la sua “gloria”, a causa del suo sacrificio di espiazione per tutti, come il chicco di grano caduto in terra, che, morendo, germina e dà frutto abbondante. Incontreranno Colui che, sicuramente senza saperlo, andavano cercando nel loro cuore: il vero Dio che si rende riconoscibile a tutti i popoli. Questo è anche il modo in cui Nostra Signora di Guadalupe ha mostrato il suo divino Figlio a san Juan Diego. Non come un eroe portentoso da leggenda, ma come il vero Dio per il quale si vive, il Creatore delle persone, della vicinanza e della prossimità, il Creatore del Cielo e della Terra (cfr Nican Mopohua, v. 33). Ella, in quello momento, fece quello che aveva già sperimentato nelle Nozze di Cana. Davanti all’imbarazzo per la mancanza di vino, indicò chiaramente ai servi che la via a seguire era suo Figlio: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5).</p>
<p>Cari fratelli, venendo qui ho potuto avvicinarmi al monumento a Cristo Re, in cima la “Cubilete”. Il mio venerato Predecessore, il beato Papa Giovanni Paolo II, benché lo desiderasse ardentemente, non poté visitare questo luogo emblematico della fede del popolo messicano, nei suoi viaggi a questa cara terra. Sicuramente oggi si rallegrerà dal cielo che il Signore mi abbia concesso la grazia di poter stare ora con voi, così come avrà benedetto i tanti milioni di messicani che hanno voluto venerare, recentemente, le sue reliquie in tutti gli angoli del Paese. Ebbene, in questo monumento si rappresenta Cristo Re. Ma le corone che lo accompagnano, una da sovrano ed un&#8217;altra di spine, indicano che la sua regalità non è come molti la intesero e la intendono. Il suo regno non consiste nel potere dei suoi eserciti per sottomettere gli altri con la forza o la violenza. Si fonda su un potere più grande, che conquista i cuori: l&#8217;amore di Dio che Egli ha portato al mondo col suo sacrificio e la verità, di cui ha dato testimonianza. Questa è la sua signoria che nessuno gli potrà togliere e che nessuno deve dimenticare. Per questo è giusto che, innanzitutto, questo santuario sia un luogo di pellegrinaggio, di preghiera fervente, di conversione, di riconciliazione, di ricerca della verità e accoglienza della grazia. A Lui, a Cristo, chiediamo che regni nei nostri cuori, rendendoli puri, docili, pieni di speranza e coraggiosi nella loro umiltà.</p>
<p>Anche oggi, da questo parco, con il quale si vuole ricordare il bicentenario della nascita della Nazione messicana, che ha unito molte differenze, ma con un destino ed un’aspirazione comuni, chiediamo a Cristo un cuore puro, dove egli possa abitare come Principe della pace, “grazie al potere di Dio, che è il potere del bene, il potere dell&#8217;amore”. E, affinché Dio abiti in noi, bisogna ascoltarlo, bisogna lasciarsi interpellare dalla sua Parola ogni giorno, meditandola nel proprio cuore, sull’esempio di Maria (cfr Lc 2,51). Così cresce la nostra amicizia personale con Lui, si impara quello che Egli attende da noi e si riceve incoraggiamento per farlo conoscere agli altri.</p>
<p>In Aparecida, i Vescovi dell&#8217;America Latina e dei Caraibi hanno colto con lungimiranza la necessità di confermare, rinnovare e rivitalizzare la novità del Vangelo, radicata nella storia di queste terre “dall&#8217;incontro personale e comunitario con Gesù Cristo che susciti discepoli e missionari” (Documento conclusivo, 11). La Misión Continental che si sta portando avanti, diocesi per diocesi, in questo Continente, ha precisamente l’obiettivo di far arrivare questa convinzione a tutti i cristiani e alle comunità ecclesiali, affinché resistano alla tentazione di una fede superficiale e abitudinaria, a volte frammentaria ed incoerente. Anche qui si deve superare la stanchezza della fede e recuperare “la gioia di essere cristiani, l’essere sostenuti dalla felicità interiore di conoscere Cristo e di appartenere alla sua Chiesa. Da questa gioia nascono anche le energie per servire Cristo nelle situazioni opprimenti di sofferenza umana, per mettersi a sua disposizione, senza ripiegarsi sul proprio benessere” (Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2011). Lo vediamo molto bene nei Santi, che si dedicarono completamente alla causa del Vangelo con entusiasmo e con gioia, senza badare ai sacrifici, anche quello della propria vita. Il loro cuore era una opzione incondizionata per Cristo dal quale avevano imparato ciò che significa veramente amare fino alla fine.</p>
<p>In questo senso, l’“Anno della fede”, che ho convocato per tutta la Chiesa, “è un invito ad un&#8217;autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo… La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia” (Lett. ap. Porta fidei, 11 ottobre 2011, 6.7).</p>
<p>Chiediamo alla Vergine Maria che ci aiuti a purificare il nostro cuore, specialmente nell’avvicinarci alla celebrazione delle feste di Pasqua, affinché giungiamo a partecipare meglio al Mistero di salvezza del suo Figlio, come Ella lo ha fatto conoscere in queste Terre. E chiediamole anche che continui ad accompagnare e proteggere i suoi cari figli messicani e latinoamericani, affinché Cristo regni nelle loro vite e li aiuti a promuovere con coraggio la pace, la concordia, la giustizia e la solidarietà. Amen.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mexico-Cuba #3. Visit to the Federal President. Greeting to children gathered at Plaza de la Paz in Guanajuato. Super</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 11:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>

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		<description><![CDATA[Queridos niños: Estoy contento de poderlos encontrar y ver sus rostros alegres llenando esta bella plaza. Ustedes ocupan un lugar muy importante en el corazón del Papa. Y en estos momentos quisiera que esto lo supieran todos los niños de México, particularmente los que soportan el peso del sufrimiento, el abandono, la violencia o el [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queridos niños:</p>
<p>Estoy contento de poderlos encontrar y ver sus rostros alegres llenando esta bella plaza. Ustedes ocupan un lugar muy importante en el corazón del Papa. Y en estos momentos quisiera<span id="more-2014"></span> que esto lo supieran todos los niños de México, particularmente los que soportan el peso del sufrimiento, el abandono, la violencia o el hambre, que en estos meses, a causa de la sequía, se ha dejado sentir fuertemente en algunas regiones. Gracias por este encuentro de fe, por la presencia festiva y el regocijo que han expresado con los cantos. Hoy estamos llenos de júbilo, y eso es importante. Dios quiere que seamos siempre felices. Él nos conoce y nos ama. Si dejamos que el amor de Cristo cambie nuestro corazón, entonces nosotros podremos cambiar el mundo. Ese es el secreto de la auténtica felicidad.</p>
<p>Este lugar en el que nos hallamos tiene un nombre que expresa el anhelo presente en el corazón de todos los pueblos: «la paz», un don que proviene de lo alto. «La paz esté con ustedes» (Jn 20,21). Son las palabras del Señor resucitado. Las oímos en cada Misa, y hoy resuenan de nuevo aquí, con la esperanza de que cada uno se transforme en sembrador y mensajero de esa paz por la que Cristo entregó su vida.</p>
<p>El discípulo de Jesús no responde al mal con el mal, sino que es siempre instrumento del bien, heraldo del perdón, portador de la alegría, servidor de la unidad. Él quiere escribir en cada una de sus vidas una historia de amistad. Ténganlo, pues, como el mejor de sus amigos. Él no se cansará de decirles que amen siempre a todos y hagan el bien. Esto lo escucharán, si procuran en todo momento un trato frecuente con él, que les ayudará aun en las situaciones más difíciles.</p>
<p>He venido para que sientan mi afecto. Cada uno de ustedes es un regalo de Dios para México y para el mundo. Su familia, la Iglesia, la escuela y quienes tienen responsabilidad en la sociedad han de trabajar unidos para que ustedes puedan recibir como herencia un mundo mejor, sin envidias ni divisiones.</p>
<p>Por ello, deseo elevar mi voz invitando a todos a proteger y cuidar a los niños, para que nunca se apague su sonrisa, puedan vivir en paz y mirar al futuro con confianza.</p>
<p>Ustedes, mis pequeños amigos, no están solos. Cuentan con la ayuda de Cristo y de su Iglesia para llevar un estilo de vida cristiano. Participen en la Misa del domingo, en la catequesis, en algún grupo de apostolado, buscando lugares de oración, fraternidad y caridad. Eso mismo vivieron los beatos Cristóbal, Antonio y Juan, los niños mártires de Tlaxcala, que conociendo a Jesús, en tiempos de la primera evangelización de México, descubrieron que no había tesoro más grande que él. Eran niños como ustedes, y de ellos podemos aprender que no hay edad para amar y servir.</p>
<p>Quisiera quedarme más tiempo con ustedes, pero ya debo irme. En la oración seguiremos juntos. Los invito, pues, a rezar continuamente, también en casa; así experimentarán la alegría de hablar con Dios en familia. Recen por todos, también por mí. Yo rezaré por ustedes, para que México sea un hogar en el que todos sus hijos vivan con serenidad y armonía. Los bendigo de corazón y les pido que lleven el cariño y la bendición del Papa a sus padres y hermanos, así como a sus demás seres queridos. Que la Virgen les acompañe.</p>
<p>Muchas gracias, mis pequeños amigos.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mexico-Cuba #2. Welcome Ceremony at the International Airport of Guanajuato, León</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 10:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[visit Mexico]]></category>

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		<description><![CDATA[Excelentísimo Señor Presidente de la República, Señores Cardenales, Venerados hermanos en el Episcopado y el Sacerdocio, Distinguidas autoridades, Amado pueblo de Guanajuato y de México entero Me siento muy feliz de estar aquí, y doy gracias a Dios por haberme permitido realizar el deseo, guardado en mi corazón desde hace mucho tiempo, de poder confirmar [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Excelentísimo Señor Presidente de la República,<br />
Señores Cardenales,<br />
Venerados hermanos en el Episcopado y el Sacerdocio,<br />
Distinguidas autoridades,<br />
Amado pueblo de Guanajuato y de México entero<span id="more-2010"></span></p>
<p>Me siento muy feliz de estar aquí, y doy gracias a Dios por haberme permitido realizar el deseo, guardado en mi corazón desde hace mucho tiempo, de poder confirmar en la fe al Pueblo de Dios de esta gran nación en su propia tierra. Es proverbial el fervor del pueblo mexicano con el Sucesor de Pedro, que lo tiene siempre muy presente en su oración. Lo digo en este lugar, considerado el centro geográfico de su territorio, al cual ya quiso venir desde su primer viaje mi venerado predecesor, el beato Juan Pablo II. Al no poder hacerlo, dejó en aquella ocasión un mensaje de aliento y bendición cuando sobrevolaba su espacio aéreo. Hoy me siento dichoso de hacerme eco de sus palabras, en suelo firme y entre ustedes: Agradezco ― decía en su mensaje ― el afecto al Papa y la fidelidad al Señor de los fieles del Bajío y de Guanajuato. Que Dios les acompañe siempre (cf. Telegrama, 30 enero 1979).</p>
<p>Con este recuerdo entrañable, le doy las gracias, Señor Presidente, por su cálido recibimiento, y saludo con deferencia a su distinguida esposa y demás autoridades que han querido honrarme con su presencia. Un saludo muy especial a Monseñor José Guadalupe Martín Rábago, Arzobispo de León, así como a Monseñor Carlos Aguiar Retes, Arzobispo de Tlalnepantla, y Presidente de la Conferencia del Episcopado Mexicano y del Consejo Episcopal Latinoamericano. Con esta breve visita, deseo estrechar las manos de todos los mexicanos y abarcar a las naciones y pueblos latinoamericanos, bien representados aquí por tantos obispos, precisamente en este lugar en el que el majestuoso monumento a Cristo Rey, en el cerro del Cubilete, da muestra de la raigambre de la fe católica entre los mexicanos, que se acogen a su constante bendición en todas sus vicisitudes.</p>
<p>México, y la mayoría de los pueblos latinoamericanos, han conmemorado el bicentenario de su independencia, o lo están haciendo en estos años. Muchas han sido las celebraciones religiosas para dar gracias a Dios por este momento tan importante y significativo. Y en ellas, como se hizo en la Santa Misa en la Basílica de San Pedro, en Roma, en la solemnidad de Nuestra Señora de Guadalupe, se invocó con fervor a María Santísima, que hizo ver con dulzura cómo el Señor ama a todos y se entregó por ellos sin distinciones. Nuestra Madre del cielo ha seguido velando por la fe de sus hijos también en la formación de estas naciones, y lo sigue haciendo hoy ante los nuevos desafíos que se les presentan.</p>
<p>Vengo como peregrino de la fe, de la esperanza y de la caridad. Deseo confirmar en la fe a los creyentes en Cristo, afianzarlos en ella y animarlos a revitalizarla con la escucha de la Palabra de Dios, los sacramentos y la coherencia de vida. Así podrán compartirla con los demás, como misioneros entre sus hermanos, y ser fermento en la sociedad, contribuyendo a una convivencia respetuosa y pacífica, basada en la inigualable dignidad de toda persona humana, creada por Dios, y que ningún poder tiene derecho a olvidar o despreciar. Esta dignidad se expresa de manera eminente en el derecho fundamental a la libertad religiosa, en su genuino sentido y en su plena integridad.</p>
<p>Como peregrino de la esperanza, les digo con san Pablo: «No se entristezcan como los que no tienen esperanza» (1 Ts 4,13). La confianza en Dios ofrece la certeza de encontrarlo, de recibir su gracia, y en ello se basa la esperanza de quien cree. Y, sabiendo esto, se esfuerza en transformar también las estructuras y acontecimientos presentes poco gratos, que parecen inconmovibles e insuperables, ayudando a quien no encuentra en la vida sentido ni porvenir. Sí, la esperanza cambia la existencia concreta de cada hombre y cada mujer de manera real (cf. Spe salvi, 2). La esperanza apunta a «un cielo nuevo y una tierra nueva» (Ap 21,1), tratando de ir haciendo palpable ya ahora algunos de sus reflejos. Además, cuando arraiga en un pueblo, cuando se comparte, se difunde como la luz que despeja las tinieblas que ofuscan y atenazan. Este país, este Continente, está llamado a vivir la esperanza en Dios como una convicción profunda, convirtiéndola en una actitud del corazón y en un compromiso concreto de caminar juntos hacia un mundo mejor. Como ya dije en Roma, «continúen avanzando sin desfallecer en la construcción de una sociedad cimentada en el desarrollo del bien, el triunfo del amor y la difusión de la justicia» (Homilía en la solemnidad de Nuestra Señor de Guadalupe, Roma, 12 diciembre 2011).</p>
<p>Junto a la fe y la esperanza, el creyente en Cristo, y la Iglesia en su conjunto, vive y practica la caridad como elemento esencial de su misión. En su acepción primera, la caridad «es ante todo y simplemente la respuesta a una necesidad inmediata en una determinada situación» (Deus caritas est, 31,a), como es socorrer a los que padecen hambre, carecen de cobijo, están enfermos o necesitados en algún aspecto de su existencia. Nadie queda excluido por su origen o creencias de esta misión de la Iglesia, que no entra en competencia con otras iniciativas privadas o públicas, es más, ella colabora gustosa con quienes persiguen estos mismos fines. Tampoco pretende otra cosa que hacer de manera desinteresada y respetuosa el bien al menesteroso, a quien tantas veces lo que más le falta es precisamente una muestra de amor auténtico.</p>
<p>Señor Presidente, amigos todos: en estos días pediré encarecidamente al Señor y a la Virgen de Guadalupe por este pueblo, para que haga honor a la fe recibida y a sus mejores tradiciones; y rezaré especialmente por quienes más lo precisan, particularmente por los que sufren a causa de antiguas y nuevas rivalidades, resentimientos y formas de violencia. Ya sé que estoy en un país orgulloso de su hospitalidad y deseoso de que nadie se sienta extraño en su tierra. Lo sé, lo sabía ya, pero ahora lo veo y lo siento muy dentro del corazón. Espero con toda mi alma que lo sientan también tantos mexicanos que viven fuera de su patria natal, pero que nunca la olvidan y desean verla crecer en la concordia y en un auténtico desarrollo integral. Muchas gracias.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Mass at the Roman Parish of St John Baptist de La Salle at Torrino</title>
		<link>http://benedictxvi.tv/site/2012/03/04/mass-at-the-roman-parish-of-st-john-baptist-de-la-salle-at-torrino/</link>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 10:15:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[mass]]></category>

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		<description><![CDATA[SALUTO AI BAMBINI ALL’ARRIVO IN PARROCCHIA Cari bambini! Buona domenica, buona giornata! Per me è una grande gioia vedere tanti bambini. Allora Roma vive e vivrà anche domani! Voi siete in cammino di Catechesi: imparate Gesù, imparate che cosa ha fatto, detto, sofferto; imparate, così, anche la Chiesa, i Sacramenti e così imparate anche a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>SALUTO AI BAMBINI ALL’ARRIVO IN PARROCCHIA</p>
<p>Cari bambini!</p>
<p>Buona domenica, buona giornata!<span id="more-1997"></span></p>
<p>Per me è una grande gioia vedere tanti bambini. Allora Roma vive e  vivrà anche domani! Voi siete in cammino di Catechesi: imparate Gesù,  imparate che cosa ha fatto, detto, sofferto; imparate, così, anche la  Chiesa, i Sacramenti e così imparate anche a vivere, perché vivere è  un’arte, e Gesù ci mostra quest’arte.</p>
<p>Auguro a tutti un buona domenica. E poi già oggi vi auguro anche buona Pasqua.</p>
<p>Grazie per la vostra cordialità!</p>
<p><strong>OMELIA DEL SANTO PADRE</strong></p>
<p>Cari fratelli e sorelle della Parrocchia di San Giovanni Battista de La Salle!</p>
<p>Innanzitutto vorrei dire, con tutto il mio cuore, grazie per questa  accoglienza così cordiale, calorosa. Grazie al buon Parroco per le sue  belle parole, grazie per questo spirito di familiarità che trovo. Siamo  realmente famiglia di Dio e il fatto che vedete nel Papa anche il papà, è  per me una cosa molto bella che mi incoraggia! Ma adesso dobbiamo  pensare che anche il Papa non è l’ultima istanza: l’ultima istanza è il  Signore e guardiamo al Signore per percepire, per capire – in quanto  possibile – qualcosa del messaggio di questa seconda Domenica della  Quaresima.</p>
<p>La liturgia di questo giorno ci prepara sia al mistero della Passione  – lo abbiamo sentito nella prima Lettura – sia alla gioia della  Risurrezione.</p>
<p>La prima Lettura ci riferisce l’episodio in cui Dio mette alla prova  Abramo (cfr Gen 22,1-18). Egli aveva un unico figlio, Isacco, natogli in  vecchiaia. Era il figlio della promessa, il figlio che avrebbe dovuto  portare poi la salvezza anche ai popoli. Ma un giorno Abramo riceve da  Dio il comando di offrirlo in sacrificio. L’anziano patriarca si trova  di fronte alla prospettiva di un sacrificio che per lui, padre, è  certamente il più grande che si possa immaginare. Tuttavia non esita  neppure un istante e, dopo aver preparato il necessario, parte insieme  ad Isacco per il luogo stabilito.</p>
<p>E possiamo immaginare questa camminata verso la cima del monte, che  cosa sia successo nel suo cuore e nel cuore del figlio. Costruisce un  altare, colloca la legna e, legato il ragazzo, afferra il coltello per  immolarlo. Abramo si fida totalmente di Dio, da essere disposto anche a  sacrificare il proprio figlio e, con il figlio, il futuro, perché senza  figlio la promessa della terra era niente, finisce nel niente. E  sacrificando il figlio sacrifica se stesso, tutto il suo futuro, tutta  la promessa. È realmente un atto di fede radicalissimo. In questo  momento viene fermato da un ordine dall’alto: Dio non vuole la morte, ma  la vita, il vero sacrificio non dà morte, ma è la vita e l’obbedienza  di Abramo è diventa fonte di una immensa benedizione fino ad oggi.  Lasciamo questo, ma possiamo meditare questo mistero.</p>
<p>Nella seconda Lettura, san Paolo afferma che Dio stesso ha compiuto  un sacrificio: ci ha dato il suo proprio Figlio, lo ha donato sulla  Croce per vincere il peccato e la morte, per vincere il maligno e per  superare tutta la malizia che esiste nel mondo. E questa straordinaria  misericordia di Dio suscita l’ammirazione dell’Apostolo e una profonda  fiducia nella forza dell’amore di Dio per noi; afferma, infatti san  Paolo: «[Dio], che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha  consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?»  (Rm 8,32).</p>
<p>Se Dio dà se stesso nel Figlio, ci dà tutto. E Paolo insiste sulla  potenza del sacrificio redentore di Cristo contro ogni altro potere che  può insidiare la nostra vita. Egli si chiede: «Chi muoverà accuse contro  coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi ci  condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e  intercede per noi!» (vv. 33-34).</p>
<p>Noi siamo nel cuore di Dio, questa è la nostra grande fiducia. Questo  crea amore e nell’amore andiamo verso Dio. Se Dio ha donato il proprio  Figlio per tutti noi, nessuno potrà accusarci, nessuno potrà  condannarci, nessuno potrà separarci dal suo immenso amore. Proprio il  sacrificio supremo di amore sulla Croce, che il Figlio di Dio ha  accettato e scelto volontariamente, diventa fonte della nostra  giustificazione, della nostra salvezza. E pensiamo che nella Sacra  Eucaristia è sempre presente questo atto del Signore che nel suo cuore  rimane in eterno, e questo atto del suo cuore ci attira, ci unisce con  se stesso.</p>
<p>Finalmente, il Vangelo ci parla dell’episodio della trasfigurazione  (cfr Mc 9,2-10): Gesù si manifesta nella sua gloria prima del sacrificio  della Croce e Dio Padre lo proclama suo Figlio prediletto, l’amato, e  invita i discepoli ad ascoltarlo. Gesù sale su un alto monte e prende  con sé tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni –, che gli saranno  particolarmente vicini nell’estrema agonia, su un altro monte, quello  degli Ulivi.</p>
<p>Da poco il Signore aveva annunciato la sua passione e Pietro non era  riuscito a capire perché il Signore, il Figlio di Dio, parlasse di  sofferenza, di rifiuto, di morte, di croce, anzi si era opposto con  decisione a questa prospettiva. Ora Gesù prende con sé i tre discepoli  per aiutarli a comprendere che la strada per giungere alla gloria, la  strada dell’amore luminoso che vince le tenebre, passa attraverso il  dono totale di sé, passa attraverso lo scandalo della Croce. E il  Signore sempre di nuovo deve prendere con sé anche noi, almeno per  cominciare a capire che questo è il cammino necessario.</p>
<p>La trasfigurazione è un momento anticipato di luce che aiuta anche  noi a guardare alla passione di Gesù con lo sguardo della fede. Essa,  sì, è un mistero di sofferenza, ma è anche la «beata passione» perché è –  nel nucleo – un mistero di amore straordinario di Dio; è l’esodo  definitivo che ci apre la porta verso la libertà e la novità della  Risurrezione, della salvezza dal male. Ne abbiamo bisogno nel nostro  cammino quotidiano, spesso segnato anche dal buio del male!</p>
<p>Cari fratelli e sorelle! Come ho già detto, sono molto lieto di  essere in mezzo a voi, oggi, per celebrare il Giorno del Signore. Saluto  cordialmente il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare del Settore, il  vostro Parroco, don Giampaolo Perugini, che ringrazio, ancora una  volta, per le gentili parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi e  anche per i graditi doni che mi avete offerto. Saluto i Vicari  Parrocchiali. E saluto le Suore Francescane Missionarie del Cuore  Immacolato di Maria, qui presenti da tanti anni, particolarmente  benemerite per la vita di questa parrocchia, che ha trovato pronta e  generosa ospitalità nella loro casa nei primi tre anni di vita. Estendo  poi il mio saluto ai Fratelli delle Scuole Cristiane, naturalmente  affezionati a questa chiesa parrocchiale che porta il nome del loro  Fondatore. Saluto, inoltre, quanti sono attivi nell’ambito della  Parrocchia: mi riferisco ai catechisti, ai membri delle Associazioni e  dei Movimenti, come pure dei diversi gruppi parrocchiali. Vorrei infine  estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del quartiere,  specialmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà.</p>
<p>Venendo oggi in mezzo a voi, ho notato la particolare posizione di  questa chiesa, posta nel punto più alto del quartiere, e dotata di un  campanile slanciato, quasi un dito o una freccia verso il cielo. Mi pare  sia questa una indicazione importante: come i tre apostoli del Vangelo,  anche noi abbiamo bisogno di salire sul monte della trasfigurazione per  ricevere la luce di Dio, perché il suo Volto illumini il nostro volto.</p>
<p>Ed è nella preghiera personale e comunitaria che noi incontriamo il  Signore non come un’idea, o come una proposta morale, ma come una  Persona che vuole entrare in rapporto con noi, che vuole essere amico e  vuole rinnovare la nostra vita per renderla come la sua.</p>
<p>E questo incontro non è solo un fatto personale; questa vostra chiesa  posta nel punto più alto del quartiere vi ricorda che il Vangelo deve  essere comunicato, annunciato a tutti. Non aspettiamo che altri vengano a  portare messaggi diversi, che non conducono alla vera vita, fatevi voi  stessi missionari di Cristo ai fratelli là dove vivono, lavorano,  studiano o soltanto trascorrono il tempo libero.</p>
<p>Conosco le tante e significative opere di evangelizzazione che state  attuando, in particolare attraverso l’oratorio chiamato «Stella polare»,  – sono felice di portare anche questa camicia [la maglietta  dell’oratorio] – dove, grazie al volontariato di persone competenti e  generose e con il coinvolgimento delle famiglie, si favorisce  l’aggregazione dei ragazzi attraverso l’attività sportiva, senza  trascurare però la formazione culturale, attraverso l’arte e la musica, e  soprattutto si educa al rapporto con Dio, ai valori cristiani e ad una  sempre più consapevole partecipazione alla celebrazione eucaristica  domenicale.</p>
<p>Mi rallegro che il senso di appartenenza alla comunità parrocchiale  sia venuto sempre più maturando e consolidandosi nel corso degli anni.  La fede va vissuta insieme e la parrocchia è un luogo in cui si impara a  vivere la propria fede nel «noi» della Chiesa. E desidero incoraggiarvi  affinché cresca anche la corresponsabilità pastorale, in una  prospettiva di autentica comunione fra tutte le realtà presenti, che  sono chiamate a camminare insieme, a vivere la complementarietà nella  diversità, a testimoniare il «noi» della Chiesa, della famiglia di Dio.  Conosco l’impegno che mettete nella preparazione dei ragazzi e dei  giovani ai Sacramenti della vita cristiana.</p>
<p>Il prossimo «Anno della fede» sia un’occasione propizia anche per  questa parrocchia per far crescere e consolidare l’esperienza della  catechesi sulle grandi verità della fede cristiana, in modo da  permettere a tutto il quartiere di conoscere e approfondire il Credo  della Chiesa, e superare quell’«analfabetismo religioso» che è uno dei  più grandi problemi del nostro oggi.</p>
<p>Cari amici! La vostra è una comunità giovane – si vede -costituita da  famiglie giovani, e tanti sono, grazie a Dio, i bambini e i ragazzi che  la popolano. A questo proposito, vorrei ricordare il compito della  famiglia e dell’intera comunità cristiana di educare alla fede, aiutati  in ciò dal tema del corrente anno pastorale, dagli orientamenti  pastorali proposti dalla Conferenza Episcopale Italiana e senza  dimenticare il profondo e sempre attuale insegnamento di san Giovanni  Battista de La Salle. In particolare, care famiglie, voi siete  l’ambiente di vita in cui si muovono i primi passi della fede; siate  comunità in cui si impara a conoscere ed amare sempre di più il Signore,  comunità in cui ci si arricchisce a vicenda per vivere una fede  veramente adulta.</p>
<p>Vorrei, infine, richiamare a voi tutti l’importanza e la centralità  dell’Eucaristia nella vita personale e comunitaria. La santa Messa sia  al centro della vostra Domenica, che va riscoperta e vissuta come giorno  di Dio e della comunità, giorno in cui lodare e celebrare Colui che è  morto e risorto per la nostra salvezza, giorno in cui vivere insieme  nella gioia di una comunità aperta e pronta ad accogliere ogni persona  sola o in difficoltà.</p>
<p>Riuniti attorno all’Eucaristia, infatti, avvertiamo più facilmente  come la missione di ogni comunità cristiana sia quella di recare il  messaggio dell’amore di Dio a tutti gli uomini. Ecco perché è importante  che l’Eucaristia sia sempre il cuore della vita dei fedeli, come lo è  quest’oggi.</p>
<p>Cari fratelli e sorelle! Dal Tabor, il monte della Trasfigurazione,  l’itinerario quaresimale ci conduce fino al Golgota, monte del supremo  sacrificio di amore dell’unico Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza.  In quel sacrificio è racchiusa la più grande forza di trasformazione  dell’uomo e della storia. Assumendo su di sé ogni conseguenza del male e  del peccato, Gesù è risorto il terzo giorno come vincitore della morte e  del Maligno. La Quaresima ci prepara a partecipare personalmente a  questo grande mistero della fede, che celebreremo nel Triduo della  passione, morte e risurrezione di Cristo. Alla Vergine Maria affidiamo  il nostro cammino quaresimale, come quello della Chiesa intera. Ella,  che ha seguito il suo Figlio Gesù fino alla Croce, ci aiuti ad essere  discepoli fedeli di Cristo, cristiani maturi, per poter partecipare  insieme con Lei alla pienezza della gioia pasquale. Amen!</p>
<p><strong>PAROLE DI CONGEDO DEL SANTO PADRE</strong></p>
<p>Cari amici,</p>
<p>grazie per questa bella celebrazione e per la chiesa, con la Madonna e i Santi. Siamo una famiglia con tutti i Santi.</p>
<p>Domenica scorsa il Signore ci ha guidato nel deserto; questa  domenica, al monte: sono sempre luoghi privilegiati per essere un po’  più vicino a Dio, uscire da tutte le cose di ogni giorno e percepire che  c’è Dio, che è il centro della nostra vita.</p>
<p>Vi auguro che possiate sentire la vicinanza di Dio e che vi guidi ogni giorno.</p>
<p>Buona domenica, buona Quaresima a tutti voi!</p>
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		<title>Christmas mass 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 19:49:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, La lettura tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo a Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola &#171;apparuit&#171;, che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora: apparuit – &#171;è apparso&#187;. È questa una parola programmatica con cui la Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>La lettura tratta dalla Lettera di<em> </em>san Paolo<em> </em>Apostolo<em> </em>a  Tito, che abbiamo appena ascoltato, inizia solennemente con la parola &laquo;<em>apparuit</em>&laquo;,  che ritorna poi di nuovo anche nella lettura della Messa dell’aurora<span id="more-1991"></span>: <em>apparuit</em> – &laquo;è apparso&raquo;. È questa una parola programmatica con cui la  Chiesa, in modo riassuntivo, vuole esprimere l’essenza del Natale. Prima, gli  uomini avevano parlato e creato immagini umane di Dio in molteplici modi. Dio  stesso aveva parlato in diversi modi agli uomini (cfr <em>Eb</em> 1,1: <em>lettura  nella Messa del giorno</em>). Ma ora è avvenuto qualcosa di più: Egli è  apparso. Si è mostrato. È uscito dalla luce inaccessibile in cui dimora. Egli  stesso è venuto in mezzo a noi. Questa era per la Chiesa antica la grande gioia  del Natale: Dio è apparso. Non è più soltanto un’idea, non soltanto  qualcosa da intuire a partire dalle parole. Egli è &laquo;apparso&raquo;. Ma ora  ci domandiamo: Come è apparso? Chi è Lui veramente? La lettura della Messa  dell’aurora dice al riguardo: &laquo;apparvero la bontà di Dio … e il suo  amore per gli uomini&raquo; (<em>Tt</em> 3,4). Per gli uomini del tempo  precristiano, che di fronte agli orrori e alle contraddizioni del mondo temevano  che anche Dio non fosse del tutto buono, ma potesse senz’altro essere anche  crudele ed arbitrario, questa era una vera &laquo;epifania&raquo;, la grande luce  che ci è apparsa: Dio è pura bontà. Anche oggi, persone che non riescono più  a riconoscere Dio nella fede si domandano se l’ultima potenza che fonda e  sorregge il mondo sia veramente buona, o se il male non sia altrettanto potente  ed originario quanto il bene e il bello, che in attimi luminosi incontriamo nel  nostro cosmo. &laquo;Apparvero la bontà di Dio … e il suo amore per gli  uomini&raquo;: questa è una nuova e consolante certezza che ci viene donata a  Natale.</p>
<p>In tutte e tre le Messe del Natale la liturgia cita un brano tratto dal Libro  del Profeta Isaia, che descrive ancora più concretamente l’epifania avvenuta  a Natale: &laquo;Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle  sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente,  Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non  avrà fine&raquo; (<em>Is</em> 9,5s). Non sappiamo se il profeta con questa parola  abbia pensato a un qualche bambino nato nel suo periodo storico. Sembra però  impossibile. Questo è l’unico testo nell’Antico Testamento in cui di un  bambino, di un essere umano si dice: il suo nome sarà Dio potente, Padre per  sempre. Siamo di fronte ad una visione che va di gran lunga al di là del  momento storico verso ciò che è misterioso, collocato nel futuro. Un bambino,  in tutta la sua debolezza, è Dio potente. Un bambino, in tutta la sua indigenza  e dipendenza, è Padre per sempre. &laquo;E la pace non avrà fine&raquo;. Il  profeta ne aveva prima parlato come di &laquo;una grande luce&raquo; e a proposito  della pace proveniente da Lui aveva affermato che il bastone dell’aguzzino,  ogni calzatura di soldato che marcia rimbombando, ogni mantello intriso di  sangue sarebbero stati bruciati (cfr <em>Is</em> 9,1.3-4).</p>
<p>Dio è apparso – come bambino. Proprio così Egli si contrappone ad ogni  violenza e porta un messaggio che è pace. In questo momento, in cui il mondo è  continuamente minacciato dalla violenza in molti luoghi e in molteplici modi; in  cui ci sono sempre di nuovo bastoni dell’aguzzino e mantelli intrisi di  sangue, gridiamo al Signore: Tu, il Dio potente, sei apparso come bambino e ti  sei mostrato a noi come Colui che ci ama e mediante il quale l’amore vincerà.  E ci hai fatto capire che, insieme con Te, dobbiamo essere operatori di pace.  Amiamo il Tuo essere bambino, la Tua non violenza, ma soffriamo per il fatto che  la violenza perdura nel mondo, e così Ti preghiamo anche: dimostra la Tua  potenza, o Dio. In questo nostro tempo, in questo nostro mondo, fa’ che i  bastoni dell’aguzzino, i mantelli intrisi di sangue e gli stivali rimbombanti  dei soldati vengano bruciati, così che la Tua pace vinca in questo nostro  mondo.</p>
<p>Natale è epifania – il manifestarsi di Dio e della sua grande luce in un  bambino che è nato per noi. Nato nella stalla di Betlemme, non nei palazzi dei  re. Quando, nel 1223, San Francesco di Assisi celebrò a Greccio il Natale con un  bue e un asino e una mangiatoia piena di fieno, si rese visibile una nuova  dimensione del mistero del Natale. Francesco di Assisi ha chiamato il Natale  &laquo;la festa delle feste&raquo; – più di tutte le altre solennità – e l’ha  celebrato con &laquo;ineffabile premura&raquo; (<em>2 Celano</em>, 199: <em>Fonti  Francescane</em>, 787). Baciava con grande devozione le immagini del bambinello e  balbettava parole di dolcezza alla maniera dei bambini, ci racconta Tommaso da  Celano (<em>ivi</em>). Per la Chiesa antica, la festa delle feste era la Pasqua:  nella risurrezione, Cristo aveva sfondato le porte della morte e così aveva  radicalmente cambiato il mondo: aveva creato per l’uomo un posto in Dio  stesso. Ebbene, Francesco non ha cambiato, non ha voluto cambiare questa  gerarchia oggettiva delle feste, l’interna struttura della fede con il suo  centro nel mistero pasquale. Tuttavia, attraverso di lui e mediante il suo modo  di credere è accaduto qualcosa di nuovo: Francesco ha scoperto in una  profondità tutta nuova l’umanità di Gesù. Questo essere uomo da parte di  Dio gli si rese evidente al massimo nel momento in cui il Figlio di Dio, nato  dalla Vergine Maria, fu avvolto in fasce e venne posto in una mangiatoia. La  risurrezione presuppone l’incarnazione. Il Figlio di Dio come bambino, come  vero figlio di uomo – questo toccò profondamente il cuore del Santo di  Assisi, trasformando la fede in amore. &laquo;Apparvero la bontà di Dio e il suo  amore per gli uomini&raquo;: questa frase di san Paolo acquistava così una  profondità tutta nuova. Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per  così dire, toccare Dio e accarezzarlo. Così l’anno liturgico ha ricevuto un  secondo centro in una festa che è, anzitutto, una festa del cuore.</p>
<p>Tutto ciò non ha niente di sentimentalismo. Proprio nella nuova esperienza  della realtà dell’umanità di Gesù si rivela il grande mistero della fede.  Francesco amava Gesù, il bambino, perché in questo essere bambino gli si rese  chiara l’umiltà di Dio. Dio è diventato povero. Il suo Figlio è nato nella  povertà della stalla. Nel bambino Gesù, Dio si è fatto dipendente, bisognoso  dell’amore di persone umane, in condizione di chiedere il loro – il nostro  – amore. Oggi il Natale è diventato una festa dei negozi, il cui luccichio  abbagliante nasconde il mistero dell’umiltà di Dio, la quale ci invita all’umiltà  e alla semplicità. Preghiamo il Signore di aiutarci ad attraversare con lo  sguardo le facciate luccicanti di questo tempo fino a trovare dietro di esse il  bambino nella stalla di Betlemme, per scoprire così la vera gioia e la vera  luce.</p>
<p>Sulla mangiatoia, che stava tra il bue e l’asino, Francesco faceva  celebrare la santissima Eucaristia (cfr <em>1 Celano</em>, 85: <em>Fonti</em>, 469).  Successivamente, sopra questa mangiatoia venne costruito un altare, affinché  là dove un tempo gli animali avevano mangiato il fieno, ora gli uomini  potessero ricevere, per la salvezza dell’anima e del corpo, la carne dell’Agnello  immacolato Gesù Cristo, come racconta il Celano (cfr <em>1 Celano</em>, 87: <em>Fonti</em>,  471). Nella Notte santa di Greccio, Francesco quale diacono aveva personalmente  cantato con voce sonora il Vangelo del Natale. Grazie agli splendidi canti  natalizi dei frati, la celebrazione sembrava tutta un sussulto di gioia (cfr <em>1  Celano</em>, 85 e 86: <em>Fonti</em>, 469 e 470). Proprio l’incontro con l’umiltà  di Dio si trasformava in gioia: la sua bontà crea la vera festa.</p>
<p>Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme,  scopre che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso  il quale gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran  parte murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione  era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma  soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera  entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò  si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare  in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora  dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione &laquo;illuminata&raquo;.  Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che  ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino  interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità  esteriore ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci,  andare spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il  portale della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e  dalle nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena  nato. Celebriamo così la liturgia di questa Notte santa e rinunciamo a fissarci  su ciò che è materiale, misurabile e toccabile. Lasciamoci rendere semplici da  quel Dio che si manifesta al cuore diventato semplice. E preghiamo in quest’ora  anzitutto anche per tutti coloro che devono vivere il Natale in povertà, nel  dolore, nella condizione di migranti, affinché appaia loro un raggio della  bontà di Dio; affinché tocchi loro e noi quella bontà che Dio, con la nascita  del suo Figlio nella stalla, ha voluto portare nel mondo. Amen.</p>
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		<title>Benedict XVI makes emotional visit to Rome prison &#171;Rebibbia&#187;. Super</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 15:13:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia<span id="more-1984"></span>, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole di benvenuto, rivoltemi anche a nome vostro. Saluto il Dott. Carmelo Cantone, Direttore della Casa Circondariale, e i collaboratori, la polizia penitenziaria e i volontari che si prodigano per le attività di questo Istituto. E saluto in modo speciale tutti voi, detenuti, manifestandovi la mia vicinanza.</p>
<p>«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (<em>Mt</em> 25,36). Queste sono le parole del giudizio finale, raccontato dall’evangelista Matteo, e queste parole del Signore, nelle quali Egli si identifica con i detenuti, esprimono in pienezza il senso della mia visita odierna tra voi. Dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare. La Chiesa ha sempre annoverato, tra le opere di misericordia corporale, la visita ai carcerati (cfr <em>Catechismo della Chiesa Cattolica,</em> 2447). E questa, per essere completa, richiede una piena capacità di accoglienza del detenuto, «facendogli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nelle proprie leggi, nelle proprie città» (cfr CEI, <em>Evangelizzazione e testimonianza della carità</em>, 39). Vorrei infatti potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno, ma, purtroppo, non è possibile; sono venuto però a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito, e siete sempre figli di Dio. E lo stesso Unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale.</p>
<p>In occasione del mio recente viaggio apostolico in Benin, nel novembre scorso, ho firmato una Esortazione apostolica postsinodale in cui ho ribadito l’attenzione della Chiesa per la giustizia negli Stati, scrivendo: «È pertanto urgente che siano adottati sistemi giudiziari e carcerari indipendenti, per ristabilire la giustizia e rieducare i colpevoli. Occorre inoltre bandire i casi di errori della giustizia e i trattamenti cattivi dei prigionieri, le numerose occasioni di non applicazione della legge che corrispondono ad una violazione dei diritti umani e le incarcerazioni che non sfociano se non tardivamente o mai in un processo. La Chiesa riconosce la propria missione profetica di fronte a coloro che sono colpiti dalla criminalità e il loro bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità. Hanno bisogno della nostra sollecitudine» (n. 83).</p>
<p>Cari fratelli e sorelle, la giustizia umana e quella divina sono molto diverse. Certo, gli uomini non sono in grado di applicare la giustizia divina, ma devono almeno guardare ad essa, cercare di cogliere lo spirito profondo che la anima, perché illumini anche la giustizia umana, per evitare – come purtroppo non di rado accade – che il detenuto divenga un escluso. Dio, infatti, è colui che proclama la giustizia con forza, ma che, al tempo stesso, cura le ferite con il balsamo della misericordia.</p>
<p>La parabola del vangelo di Matteo (20,1-16) sui lavoratori chiamati a giornata nella vigna ci fa capire in cosa consiste questa differenza tra la giustizia umana e quella divina, perché rende esplicito il delicato rapporto tra giustizia e misericordia. La parabola descrive un agricoltore che assume degli operai nella sua vigna. Lo fa però in diverse ore del giorno, così che qualcuno lavora tutto il giorno e qualcun altro solo un’ora. Al momento della consegna del compenso, il padrone suscita stupore e accende un dibattito tra gli operai. La questione riguarda la generosità &#8211; considerata dai presenti ingiustizia &#8211; del padrone della vigna, il quale decide di dare la stessa paga sia ai lavoratori del mattino sia agli ultimi del pomeriggio. Nell’ottica umana questa decisione è un’autentica ingiustizia, nell’ottica di Dio un atto di bontà, perché la giustizia divina dà a ciascuno il suo e, inoltre, comprende la misericordia e il perdono.</p>
<p>Giustizia e misericordia, giustizia e carità, cardini della dottrina sociale della Chiesa, sono due realtà differenti soltanto per noi uomini, che distinguiamo attentamente un atto giusto da un atto d’amore. Giusto per noi è &laquo;ciò che è all’altro dovuto&raquo;, mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. E una cosa sembra escludere l’altra. Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta.</p>
<p>Come è lontana la logica di Dio dalla nostra! E come è diverso dal nostro il suo modo di agire! Il Signore ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno. «Pieno compimento della legge è l’amore», scrive san Paolo (<em>Rm</em> 13,10): la nostra giustizia sarà tanto più perfetta quanto più sarà animata dall’amore per Dio e per i fratelli.</p>
<p>Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri.</p>
<p>So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria oggi, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una &laquo;doppia pena&raquo;; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione.</p>
<p>Cari amici, oggi è la quarta domenica dell’Avvento. Il Natale del Signore, ormai vicino, riaccenda di speranza e di amore il vostro cuore. La nascita del Signore Gesù, di cui faremo memoria tra pochi giorni, ci ricorda la sua missione di portare la salvezza a tutti gli uomini, nessuno escluso. La sua salvezza non si impone, ma ci raggiunge attraverso gli atti d’amore, di misericordia e di perdono che noi stessi sappiamo realizzare. Il Bambino di Betlemme sarà felice quando tutti gli uomini torneranno a Dio con cuore rinnovato. Chiediamogli nel silenzio e nella preghiera di essere tutti liberati dalla prigionia del peccato, della superbia e dell’orgoglio: ciascuno infatti ha bisogno di uscire da questo carcere interiore per essere veramente libero dal male, dalle angosce e dalla morte. Solo quel Bambino adagiato nella mangiatoia è in grado di donare a tutti questa liberazione piena!</p>
<p>Vorrei terminare dicendovi che la Chiesa sostiene e incoraggia ogni sforzo diretto a garantire a tutti una vita dignitosa. Siate sicuri che io sono vicino a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai vostri bambini, ai vostri giovani, ai vostri anziani e vi porto tutti nel cuore davanti a Dio. Il Signore benedica voi e il vostro futuro!</p>
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		<title>Concert by Asturias Symphony Orchestra: Manuel de Falla, Isaac Albeniz, Rueda, Strauss, Rimsky-Korsakov</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 15:11:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, distinte Autorità, e cari amici! Agradezco de corazón al Gobierno del Principado de Asturias y a la Fundación María Cristina Masaveu Peterson, con su Presidente, el Señor Fernando Masaveu, por el espléndido concierto que nos han ofrecido, y que nos ha dado la posibilidad de hacer como [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Signori Cardinali,<br />
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,<br />
distinte Autorità, e cari amici!<span id="more-1981"></span></p>
<p>Agradezco de corazón al Gobierno del Principado de Asturias y a la  Fundación María Cristina Masaveu Peterson, con su Presidente, el Señor  Fernando Masaveu, por el espléndido concierto que nos han ofrecido, y que nos  ha dado la posibilidad de hacer como un viaje interior, llevados por la música,  a través del folclore, los sentimientos y el corazón mismo de España. Un  gracias muy especial a la Orquesta Sinfónica del Principado de Asturias,  dirigida por el maestro Maximiano Valdés, por la magnífica ejecución con la  cual nos ha transmitido también un poco del hondo y rico carácter de la  población española, y particularmente asturiana. Y gracias igualmente a todos  los que han hecho posible disfrutar de este momento, así como al Señor  Arzobispo de Oviedo y a cuantos están aquí presentes en esta significativa  ocasión.</p>
<p>Questa sera, per così dire, è stato trasferito in quest’Aula un  &laquo;pezzo&raquo; di Spagna. Abbiamo avuto modo non solo di ascoltare musiche di  alcuni tra i più celebri compositori di quella terra, come Manuel de Falla o  Isaac Albéniz, ma anche del tedesco Richard Strauss e del russo Nikolai  Rimsky-Korsakov, affascinati da quello che, nel libretto di sala, viene definito  &laquo;<em>more hispano</em>&laquo;, cioè la maniera &laquo;ispanica&raquo; di  essere, come pure di comporre e di interpretare la musica. Ed è proprio questo  l’elemento che accomuna i pezzi così vari che abbiamo ascoltato; essi hanno  una caratteristica di fondo: la capacità di comunicare musicalmente sentimenti,  emozioni, anzi direi quasi il tessuto quotidiano della vita. E questo  soprattutto perché chi compone &laquo;<em>more hispano</em>&raquo; è quasi  naturalmente portato a fondere in armonia gli elementi del folclore, della  canzone popolare, che vengono dal vivere di ogni giorno, con quella che  chiamiamo &laquo;musica colta&raquo;. Ed è un insieme di sentimenti che ci sono  stati trasmessi questa sera: la &laquo;<em>alegría de vivir</em>&laquo;, la gioia  di vivere, il clima della festa, che traspare in composizioni come le tre Danze  de &laquo;<em>El sombrero de tres picos</em>&raquo; di de Falla, o la lotta contro  il male descritta nella celebre &laquo;<em>Danza ritual del fuego</em>&raquo; dello  stesso autore; la vita animata dei quartieri delle città, come in &laquo;<em>Lavapiés</em>&laquo;,  da &laquo;Iberia&raquo; di Albéniz; il dramma di una vita che non trova pace,  come quella di don Juan, che non riesce a vivere l’amore in modo autentico e,  alla fine, si rende conto del vuoto della sua esistenza; il capolavoro di  Strauss ha reso perfettamente il passaggio dall’euforia che anima il brano  alla tristezza del vuoto espressa nel mesto finale.</p>
<p>Ma c’è un altro elemento che emerge costantemente nelle composizioni  &laquo;<em>more hispano</em>&raquo; ed è quello religioso di cui è profondamente  intrisa la gente della Spagna; lo aveva colto molto bene Rimsky-Korsakov, che  nello splendido Capriccio Spagnolo, utilizzando canti e balli folcloristici di  Spagna, include vari temi di melodie popolari religiose, come nella prima  sezione del pezzo dove si riconosce un’antica invocazione asturiana con cui si  chiede la protezione della Vergine Maria e di san Pietro, o il secondo movimento  in cui appare un canto gitano alla Madonna. Sono le meraviglie che opera la  musica, questo linguaggio universale che ci permette di superare ogni barriera e  di entrare nel mondo dell’altro, di una Nazione, di una cultura, e ci permette  anche di volgere la mente e il cuore verso l’Altro con la &laquo;A&raquo;  maiuscola, di innalzarci, cioè, al mondo di Dio.</p>
<p>Gracias una vez más al Gobierno de Asturias, a la Fundación, a los  profesores de la Orquesta Sinfónica del Principado de Asturias, al maestro Maximiano Valdés, a los organizadores, a los venidos de Asturias y a todos  ustedes. Que la Virgen María «que brilla en la altura más bella que el sol, y  es Madre y es Reina», como reza el himno a la celestial patrona de esas tierras,  les proteja siempre con su maternal ternura.</p>
<p>Auguro a tutti un buon cammino d’Avvento e di cuore vi imparto la mia  Benedizione.</p>
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