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	<title>BENEDICT XVI.TV - VIDEO - speeches, events, clips - FREE DOWNLOAD &#187; Year for Priests</title>
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		<title>General audience. Ministero ordinato</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 15:08:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2010]]></category>
		<category><![CDATA[Year for Priests]]></category>
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		<description><![CDATA[Cari amici, in questo periodo pasquale, che ci conduce alla Pentecoste e ci avvia anche alle celebrazioni di chiusura dell’Anno Sacerdotale, in programma il 9, 10 e 11 giugno prossimo, mi è caro dedicare ancora alcune riflessioni al tema del Ministero ordinato, soffermandomi sulla realtà feconda della configurazione del sacerdote a Cristo Capo, nell’esercizio dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari amici, </em></p>
<p>in questo periodo pasquale, che ci conduce alla Pentecoste e ci avvia  anche alle  celebrazioni di chiusura dell’Anno Sacerdotale, in programma il 9, 10 e  11  giugno prossimo, mi è caro dedicare ancora alcune riflessioni al tema  del  Ministero ordinato<span id="more-717"></span>, soffermandomi sulla realtà feconda della  configurazione del  sacerdote a Cristo Capo, nell’esercizio dei <em>tria munera</em> che  riceve, cioè  dei tre uffici di insegnare, santificare e governare.</p>
<p>Per capire che cosa significhi agire <em>in persona Christi</em> <em>Capitis </em>-  in persona di Cristo Capo &#8211; da parte del sacerdote, e  per capire anche  quali  conseguenze derivino dal compito di rappresentare il Signore,  specialmente  nell’esercizio di questi tre uffici, bisogna chiarire anzitutto che cosa  si  intenda per “rappresentanza”. Il sacerdote rappresenta Cristo. Cosa vuol  dire,  cosa significa “rappresentare” qualcuno? Nel linguaggio comune, vuol  dire –  generalmente &#8211; ricevere una delega da una persona per essere presente al  suo  posto, parlare e agire al suo posto, perché colui che viene  rappresentato è  assente dall’azione concreta. Ci domandiamo: il sacerdote rappresenta il  Signore  nello stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è  mai  assente,  la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è lui,  presente ed operante in  essa. Cristo non è mai assente, anzi è presente in un modo totalmente  libero dai  limiti dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione,  che  contempliamo in modo speciale in questo tempo di Pasqua.</p>
<p>Pertanto, il sacerdote che agisce in <em>persona Christi Capitis</em> e in  rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma  nella  Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua  azione  realmente efficace. Agisce realmente e realizza ciò che il sacerdote non   potrebbe fare: la consacrazione del vino e del pane perché siano  realmente  presenza del Signore, l’assoluzione dei peccati. Il Signore rende  presente la  sua propria azione nella persona che compie tali gesti. Questi tre  compiti del  sacerdote &#8211; che  la Tradizione ha identificato nelle diverse parole di  missione del Signore: insegnare,  santificare e governare &#8211; nella loro distinzione e nella loro profonda  unità  sono una specificazione di questa rappresentazione efficace. Essi sono  in realtà  le tre azioni del Cristo risorto, lo stesso che oggi nella Chiesa e nel  mondo  insegna e così crea fede, riunisce il suo popolo, crea presenza della  verità e  costruisce realmente la comunione della Chiesa universale; e santifica e  guida.</p>
<p>Il primo compito del quale vorrei parlare oggi è il <em>munus docendi</em>,  cioè  quello di insegnare. Oggi, in piena emergenza educativa, il <em>munus  docendi</em> della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il ministero di  ciascun  sacerdote, risulta particolarmente importante. Viviamo in una grande  confusione  circa le scelte fondamentali della nostra vita e gli interrogativi su  che cosa  sia il mondo, da dove viene, dove andiamo, che cosa dobbiamo fare per  compiere  il bene, come dobbiamo vivere, quali sono i valori realmente pertinenti.  In  relazione a tutto questo esistono tante filosofie contrastanti, che  nascono e  scompaiono, creando una confusione circa le decisioni fondamentali, come  vivere,  perché non sappiamo più, comunemente, da che cosa e per che cosa siamo  fatti e  dove andiamo. In questa situazione si realizza la parola del Signore,  che ebbe  compassione della folla perché erano come pecore senza pastore. (cfr <em>Mc</em> 6, 34). Il Signore aveva fatto questa costatazione quando aveva visto le   migliaia di persone che lo seguivano nel deserto perché, nella diversità  delle  correnti di quel tempo, non sapevano più quale fosse il vero senso della   Scrittura, che cosa diceva Dio. Il Signore, mosso da compassione, ha  interpretato la parola di Dio, egli stesso è la parola di Dio, e ha dato  così un  orientamento. Questa è la funzione <em>in persona Christi</em> del  sacerdote:  rendere presente, nella confusione e nel disorientamento dei nostri  tempi, la  luce della parola di Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro  mondo.  Quindi il sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia che lui  stesso ha  inventato, ha trovato o che gli piace; il sacerdote non parla da sé, non  parla  per sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non dice cose   proprie, proprie invenzioni, ma, nella confusione di tutte le filosofie,  il  sacerdote insegna in nome di Cristo presente, propone la verità che è  Cristo  stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare avanti. Per il  sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se stesso: “La mia dottrina non  è mia”  (<em>Gv</em>, 7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da Figlio, è  la  voce, la parola del Padre. Anche il sacerdote deve sempre dire e agire  così: “la  mia dottrina non è mia, non propago le mie idee o quanto mi piace, ma  sono bocca  e cuore di Cristo e rendo presente questa unica e comune dottrina, che  ha creato  la Chiesa universale e che crea vita eterna”.</p>
<p>Questo fatto, che il sacerdote cioè non inventa, non crea e non  proclama proprie  idee in quanto la dottrina che annuncia non è sua, ma di Cristo, non  significa,  d’altra parte, che egli sia neutro, quasi come un portavoce che legge un  testo  di cui, forse, non si appropria. Anche in questo caso vale il modello di  Cristo,  il quale ha detto: Io non sono da me e non vivo per me, ma vengo dal  Padre e  vivo per il Padre. Perciò, in questa profonda identificazione, la  dottrina di  Cristo è quella del Padre e lui stesso è uno col Padre. Il sacerdote che   annuncia la parola di Cristo, la fede della Chiesa e non le proprie  idee, deve  anche dire: Io non vivo da me e per me, ma vivo con Cristo e da Cristo e  perciò  quanto Cristo ci ha detto diventa mia parola anche se non è mia. La vita  del  sacerdote deve identificarsi con Cristo e, in questo modo, la parola non  propria  diventa, tuttavia, una parola profondamente personale. Sant’Agostino, su  questo  tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: “E noi che cosa siamo? Ministri  (di  Cristo), suoi servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è cosa  nostra, ma  lo tiriamo fuori dalla sua dispensa. E anche noi viviamo di essa, perché  siamo  servi come voi” (<em>Discorso 229/E</em>, 4).</p>
<p>L’insegnamento che il sacerdote è chiamato ad offrire, le verità  della fede,  devono essere interiorizzate e vissute in un intenso cammino spirituale  personale, così che realmente il sacerdote entri in una profonda,  interiore  comunione con Cristo stesso. Il sacerdote crede, accoglie e cerca di  vivere,  prima di tutto come proprio, quanto il Signore ha insegnato e  la  Chiesa ha trasmesso, in quel percorso di immedesimazione con il proprio  ministero  di cui san Giovanni Maria Vianney è testimone esemplare (cfr <em>Lettera  per  l’indizione dell’Anno Sacerdotale</em>). “Uniti nella medesima carità –  afferma  ancora sant’Agostino &#8211; siamo tutti uditori di colui che è per noi nel  cielo  l’unico Maestro” (<em>Enarr. in Ps.</em> 131, 1, 7).</p>
<p>Quella del sacerdote, di conseguenza, non di rado potrebbe sembrare  “voce di uno  che grida nel deserto” (<em>Mc</em> 1,3), ma proprio in questo consiste la  sua  forza profetica: nel non essere mai omologato, né omologabile, ad alcuna  cultura  o mentalità dominante, ma nel mostrare l’unica novità capace di operare  un  autentico e profondo rinnovamento dell’uomo, cioè che Cristo è il  Vivente, è il  Dio vicino, il Dio che opera nella vita e per la vita del mondo e ci  dona la  verità, il modo di vivere.</p>
<p>Nella preparazione attenta della predicazione festiva, senza  escludere quella  feriale, nello sforzo di formazione catechetica, nelle scuole, nelle  istituzioni  accademiche e, in modo speciale, attraverso quel libro non scritto che è  la sua  stessa vita, il sacerdote è sempre “docente”, insegna. Ma non con la  presunzione  di chi impone proprie verità, bensì con l’umile e lieta certezza di chi  ha  incontrato la Verità, ne è stato afferrato e trasformato, e perciò non  può fare a meno di  annunciarla. Il sacerdozio, infatti, nessuno lo può scegliere da sé, non  è un  modo per raggiungere una sicurezza nella vita, per conquistare una  posizione  sociale: nessuno può darselo, né cercarlo da sé. Il sacerdozio è  risposta alla  chiamata del Signore, alla sua volontà, per diventare annunciatori non  di una  verità personale, ma della sua verità.</p>
<p>Cari confratelli sacerdoti, il Popolo cristiano domanda di ascoltare  dai nostri  insegnamenti la genuina dottrina ecclesiale, attraverso la quale poter  rinnovare  l’incontro con Cristo che dona la gioia, la pace, la salvezza.  La Sacra  Scrittura, gli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, il  Catechismo della Chiesa  Cattolica costituiscono, a tale riguardo, dei punti di riferimento  imprescindibili nell’esercizio del <em>munus docendi</em>, così essenziale  per la  conversione, il cammino di fede e la salvezza degli uomini.   “Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi [...] nella Verità” (<em>Omelia  per  la Messa Crismale</em>, 9 aprile 2009), quella Verità che non è  semplicemente un concetto o un insieme  di idee da trasmettere e assimilare, ma che è  la Persona di Cristo, con  la quale, per la quale e nella quale vivere e così,  necessariamente, nasce anche l’attualità e la comprensibilità  dell’annuncio.  Solo questa consapevolezza di una Verità fatta Persona nell’Incarnazione  del  Figlio giustifica il mandato missionario: “Andate in tutto il mondo e  proclamate  il Vangelo ad ogni creatura” (<em>Mc</em> 16,15). Solo se è  la Verità è  destinato ad ogni creatura, non è una imposizione di qualcosa, ma  l’apertura del cuore a ciò per cui è creato.</p>
<p>Cari fratelli e sorelle, il Signore ha affidato ai Sacerdoti un  grande compito:  essere annunciatori della Sua Parola, della Verità che salva; essere sua  voce  nel mondo per portare ciò che giova al vero bene delle anime e  all’autentico  cammino di fede (cfr 1<em>Cor </em>6,12). San Giovanni Maria Vianney sia  di  esempio per tutti i Sacerdoti. Egli era uomo di grande sapienza ed  eroica forza  nel resistere alle pressioni culturali e sociali del suo tempo per poter   condurre le anime a Dio: semplicità, fedeltà ed immediatezza erano le  caratteristiche essenziali della sua predicazione, trasparenza della sua  fede e  della sua santità. Il Popolo cristiano ne era edificato e, come accade  per gli  autentici maestri di ogni tempo, vi riconosceva la luce della Verità. Vi   riconosceva, in definitiva, ciò che si dovrebbe sempre riconoscere in un   sacerdote: la voce del Buon Pastore.</p>
<hr /><strong>Saluti:</strong></p>
<p>C’est avec joie que j’accueille ce matin les pèlerins francophones,  en  particulier les groupes de jeunes et les paroisses. En ce temps pascal,  je vous  invite à prier pour vos prêtres et à collaborer avec eux à l’annonce de  l’Évangile. Avec ma Bénédiction apostolique!</p>
<p>I welcome all the English-speaking visitors present at today’s  Audience,  especially those from England, Wales, Scotland, Denmark, Finland,  Norway,  Sweden, Korea, Canada and the United States of America. Upon you and  your  families I cordially invoke the joy and peace of the Risen Christ!</p>
<p>Mit Freude grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Von  Herzen  bitte ich euch, stets für gute Priester und Priesterberufungen zu beten  und den  Priestern zu helfen, daß sie mehr und mehr lernen, wirklich Priester zu  sein,  daß sie den Leidenden, den Armen und den Bedürftigen Christus selber  bringen.  Der barmherzige Gott segne euch und eure Familien und schenke euch eine  gesegnete Osterzeit!</p>
<p>Saludo a los peregrinos de lengua española, venidos de España, México  y otros  países latinoamericanos, en particular a los colegios provenientes de  Alicante,  Benalúa y Linares. Os invito a continuar rezando por vuestros  sacerdotes, para  que este Año sea un periodo de abundantes gracias, que les refuerce en  su  configuración con Cristo, Cabeza y Pastor. Muchas gracias.</p>
<p>Amados peregrinos de língua portuguesa, sede bem-vindos! A todos  saúdo  com grande afeto e alegria, de modo especial a quantos vieram de do  Brasil e de  Portugal com o desejo de encontrar o Sucessor de Pedro. Desça a minha  bênção  sobre vós, vossas famílias e comunidades. Muito obrigado!</p>
<p><strong>Saluto in lingua polacca:</strong></p>
<p>Bracia i siostry Polacy! Serdecznie pozdrawiam każdego i każdą z was.  Wiem, że  trwacie w żałobie narodowej po stracie Prezydenta i osób, które mu  towarzyszyły.  Niech umocnieniem dla was będzie przesłanie Wielkanocy, które przypomina  nam, że  „nikt z nas nie żyje dla siebie i nie umiera dla siebie: jeżeli bowiem  żyjemy,  żyjemy dla Pana; jeżeli zaś umieramy, umieramy dla Pana. I w życiu więc i  w  śmierci należymy do Pana” (Rz 14, 7). Niech będzie pochwalony Jezus  Chrystus.</p>
<p><em>Traduzione italiana:</em></p>
<p>Fratelli e sorelle polacchi! Saluto cordialmente ognuno e ognuna di  voi. So  che perseverate nel lutto nazionale dopo la scomparsa del Presidente e  delle  persone che lo accompagnavano. Vi conforti il messaggio della Pasqua che  ci  ricorda che “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se  stesso,  perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo  per il  Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm  14, 7).  Sia lodato Gesù Cristo!</p>
<p><strong>Saluto in lingua croata:</strong></p>
<p>S uskrsnom radošću pozdravljam sve hrvatske hodočasnike, a na poseban  način  vjernike iz župe Duha Svetoga iz Zagreba! Susret i hod sa živim  Gospodinom na  putu života, neka ražari vaša srca kako bi oduševljeno svjedočili svoju  vjeru i  naviještali silna Božja djela. Hvaljen Isus i Marija!</p>
<p><em>Traduzione italiana:</em></p>
<p>Nel clima della gioia pasqualesalutotuttiipellegriniCroati, in modo  particolare  quelli provenienti dalla parrocchia dello Spirito  Santo a Zagabria. L’incontro ed il cammino con il Signore vivo sul  sentiero  della vita, arda i vostri cuori affinché con entusiasmo possiate  testimoniare la  fede e proclamare le grandi opere di Dio. Siano lodati Gesù e Maria!</p>
<p><strong>Saluto in lingua ungherese:</strong></p>
<p>Szeretettel köszöntöm a magyar zarándokokat, különösen azokat, akik  Miskolcról  és  Tusnádfürdőről érkeztek. Kívánom, hogy egyre szorosabban tartozzatok  Krisztushoz és az ő evangéliumához,  s legyetek annak bátor hirdetői. Szívesen adom apostoli áldásomat.<br />
Dicsértessék a Jézus Krisztus!</p>
<p><em>Traduzione italiana:</em></p>
<p>Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini ungheresi, specialmente a  coloro che  sono arrivati da Miskolc e da  Miercurea Ciuc. A tutti auguro di aderire  sempre più a Cristo e al suo Vangelo per esserne  coraggiosi annunciatori.<br />
Di cuore imparto la Benedizione Apostolica.  Sia lodato Gesù Cristo!</p>
<p><strong>Saluto in lingua slovacca:</strong> .</p>
<p>S láskou vítam slovenských pútnikov, osobitne z Nitry, Liptovskej  Osady a zo  Senice.<br />
Bratia a sestry, ďakujem vám za modlitby, ktorými sprevádzate moju  službu  Nástupcu svätého Petra a zo srdca žehnám vás i vaše rodiny.<br />
Pochválený buď Ježiš Kristus!</p>
<p><em>Traduzione italiana:</em></p>
<p>Con affetto do un benvenuto ai pellegrini slovacchi, particolarmente a  quelli  provenienti da Nitra, Liptovská Osada e da Senica.<br />
Fratelli e sorelle, vi ringrazio per le preghiere con le quali  accompagnate il  mio servizio di Successore di San Pietro e cordialmente benedico voi e  le vostre  famiglie.<br />
Sia lodato Gesù Cristo!</p>
<hr />
<p align="center"><strong>APPELLO</strong></p>
<p>Il mio pensiero va alla Cina e alle popolazioni colpite da un forte  terremoto, che ha causato numerose perdite in vite umane, feriti e  ingenti  danni. Prego per le vittime e sono spiritualmente vicino alle persone  provate da  così grave calamità; per esse imploro da Dio sollievo nella sofferenza e   coraggio in queste avversità. Auspico che non verrà a mancare la comune  solidarietà.</p>
<p align="center">* * *</p>
<p>Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare,  sono lieto  di accogliere il gruppo di Sacerdoti amici della Comunità di Sant’Egidio  e i  Cappellani dell’Aviazione civile provenienti da varie parti del mondo.  Cari  Fratelli nel Sacerdozio, invoco su ciascuno di voi i doni dello Spirito  Santo,  affinché possiate essere sempre gioiosi testimoni dell’amore di Cristo.  Saluto i  partecipanti al raduno internazionale del Movimento Eucaristico, legato  alla  spiritualità delle Suore Dorotee Figlie dei Sacri Cuori, e li esorto ad  intensificare la dimensione orante, affinché dall’incontro con Cristo  nella  preghiera siano incoraggiati all’impegno ecclesiale e sociale. Saluto i  fedeli  della diocesi di Sessa Aurunca, accompagnati dal loro Pastore Mons.  Antonio  Napoletano. Cari amici, proseguite con slancio apostolico il vostro  cammino di  evangelizzatori della speranza cristiana in famiglia, nella Chiesa e  nella  comunità civile. Saluto gli ufficiali e i militari provenienti da  Caserta, che  incoraggio a perseverare nel generoso impegno di testimonianza cristiana  anche  nel mondo militare.</p>
<p>Mi rivolgo infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La  gioia del  Signore Risorto ispiri rinnovato ardore alla vostra vita, cari giovani,  perché  siate suoi fedeli discepoli; sia d&#8217;incoraggiamento per voi, cari malati,  perché  possiate affrontare con coraggio ogni prova e sofferenza; sostenga il  vostro  mutuo amore, cari sposi novelli, affinché nella vostra casa regni sempre  la pace  di Cristo.</p>
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		<title>Holy Thursday. Cena Domini</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 00:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, In modo più ampio degli altri tre evangelisti, san Giovanni, nella maniera a lui propria, ci riferisce nel suo Vangelo circa i discorsi d’addio di Gesù, che appaiono quasi come il suo testamento e come sintesi del nucleo essenziale del suo messaggio. All’inizio di tali discorsi c’è la lavanda dei piedi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,</p>
<p>In modo più ampio degli altri tre evangelisti, san Giovanni, nella  maniera a lui propria, ci riferisce nel suo Vangelo circa i discorsi d’addio di  Gesù, che appaiono quasi come il suo testamento e come sintesi del nucleo  essenziale del suo messaggio. All’inizio <span id="more-654"></span>di tali discorsi c’è la lavanda dei piedi,  in cui il servizio redentore di Gesù per l’umanità bisognosa di  purificazione è riassunto in un gesto di umiltà. Alla fine, le parole di Gesù si trasformano in preghiera, nella sua Preghiera sacerdotale, il cui sfondo  gli esegeti hanno individuato nel rituale della festa giudaica  dell’espiazione. Ciò che era il senso di quella festa e dei suoi riti – la purificazione  del mondo, la sua riconciliazione con Dio – avviene nell’atto del pregare di Gesù, un pregare che, al tempo stesso, anticipa la Passione, la  trasforma in preghiera. Così nella Preghiera sacerdotale si rende visibile in una  maniera del tutto particolare anche il mistero permanente del Giovedì Santo: il  nuovo sacerdozio di Gesù Cristo e la sua continuazione nella consacrazione  degli Apostoli, nel coinvolgimento dei discepoli nel sacerdozio del Signore.  Da questo testo inesauribile, in quest’ora vorrei scegliere tre parole di Gesù,  che possono introdurci più profondamente nel mistero del Giovedì Santo.</p>
<p>Vi è innanzitutto la frase: &laquo;Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo&raquo; (<em>Gv </em>17, 3).  Ogni essere umano vuole vivere. Desidera una vita vera, piena, una vita  che valga la pena, che sia una gioia. Con l’anelito alla vita è, al  contempo, collegata la resistenza contro la morte, che tuttavia è ineluttabile.  Quando Gesù parla della vita eterna, Egli intende la vita autentica, vera, che  merita di essere vissuta. Non intende semplicemente la vita che viene dopo la  morte. Egli intende il modo autentico della vita – una vita che è pienamente  vita e per questo è sottratta alla morte, ma che può di fatto iniziare già in  questo mondo, anzi, deve iniziare in esso: solo se impariamo già ora a vivere  in modo autentico, se impariamo quella vita che la morte non può togliere, la  promessa dell’eternità ha senso. Ma come si realizza questo? Che cosa è mai  questa vita veramente eterna, alla quale la morte non può nuocere? La risposta  di Gesù, l’abbiamo sentita: Questa è la vita vera, che conoscano te – Dio – e il tuo Inviato, Gesù Cristo. Con nostra sorpresa, lì ci viene detto  che vita è conoscenza. Ciò significa anzitutto: vita è relazione. Nessuno ha la  vita da se stesso e solamente per se stesso. Noi l’abbiamo dall’altro, nella relazione con l’altro. Se è una relazione nella verità e nell’amore, un dare e ricevere, essa dà pienezza alla vita, la rende bella. Ma proprio  per questo, la distruzione della relazione ad opera della morte può essere particolarmente dolorosa, può mettere in questione la vita stessa. Solo  la relazione con Colui, che è Egli stesso la Vita, può sostenere anche la  mia vita al di là delle acque della morte, può condurmi vivo attraverso di  esse. Già nella filosofia greca esisteva l’idea che l’uomo può trovare una  vita eterna se si attacca a ciò che è indistruttibile – alla verità che è eterna. Dovrebbe, per così dire, riempirsi di verità per portare in sé  la sostanza dell’eternità. Ma solo se la verità è Persona, essa può  portarmi attraverso la notte della morte. Noi ci aggrappiamo a Dio – a Gesù  Cristo, il Risorto. E siamo così portati da Colui che è la Vita stessa. In questa relazione noi viviamo anche attraversando la morte, perché non ci  abbandona Colui che è la Vita stessa.</p>
<p>Ma ritorniamo alla parola di Gesù: Questa è la vita eterna: che  conoscano te e il tuo Inviato. La conoscenza di Dio diventa vita eterna.  Ovviamente qui con &laquo;conoscenza&raquo; s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e  quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un  diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola  con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una  vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte  di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per  noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo  in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi  testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto.  Allora viviamo veramente.</p>
<p>Due volte nel corso della Preghiera sacerdotale Gesù parla della  rivelazione del nome di Dio. &laquo;Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo&raquo; (v. 6). &laquo;Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro&raquo; (v. 26). Il Signore allude qui alla scena presso il roveto  ardente, dal quale Dio, alla domanda di Mosè, aveva rivelato il suo nome. Gesù  vuole quindi dire che Egli porta a termine ciò che era iniziato presso il  roveto ardente; che in Lui Dio, che si era fatto conoscere a Mosè, ora si  rivela pienamente. E che con ciò Egli compie la riconciliazione; che l’amore  con cui Dio ama suo Figlio nel mistero della Trinità, coinvolge ora gli uomini  in questa circolazione divina dell’amore. Ma che cosa significa più  precisamente che la rivelazione dal roveto ardente viene portata a termine, raggiunge pienamente la sua meta? L’essenziale dell’avvenimento al monte Oreb non  era stata la parola misteriosa, il &laquo;nome&raquo;, che Dio aveva consegnato a Mosè, per così dire, come segno di riconoscimento. Comunicare il nome significa entrare in relazione con l’altro. La rivelazione del nome  divino significa dunque che Dio, che è infinito e sussiste in se stesso, entra  nell’intreccio di relazioni degli uomini; che Egli, per così dire, esce da se stesso e  diventa uno di noi, uno che è presente in mezzo a noi e per noi. Per questo in  Israele sotto il nome di Dio non si è visto solo un termine avvolto di mistero,  ma il fatto dell’essere-con-noi di Dio. Il Tempio, secondo la Sacra Scrittura,  è il luogo in cui abita il nome di Dio. Dio non è racchiuso in alcuno spazio terreno; Egli rimane infinitamente al di sopra del mondo. Ma nel Tempio è presente per noi come Colui che può essere chiamato – come Colui che  vuol essere con noi. Questo essere di Dio con il suo popolo si compie  nell’incarnazione del Figlio. In essa si completa realmente ciò che aveva avuto inizio  presso il roveto ardente: Dio quale Uomo può essere da noi chiamato e ci è vicino.  Egli è uno di noi, e tuttavia è il Dio eterno ed infinito. Il suo amore esce,  per così dire, da se stesso ed entra in noi. Il mistero eucaristico, la  presenza del Signore sotto le specie del pane e del vino è la massima e più alta condensazione di questo nuovo essere-con-noi di Dio. &laquo;Veramente tu sei  un Dio nascosto, Dio d’Israele&raquo;, ha pregato il profeta Isaia (45,15). Ciò rimane sempre vero. Ma al tempo stesso possiamo dire: veramente tu sei  un Dio vicino, tu sei un Dio-con-noi. Tu ci hai rivelato il tuo mistero e ci  hai mostrato il tuo volto. Tu hai rivelato te stesso e ti sei dato nelle  nostre mani… In quest’ora deve invaderci la gioia e la gratitudine perché Egli si è mostrato; perché Egli, l’Infinito e l’Inafferrabile per la nostra  ragione, è il Dio vicino che ama, il Dio che noi possiamo conoscere ed amare.</p>
<p>La richiesta più nota della Preghiera sacerdotale è la richiesta  dell’unità per i discepoli, per quelli di allora e quelli futuri: &laquo;Non prego solo  per questi – la comunità dei discepoli radunata nel Cenacolo – ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano  una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.&raquo; (v. 20s; cfr vv. 11 e 13). Che cosa chiede precisamente qui il Signore? Innanzitutto, Egli prega  per i discepoli di quel tempo e di tutti i tempi futuri. Guarda in avanti  verso l’ampiezza della storia futura. Vede i pericoli di essa e raccomanda questa  comunità al cuore del Padre. Egli chiede al Padre la Chiesa e la sua unità. È stato  detto che nel <em>Vangelo di Giovanni</em> la Chiesa non compare. Qui, invece,  essa appare nelle sue caratteristiche essenziali: come la comunità dei  discepoli che, mediante la parola apostolica, credono in Gesù Cristo e così  diventano una cosa sola. Gesù implora la Chiesa come una ed apostolica. Così  questa preghiera è propriamente un atto fondante della Chiesa. Il Signore  chiede la Chiesa al Padre. Essa nasce dalla preghiera di Gesù e mediante  l’annuncio degli Apostoli, che fanno conoscere il nome di Dio e introducono gli  uomini nella comunione di amore con Dio. Gesù chiede dunque che l’annuncio dei discepoli prosegua lungo i tempi; che tale annuncio raccolga uomini i  quali, in base ad esso, riconoscono Dio e il suo Inviato, il Figlio Gesù Cristo.  Egli prega affinché gli uomini siano condotti alla fede e, mediante la fede,  all’amore. Egli chiede al Padre che questi credenti &laquo;siano in noi&raquo; (v. 21); che vivano, cioè, nell’interiore comunione con Dio e con Gesù Cristo e che  da questo essere interiormente nella comunione con Dio si crei l’unità  visibile. Due volte il Signore dice che questa unità dovrebbe far sì che il mondo  creda alla missione di Gesù. Deve quindi essere un’unità che si possa vedere – un’unità che vada tanto al di là di ciò che solitamente è possibile tra gli uomini, da diventare un segno per il mondo ed accreditare la  missione di Gesù Cristo. La preghiera di Gesù ci dà la garanzia che l’annuncio degli Apostoli non potrà mai cessare nella storia; che susciterà sempre la  fede e raccoglierà uomini nell’unità – in un’unità che diventa testimonianza per la missione di Gesù Cristo. Ma questa preghiera è sempre anche un  esame di coscienza per noi. In quest’ora il Signore ci chiede: vivi tu, mediante  la fede, nella comunione con me e così nella comunione con Dio? O non vivi  forse piuttosto per te stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei forse  con ciò colpevole della divisione che oscura la mia missione nel mondo; che preclude agli uomini l’accesso all’amore di Dio? È stata una componente della Passione<strong> </strong>storica di Gesù e rimane una parte di quella sua  Passione che si prolunga nella storia, l’aver Egli visto e il vedere tutto ciò  che minaccia, distrugge l’unità. Quando noi meditiamo sulla Passione del  Signore, dobbiamo anche percepire il dolore di Gesù per il fatto che siamo in  contrasto con la sua preghiera; che facciamo resistenza al suo amore; che ci  opponiamo all’unità, che deve essere per il mondo testimonianza della sua missione.</p>
<p>In quest’ora, in cui il Signore nella Santissima Eucaristia dona se  stesso – il suo corpo e il suo sangue –, si dà nelle nostre mani e nei nostri cuori, vogliamo lasciarci toccare dalla sua preghiera. Vogliamo entrare  noi stessi nella sua preghiera, e così lo imploriamo: Sì, Signore, donaci la  fede in te, che sei una cosa sola con il Padre nello Spirito Santo. Donaci di  vivere nel tuo amore e così diventare una cosa sola come tu sei una cosa sola  con il Padre, perché il mondo creda. Amen.</p>
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		<title>Crismal mass</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 18:40:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle! Centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa che in primo luogo non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda e ci conduce verso di sé. E c’è ancora qualcos’altro di singolare: Dio ci tocca per mezzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle!</p>
<p>Centro del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento significa  che in primo luogo non siamo noi uomini a fare qualcosa, ma Dio in anticipo ci  viene incontro con il suo agire,<span id="more-657"></span> ci guarda e ci conduce verso di sé. E c’è  ancora qualcos’altro di singolare: Dio ci tocca per mezzo di realtà materiali, attraverso doni del creato che Egli assume al suo servizio, facendone  strumenti dell’incontro tra noi e Lui stesso. Sono quattro gli elementi della  creazione con i quali è costruito il cosmo dei Sacramenti: l’acqua, il pane di frumento, il vino e l’olio di oliva. L’acqua come elemento basilare e condizione fondamentale di ogni vita è il segno essenziale dell’atto in  cui, nel Battesimo, si diventa cristiani, della nascita alla vita nuova.  Mentre l’acqua è l’elemento vitale in genere e quindi rappresenta l’accesso comune di tutti alla nuova nascita da cristiani, gli altri tre elementi  appartengono alla cultura dell’ambiente mediterraneo. Essi rimandano così al concreto  ambiente storico in cui il cristianesimo si è sviluppato. Dio ha agito in un  luogo ben determinato della terra, ha veramente fatto storia con gli uomini.  Questi tre elementi, da una parte, sono doni del creato e, dall’altra, sono  tuttavia anche indicazioni dei luoghi della storia di Dio con noi. Sono una  sintesi tra creazione e storia: doni di Dio che ci collegano sempre con quei luoghi  del mondo, nei quali Dio ha voluto agire con noi nel tempo della storia,  diventare uno di noi.</p>
<p>In questi tre elementi c’è di nuovo una graduazione. Il pane rinvia  alla vita quotidiana. È il dono fondamentale della vita giorno per giorno. Il  vino rinvia alla festa, alla squisitezza del creato, in cui, al contempo, può esprimersi in modo particolare la gioia dei redenti. L’olio dell’ulivo  ha un significato ampio. È nutrimento, è medicina, dà bellezza, allena per la  lotta e dona vigore. I re e i sacerdoti vengono unti con olio, che così è  segno di dignità e di responsabilità, come anche della forza che viene da Dio.  Nel nostro nome &laquo;cristiani&raquo; è presente il mistero dell’olio. La parola &laquo;cristiani&raquo;, infatti, con cui i discepoli di Cristo vengono chiamati già all’inizio della Chiesa proveniente dai pagani, deriva dalla parola &laquo;Cristo&raquo; (cfr <em>At</em> 11,20-21) – traduzione greca della parola &laquo;Messia&raquo;, che significa &laquo;Unto&raquo;. Essere cristiani vuol dire: provenire da Cristo, appartenere a Cristo, all’Unto di Dio, a Colui al  quale Dio ha donato la regalità e il sacerdozio. Significa appartenere a Colui  che Dio stesso ha unto – non con un olio materiale, ma con Colui che è rappresentato dall’olio: con il suo Santo Spirito. L’olio di oliva è  così in modo del tutto particolare simbolo della compenetrazione dell’Uomo  Gesù da parte dello Spirito Santo.</p>
<p>Nella Messa crismale del Giovedì Santo gli oli santi stanno al centro  dell’azione liturgica. Vengono consacrati nella cattedrale dal Vescovo per tutto  l’anno. Esprimono così anche l’unità della Chiesa, garantita dall’Episcopato, e rimandano a Cristo, il vero &laquo;pastore e custode delle nostre anime&raquo;, come lo chiama san Pietro (cfr <em>1 Pt</em> 2,25). E, al contempo,  tengono insieme tutto l’anno liturgico, ancorato al mistero del Giovedì Santo. Infine, rimandano all’Orto degli Ulivi, in cui Gesù ha accettato interiormente la sua Passione. L’Orto degli Ulivi è però anche il luogo  dal quale Egli è asceso al Padre, è quindi il luogo della Redenzione: Dio  non ha lasciato Gesù nella morte. Gesù vive per sempre presso il Padre, e  proprio per questo è onnipresente, sempre presso di noi. Questo duplice mistero del  Monte degli Ulivi è anche sempre &laquo;attivo&raquo; nell’olio sacramentale della Chiesa. In quattro Sacramenti l’olio è segno della bontà di Dio che ci tocca: nel Battesimo, nella Cresima come Sacramento dello Spirito Santo,  nei vari gradi del Sacramento dell’Ordine e, infine, nell’Unzione degli  infermi, in cui l’olio ci viene offerto, per così dire, quale medicina di Dio –  come la medicina che ora ci rende certi della sua bontà, ci deve rafforzare e consolare, ma che, allo stesso tempo, al di là del momento della  malattia, rimanda alla guarigione definitiva, alla risurrezione (cfr <em>Gc</em> 5,14). Così l’olio, nelle sue diverse forme, ci accompagna lungo tutta la vita:  a cominciare dal catecumenato e dal Battesimo fino al momento in cui ci  prepariamo all’incontro con il Dio Giudice e Salvatore. Infine, la Messa crismale,  in cui il segno sacramentale dell’olio ci viene presentato come linguaggio  della creazione di Dio, si rivolge, in modo particolare, a noi sacerdoti: essa  ci parla di Cristo, che Dio ha unto Re e Sacerdote – di Lui che ci rende partecipi del suo sacerdozio, della sua &laquo;unzione&raquo;, nella nostra Ordinazione sacerdotale.</p>
<p>Vorrei quindi tentare di spiegare ancora brevemente il mistero di  questo santo segno nel suo riferimento essenziale alla vocazione sacerdotale.  In etimologie popolari si è collegata, già nell’antichità, la parola greca &laquo;<em>elaion</em>&raquo; – olio – con la parola &laquo;<em>eleos</em>&raquo; – misericordia. Di fatto, nei vari Sacramenti, l’olio consacrato è  sempre segno della misericordia di Dio. L’unzione per il sacerdozio significa pertanto sempre anche l’incarico di portare la misericordia di Dio agli uomini. Nella lampada della nostra vita non dovrebbe mai venir a mancare  l’olio della misericordia. Procuriamocelo sempre in tempo presso il Signore –  nell’incontro con la sua Parola, nel ricevere i Sacramenti, nel trattenerci in  preghiera presso di Lui.</p>
<p>Attraverso la storia della colomba col ramo d’ulivo, che annunciava  la fine del diluvio e così la nuova pace di Dio con il mondo degli uomini, non  solo la colomba, ma anche il ramo d’ulivo e l’olio stesso sono diventati simbolo della pace. I cristiani dei primi secoli amavano ornare le tombe dei  loro defunti con la corona della vittoria e il ramo d’ulivo, simbolo<strong> </strong>della pace.  Sapevano che Cristo ha vinto la morte e che i loro defunti riposavano nella pace di Cristo. Si sapevano, essi stessi, attesi da Cristo, che  aveva loro promesso la pace che il mondo non è in grado di dare. Si ricordavano che  la prima parola del Risorto ai suoi era stata: &laquo;Pace a voi!&raquo; (<em>Gv</em> 20,19). Egli stesso porta, per così dire, il ramo d’ulivo, introduce la  sua pace nel mondo. Annuncia la bontà salvifica di Dio. Egli è la nostra  pace. I cristiani dovrebbero quindi essere persone di pace, persone che  riconoscono e vivono il mistero della Croce come mistero della riconciliazione. Cristo  non vince mediante la spada, ma per mezzo della Croce. Vince superando  l’odio. Vince mediante la forza del suo amore più grande. La Croce di Cristo  esprime il &laquo;no&raquo; alla violenza. E proprio così essa è il segno della vittoria di Dio, che annuncia la nuova via di Gesù. Il sofferente è stato più forte  dei detentori del potere. Nell’autodonazione sulla Croce, Cristo ha vinto la violenza. Come sacerdoti siamo chiamati ad essere, nella comunione con  Gesù Cristo, uomini di pace, siamo chiamati ad opporci alla violenza e a  fidarci del potere più grande dell’amore.</p>
<p>Appartiene al simbolismo dell’olio anche il fatto che esso rende  forti per la lotta. Ciò non contrasta col tema della pace, ma ne è una parte. La  lotta dei cristiani consisteva e consiste non nell’uso della violenza, ma nel  fatto che essi erano e sono tuttora pronti a soffrire per il bene, per Dio.  Consiste nel fatto che i cristiani, come buoni cittadini, rispettano il diritto e  fanno ciò che è giusto e buono. Consiste nel fatto che rifiutano di fare ciò  che negli ordinamenti giuridici in vigore non è diritto, ma ingiustizia. La  lotta dei martiri consisteva nel loro &laquo;no&raquo; concreto all’ingiustizia: respingendo la partecipazione al culto idolatrico, all’adorazione  dell’imperatore, si sono rifiutati di piegarsi davanti alla falsità, all’adorazione di  persone umane e del loro potere. Con il loro &laquo;no&raquo; alla falsità e a tutte le sue conseguenze hanno innalzato il potere del diritto e della verità.  Così hanno servito la vera pace. Anche oggi è importante per i cristiani  seguire il diritto, che è il fondamento della pace. Anche oggi è importante per i cristiani non accettare un’ingiustizia che viene elevata a diritto – per esempio, quando si tratta dell’uccisione di bambini innocenti non ancora  nati. Proprio così serviamo la pace e proprio così ci troviamo a seguire le  orme di Gesù Cristo, di cui san Pietro dice: &laquo;Insultato non rispondeva con insulti; maltrattato non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che  giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della  croce, perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia&raquo; (<em>1 Pt</em> 2,23s).</p>
<p>I Padri della Chiesa erano affascinati da una parola dal <em>Salmo</em> 45 (44) – secondo la tradizione il Salmo nuziale di Salomone –, che veniva  riletto dai cristiani come Salmo per le nozze del nuovo Salomone, Gesù Cristo,  con la sua Chiesa. Lì si dice al Re, Cristo: &laquo;Ami la giustizia e la malvagità detesti: Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a  preferenza dei tuoi compagni&raquo; (v. 8). Che cosa è questo olio di letizia con cui è stato unto il vero Re, Cristo? I Padri non avevano alcun dubbio al riguardo:  l’olio di letizia è lo stesso Spirito Santo, che è stato effuso su Gesù Cristo.  Lo Spirito Santo è la letizia che viene da Dio. Da Gesù questa letizia si  riversa su di noi nel suo Vangelo, nella buona novella che Dio ci conosce, che  Egli è buono e che la sua bontà è un potere sopra tutti i poteri; che noi siamo voluti ed amati da Lui. La gioia è frutto dell’amore. L’olio di letizia, che è stato effuso su Cristo e da Lui viene a noi, è lo Spirito Santo,  il dono dell’Amore che ci rende lieti dell’esistenza. Poiché conosciamo Cristo e  in Cristo Dio, sappiamo che è cosa buona essere uomo. È cosa buona vivere, perché siamo amati. Perché la verità stessa è buona.</p>
<p>Nella Chiesa antica l’olio consacrato è stato considerato, in modo particolare, come segno della presenza dello Spirito Santo, che a  partire da Cristo si comunica a noi. Egli è l’olio di letizia. Questa letizia è una cosa diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società moderna si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto, è certamente  cosa buona e piacevole. È bene poter ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una piccola parte della nostra vita, e dove esso vuol essere il  tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde la disperazione o  almeno il dubbio se la vita sia veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non esistere invece di esistere. La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa. Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può andar insieme anche  con la sofferenza. Ci dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di  restare tuttavia intimamente lieti. Ci dà la capacità di condividere la  sofferenza altrui e così di rendere percepibile, nella disponibilità reciproca, la  luce e la bontà di Dio. Mi fa sempre riflettere il racconto degli <em>Atti degli Apostoli</em> secondo cui gli Apostoli, dopo che il Sinedrio li aveva  fatti flagellare, erano &laquo;lieti di essere stati giudicati degni di subire  oltraggi per il nome di Gesù&raquo; (<em>At</em> 5,41). Chi ama è pronto a soffrire per  l’amato e a motivo del suo amore, e proprio così sperimenta una gioia più  profonda. La gioia dei martiri era più forte dei tormenti loro inflitti. Questa  gioia, alla fine, ha vinto ed ha aperto a Cristo le porte della storia. Quali  sacerdoti, noi siamo – come dice san Paolo – &laquo;collaboratori della vostra gioia&raquo; (<em>2 Cor</em> 1,24). Nel frutto dell’ulivo, nell’olio consacrato, ci tocca la bontà del Creatore, l’amore del Redentore. Preghiamo che la sua letizia  ci pervada sempre più in profondità e preghiamo di essere capaci di  portarla nuovamente in un mondo che ha così urgentemente bisogno della gioia che scaturisce dalla verità. Amen.</p>
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		<title>Visita al Seminario Romano Maggiore</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 14:24:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[2010]]></category>
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		<description><![CDATA[Eminenza, Eccellenze, Cari amici, ogni anno è per me una grande gioia essere con i seminaristi della diocesi di Roma, con i giovani che si preparano a rispondere alla chiamata del Signore per essere lavoratori nella sua vigna, sacerdoti del suo mistero. E’ questa la gioia di vedere che la Chiesa vive, che il futuro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eminenza, Eccellenze, Cari amici, </em></p>
<p>ogni anno è per me una grande gioia essere con i seminaristi della diocesi di  Roma, con i giovani che si preparano a rispondere alla chiamata del Signore per  essere lavoratori nella sua vigna, sacerdoti del suo mistero.<span id="more-502"></span> E’ questa la gioia  di vedere che la Chiesa vive, che il futuro della Chiesa è presente anche nelle nostre terre,  proprio anche a Roma.</p>
<p>In quest’<a href="http://www.vatican.va/special/anno_sac/index_it.html">Anno Sacerdotale</a>, vogliamo essere particolarmente attenti alle parole  del Signore concernenti il nostro servizio. Il brano del Vangelo ora letto parla  indirettamente, ma profondamente, del nostro Sacramento, della nostra chiamata a  stare nella vigna del Signore, ad essere servitori del suo mistero.</p>
<p>In questo breve brano, troviamo alcune parole-chiave, che danno l’indicazione  dell’annuncio che il Signore vuole fare con questo testo. “Rimanere”: in questo  breve brano, troviamo dieci volte la parola “rimanere”; poi, il nuovo  comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”, “Non più servi ma amici”, “Portate  frutto”; e, finalmente: “Chiedete, pregate e vi sarà dato, vi sarà data la  gioia”. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad entrare nel senso delle sue  parole, perché queste parole possano penetrare il nostro cuore e così possano  essere via e vita in noi, con noi e tramite noi.</p>
<p>La prima parola è: “Rimanete in me, nel mio amore”. Il rimanere nel Signore è  fondamentale come primo tema di questo brano. Rimanere: dove? Nell’amore,  nell’amore di Cristo, nell’essere amati e nell’amare il Signore. Tutto il  capitolo 15 concretizza il luogo del nostro rimanere, perché i primi otto  versetti espongono e presentano la parabola della vite: “Io sono la vite e voi i  rami”. La vite è un’immagine veterotestamentaria che troviamo sia nei Profeti,  sia nei Salmi e ha un duplice significato: è una parabola per il popolo di Dio,  che è la sua vigna. Egli ha piantato una vite in questo mondo, ha coltivato  questa vite, ha coltivato la sua vigna, protetto questa sua vigna, e con quale  intento? Naturalmente, con l’intento di trovare frutto, di trovare il dono  prezioso dell’uva, del vino buono.</p>
<p>E così appare il secondo significato: il vino è simbolo, è espressione della  gioia dell’amore. Il Signore ha creato il suo popolo per trovare la risposta del  suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato  sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura,  vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo  tramite il popolo da lui eletto.</p>
<p>Ma poi la storia concreta è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa,  vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”, non giunge la risposta di  questo grande amore, non nasce questa unità, questa unione senza condizioni tra  uomo e Dio, nella comunione dell’amore. L’uomo si ritira in se stesso, vuole  avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per  sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici  vengono, e la vigna diventa un deserto.</p>
<p>Ma Dio non si arrende: Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero,  irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: Dio si fa uomo, e così  diventa Egli stesso radice della vite, diventa Egli stesso la vite, e così la  vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto,  perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo popolo  di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad  essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.</p>
<p>Teniamo presente, inoltre, che, nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, troviamo  il discorso sul pane, che diventa il grande discorso sul mistero eucaristico. In  questo capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino: il Signore non parla  esplicitamente dell’Eucaristia, ma, naturalmente, dietro il mistero del vino sta  la realtà che Egli si è fatto frutto e vino per noi, che il suo sangue è il  frutto dell’amore che nasce dalla terra per sempre e, nell’Eucaristia, il suo  sangue diventa il nostro sangue, noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova  identità, perché il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo  imparentati con Dio nel Figlio e, nell’Eucaristia, diventa realtà questa grande  realtà della vite nella quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti  con l’amore eterno.</p>
<p>“Rimanete”: rimanere in questo grande mistero, rimanere in questo nuovo dono del  Signore, che ci ha reso popolo in se stesso, nel suo Corpo e col suo Sangue. Mi  sembra che dobbiamo meditare molto questo mistero, cioè che Dio stesso si fa  Corpo, uno con noi; Sangue, uno con noi; che possiamo rimanere &#8211; rimanendo in  questo mistero &#8211; nella comunione con Dio stesso, in questa grande storia di  amore, che è la storia della vera felicità. Meditando questo dono &#8211; Dio si è  fatto uno con noi tutti e, nello stesso tempo, ci fa tutti uno, una vite &#8211;  dobbiamo anche iniziare a pregare, affinché sempre più questo mistero penetri  nella nostra mente, nel nostro cuore, e sempre più siamo capaci di vedere e di  vivere la grandezza del mistero, e così cominciare a realizzare questo  imperativo: “Rimanete”.</p>
<p>Se continuiamo a leggere attentamente questo brano del Vangelo di Giovanni,  troviamo anche un secondo imperativo: “Rimanete” e “Osservate i miei  comandamenti”. “Osservate” è solo il secondo livello; il primo è quello del  “rimanere”, il livello ontologico, cioé che siamo uniti con Lui, che ci ha dato  in anticipo se stesso, ci ha già dato il suo amore, il frutto. Non siamo noi che  dobbiamo produrre il grande frutto; il cristianesimo non è un moralismo, non  siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo  innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si dà Egli stesso. Il suo  essere, il suo amare, precede il nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel  contesto dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con il suo Sangue,  possiamo anche noi agire con Cristo.</p>
<p>L’etica è conseguenza dell’essere: prima il Signore ci dà un nuovo essere,  questo è il grande dono; l’essere precede l’agire e da questo essere poi segue  l’agire, come una realtà organica, perché ciò che siamo, possiamo esserlo anche  nella nostra attività. E così ringraziamo il Signore perché ci ha tolto dal puro  moralismo; non possiamo obbedire ad una legge che sta di fonte a noi, ma  dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità. Quindi non è più  un’obbedienza, una cosa esteriore, ma una realizzazione del dono del nuovo  essere.</p>
<p>Lo dico ancora una volta: ringraziamo il Signore perché Lui ci precede, ci dà  quanto dobbiamo dare noi, e noi possiamo essere poi, nella verità e nella forza  del nostro nuovo essere, attori della sua realtà. Rimanere e osservare:  l’osservare è il segno del rimanere e il rimanere è il dono che Lui ci dà, ma  che deve essere rinnovato ogni giorno nella nostra vita.</p>
<p>Segue, poi, questo nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”. Nessun  amore è più grande di questo: “dare la vita per i propri amici”. Che cosa vuol  dire? Anche qui non si tratta di un moralismo. Si potrebbe dire: “Non è un nuovo  comandamento; il comandamento di amare il prossimo come se stessi esiste già  nell’Antico Testamento”. Alcuni affermano: ”Tale amore va ancora più  radicalizzato; questo amare l’altro deve imitare Cristo, che si è dato per noi;  deve essere un amare eroico, fino al dono di se stessi”. In questo caso, però,  il cristianesimo sarebbe un moralismo eroico. E’ vero che dobbiamo arrivare fino  a questa radicalità dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato, ma anche qui  la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui:  il Signore ci ha dato se stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di  essere membri suoi nel suo corpo, di essere rami della vite che è Lui. Quindi,  la novità è il dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue  anche, come ho detto, il nuovo agire.</p>
<p>San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova  legge è la grazia dello Spirito Santo” (<em>Summa theologiae</em>, I-IIae, q.  106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova  legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo datoci nel  Sacramento del Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella Santissima  Eucaristia. I Padri qui hanno distinto “<em>sacramentum</em>” ed “<em>exemplum</em>”.  “<em>Sacramentum</em>” è il dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche  esempio per il nostro agire, ma il “<em>sacramentum</em>” precede, e noi viviamo  dal sacramento. Qui vediamo la centralità del sacramento, che è centralità del  dono.</p>
<p>Procediamo nella nostra riflessione. Il Signore dice: “Non vi chiamo più servi,  il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto  ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Non più servi, che  obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa  volontà, nello stesso amore. La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere,  che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato  o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo  Dio, Dio si è fatto “conosciuto”, e così ci ha fatto amici. Pensiamo come nella  storia dell’umanità, in tutte le religioni arcaiche, si sa che c’è un Dio.  Questa è una conoscenza immersa nel cuore dell’uomo, che Dio è uno, gli dèi non  sono “il” Dio. Ma questo Dio rimane molto lontano, sembra che non si faccia  conoscere, non si faccia amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni  si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa degli spiriti, delle  realtà concrete che incontriamo ogni giorno e con le quali dobbiamo fare i  calcoli quotidianamente. Dio rimane lontano.</p>
<p>Poi vediamo il grande movimento della filosofia: pensiamo a Platone, Aristotele,  che iniziano a intuire come questo Dio è l’<em>agathòn</em>, la bontà stessa, è l’<em>eros</em> che muove il mondo, e tuttavia questo rimane un pensiero umano, è un’idea di Dio  che si avvicina alla verità, ma è un’idea nostra e Dio rimane il Dio nascosto.</p>
<p>Poco tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di  fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg_it.html">discorso all’Università di  Regensburg</a>, per dirmi che non poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva  esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince l’idea che la struttura  razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa  razionalità che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se può esserci un  demiurgo &#8211; così si esprime -, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto Lei dice,  non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere  che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no”. E  così Dio gli rimane nascosto. E’ una ragione che precede le nostre ragioni, la  nostra razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è un amore eterno, non  c’è la grande misericordia che ci dà da vivere.</p>
<p>Ed ecco, in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è  ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea. Purtroppo, anche  oggi molti vivono lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così l’eterna  tentazione del dualismo, che si nasconde anche nella lettera di questo  professore, si rinnova sempre, cioè che forse non c’è solo un principio buono,  ma anche un principio cattivo, un principio del male; che il mondo è diviso e  sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio buono è solo una parte della  realtà. Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente  questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un’apologia di  Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel  mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue  mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel  suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?</p>
<p>Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e  vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell’onnipotenza. Per noi uomini  potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male.  Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario:  in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si  mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che  soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore,  é potere: il potere dell’amore. E noi possiamo affidarci al suo amore  onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente.</p>
<p>Penso che dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà, ringraziare Dio  perché si è mostrato, perché lo conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più  come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea  bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire  che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha  mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è  squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che  esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è  cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo,  vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere chi è Dio.</p>
<p>Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che  Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto,  trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie. Sì, adesso  sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa  gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo  essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive  toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno  dai loro amici e fratelli dicendo: “Abbiamo trovato colui del quale parlano i  Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente  aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha  incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo  trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi”.</p>
<p>Continuando poi, il testo dice: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate  frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio,  all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual  è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore. Nell’Antico Testamento,  con  la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come  giustizia, cioè vivere secondo  la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.</p>
<p>Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste  in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la  ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo  Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa  abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso,  nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite,  vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare  questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è  ancora necessario oppure proibito”, ma, semplicemente, nella creatività  dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui  e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il  Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive  nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia  perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso,  andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà  fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la  possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di  questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore  sarà reale in noi e porterà frutto.</p>
<p>E finalmente giungiamo all’ultima parola di questo brano: “Questo vi dico:  ‘Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda’”. Una breve  catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo  capitolo 15 il Signore dice “Quanto chiederete vi do” e una volta ancora nel  capitolo 16. E noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”. Tante preghiere  buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono  esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non  esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci  offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto,  la <em>charà</em>, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede  tutto nella luce dell’amore divino. Come San Francesco, il quale ha composto la  grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino  al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell’essere, la bontà di Dio, e  ha composto questa grande poesia.</p>
<p>È utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di  Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: “Se già  voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel  cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo &#8211; nel Vangelo di  Luca &#8211; è gioia, nel Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo  Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre parole, da Dio non  chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio  stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso  dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina,  perché Egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere  alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze.  Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in  tutti i nostri bisogni possiamo pregare: “Aiutami!”. Questo è molto umano e Dio  è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole  cose della nostra vita di ogni giorno.</p>
<p>Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo  imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non  possiamo pregare, perché sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per  cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il  mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio,  diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri.  Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati,  purificati, ogni giorno; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un  processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di  liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il  cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.</p>
<p>Come ho già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo  sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il  Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo,  un sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo di purificazione ha  un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione  nel quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una  vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo  possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la  sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le  trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo  Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.</p>
<p>Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a  crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore.</p>
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		<title>Opening of the year for Priests</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2009 15:29:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, nell&#8217;antifona al Magnificat tra poco canteremo: &#171;Il Signore ci ha accolti nel suo cuore &#8211; Suscepit nos Dominus in sinum et cor suum&#171;. Nell&#8217;Antico Testamento si parla 26 volte del cuore di Dio, considerato come l&#8217;organo della sua volontà: rispetto al cuore di Dio l&#8217;uomo viene giudicato. A causa del dolore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari fratelli e sorelle,<br />
nell&#8217;antifona al <em>Magnificat</em> tra poco canteremo: &laquo;Il Signore ci ha  accolti nel suo cuore &#8211; <em>Suscepit nos Dominus in sinum et cor suum</em>&laquo;.  <span id="more-434"></span>Nell&#8217;Antico Testamento si parla 26 volte del cuore di Dio, considerato come  l&#8217;organo della sua volontà: rispetto al cuore di Dio l&#8217;uomo viene giudicato. A  causa del dolore che il suo cuore prova per i peccati dell&#8217;uomo, Iddio decide il  diluvio, ma poi si commuove dinanzi alla debolezza umana e perdona. C&#8217;è poi un  passo veterotestamentario nel quale il tema del cuore di Dio si trova espresso  in modo assolutamente chiaro: è nel capitolo 11 del libro del profeta Osea,  dove i primi versetti descrivono la dimensione dell&#8217;amore con cui il Signore si  è rivolto ad Israele all&#8217;alba della sua storia: &laquo;Quando Israele era fanciullo,  io l&#8217;ho amato e dall&#8217;Egitto ho chiamato mio figlio&raquo; (v. 1). In verità,  all&#8217;instancabile predilezione divina, Israele risponde con indifferenza e  addirittura con ingratitudine. &laquo;Più li chiamavo &#8211; è costretto a constatare il  Signore -, più si allontanavano da me&raquo; (v. 2). Tuttavia Egli mai abbandona  Israele nelle mani dei nemici, perché &laquo;il mio cuore &#8211; osserva il Creatore  dell&#8217;universo &#8211; si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione&raquo;  (v. 8).</p>
<p>Il cuore di Dio freme di compassione! Nell&#8217;odierna solennità del Sacratissimo  Cuore di Gesù, la Chiesa offre alla nostra contemplazione questo mistero, il  mistero del cuore di un Dio che si commuove e riversa tutto il suo amore  sull&#8217;umanità. Un amore misterioso, che nei testi del Nuovo Testamento ci viene  rivelato come incommensurabile passione di Dio per l&#8217;uomo. Egli non si arrende  dinanzi all&#8217;ingratitudine e nemmeno davanti al rifiuto del popolo che si è  scelto; anzi, con infinita misericordia, invia nel mondo l&#8217;Unigenito suo Figlio  perché prenda su di sé il destino dell&#8217;amore distrutto; perché, sconfiggendo il  potere del male e della morte, possa restituire dignità di figli agli esseri  umani resi schiavi dal peccato. Tutto questo a caro prezzo: il Figlio Unigenito  del Padre si immola sulla croce: &laquo;Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li  amò fino alla fine&raquo; (cfr. <em>Gv</em> 13, 1). Simbolo di tale amore che va oltre  la morte è il suo fianco squarciato da una lancia. A tale riguardo, il testimone  oculare, l&#8217;apostolo Giovanni, afferma: &laquo;Uno dei soldati con una lancia gli  colpì il fianco, e subito ne uscì sangue ed acqua&raquo; (cfr. <em>Gv</em> 19, 34).</p>
<p>Cari fratelli e sorelle, grazie perché, rispondendo al mio invito, siete  venuti numerosi a questa celebrazione con cui entriamo nell&#8217;Anno Sacerdotale.  Saluto i Signori Cardinali e i Vescovi, in particolare il Cardinale Prefetto e  il Segretario della  <a href="http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cclergy/index_it.htm">Congregazione per il Clero</a> con i loro collaboratori, ed il  Vescovo di Ars. Saluto i sacerdoti e i seminaristi dei vari seminari e collegi  di Roma; i religiosi e le religiose e tutti i fedeli. Un saluto speciale rivolgo  a Sua Beatitudine Ignace Youssef Younan, Patriarca di Antiochia dei Siri,  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2009/june/documents/hf_ben-xvi_spe_20090619_ignace-youssif_it.html">venuto  a Roma per incontrarmi</a> e significare pubblicamente l&#8217;&raquo;<em>ecclesiastica communio</em>&raquo;  che gli ho concesso.</p>
<p>Cari fratelli e sorelle, fermiamoci insieme a contemplare il Cuore trafitto del  Crocifisso. Abbiamo ascoltato ancora una volta, poco fa, nella breve lettura  tratta dalla Lettera di san Paolo agli Efesini, che &laquo;Dio, ricco di misericordia,  per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe,  ci ha fatti rivivere con Cristo&#8230; Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto  sedere nei cieli, in Cristo Gesù&raquo; (<em>Ef</em> 2, 4-6). Essere in Cristo Gesù è  già sedere nei cieli. Nel Cuore di Gesù è espresso il nucleo essenziale del  cristianesimo; in Cristo ci è stata rivelata e donata tutta la novità  rivoluzionaria del Vangelo: l&#8217;Amore che ci salva e ci fa vivere già  nell&#8217;eternità di Dio. Scrive l&#8217;evangelista Giovanni: &laquo;Dio infatti ha tanto  amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non  vada perduto, ma abbia la vita eterna&raquo; (3, 16). Il suo Cuore divino chiama  allora il nostro cuore; ci invita ad uscire da noi stessi, ad abbandonare le  nostre sicurezze umane per fidarci di Lui e, seguendo il suo esempio, a fare di  noi stessi un dono di amore senza riserve.</p>
<p>Se è vero che l&#8217;invito di Gesù a &laquo;rimanere nel suo amore&raquo; (cfr. <em> Gv</em> 15, 9) è per ogni battezzato, nella festa del Sacro Cuore di Gesù,  Giornata di santificazione sacerdotale, tale invito risuona con maggiore forza  per noi sacerdoti, in particolare questa sera,  <a href="http://www.vatican.va/special/anno_sac/index_it.html">solenne inizio dell&#8217;Anno  Sacerdotale</a>, da me voluto in occasione del 150° anniversario della morte del  Santo Curato d&#8217;Ars. Mi viene subito alla mente una sua bella e commovente  affermazione, riportata nel <em> <a href="http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM">Catechismo della Chiesa Cattolica</a></em>: &laquo;Il  sacerdozio è l&#8217;amore del Cuore di Gesù&raquo; (<a href="http://www.vatican.va/archive/ITA0014/__P4X.HTM">n. 1589</a>). Come non ricordare con  commozione che direttamente da questo Cuore è scaturito il dono del nostro  ministero sacerdotale? Come dimenticare che noi presbiteri siamo stati  consacrati per servire<em>, </em>umilmente e autorevolmente<em>, </em>il sacerdozio  comune dei fedeli? La nostra è una missione indispensabile per la Chiesa e per  il mondo, che domanda fedeltà piena a Cristo ed incessante unione con Lui;  questo rimanere nel suo amore esige cioè che tendiamo costantemente alla  santità, a questo rimanere come ha fatto san Giovanni Maria Vianney.</p>
<p>Nella  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2009/documents/hf_ben-xvi_let_20090616_anno-sacerdotale_it.html">Lettera a voi indirizzata per questo speciale anno giubilare</a>, cari  fratelli sacerdoti, ho voluto porre in luce alcuni aspetti qualificanti del  nostro ministero, facendo riferimento all&#8217;esempio e all&#8217;insegnamento del Santo  Curato di Ars, modello e protettore di tutti noi sacerdoti, e in particolare dei  parroci. Che questo mio scritto vi sia di aiuto e di incoraggiamento a fare di  questo anno un&#8217;occasione propizia per crescere nell&#8217;intimità con Gesù, che conta  su di noi, suoi ministri, per diffondere e consolidare il suo Regno, per  diffondere il suo amore, la sua verità. E pertanto, &laquo;sull&#8217;esempio del Santo  Curato d&#8217;Ars &#8211; così concludevo la mia  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2009/documents/hf_ben-xvi_let_20090616_anno-sacerdotale_it.html">Lettera</a> &#8211; lasciatevi conquistare da Lui e  sarete anche voi, nel mondo di oggi, messaggeri di speranza, di riconciliazione,  di pace&raquo;.</p>
<p>Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la  vita di san Paolo, al quale abbiamo rivolto la nostra attenzione durante l&#8217;Anno  Paolino che si avvia ormai verso la sua conclusione; questa è stata la meta di  tutto il ministero del Santo Curato d&#8217;Ars, che invocheremo particolarmente  durante l&#8217;Anno Sacerdotale; questo sia anche l&#8217;obiettivo principale di ognuno di  noi. Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile e  necessario lo studio con una accurata e permanente formazione teologica e  pastorale, ma è ancor più necessaria quella &laquo;scienza dell&#8217;amore&raquo; che si apprende  solo nel &laquo;cuore a cuore&raquo; con Cristo. È Lui infatti a chiamarci per spezzare il  pane del suo amore, per rimettere i peccati e per guidare il gregge in nome suo.  Proprio per questo non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell&#8217;Amore che è  il suo Cuore trafitto sulla croce.</p>
<p>Solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso &laquo;disegno  del Padre&raquo; che consiste nel &laquo;fare di Cristo il cuore del mondo&raquo;! Disegno che si  realizza nella storia, man mano che Gesù diviene il Cuore dei cuori umani,  iniziando da coloro che sono chiamati a stargli più vicini, i sacerdoti appunto.  Ci richiamano a questo costante impegno le &laquo;promesse sacerdotali&raquo;, che abbiamo  pronunciato il giorno della nostra Ordinazione e che rinnoviamo ogni anno, il  Giovedì Santo, nella Messa Crismale. Perfino le nostre carenze, i nostri limiti  e debolezze devono ricondurci al Cuore di Gesù. Se infatti è vero che i  peccatori, contemplandoLo, devono apprendere da Lui il necessario &laquo;dolore dei  peccati&raquo; che li riconduca al Padre, questo vale ancor più per i sacri ministri.  Come dimenticare, in proposito, che nulla fa soffrire tanto la Chiesa, Corpo di  Cristo, quanto i peccati dei suoi pastori, soprattutto di quelli che si  tramutano in &laquo;ladri delle pecore&raquo; (<em>Gv</em> 10, 1ss), o perché le deviano con  le loro private dottrine, o perché le stringono con lacci di peccato e di morte?  Anche per noi, cari sacerdoti, vale il richiamo alla conversione e al ricorso  alla Divina Misericordia, e ugualmente dobbiamo rivolgere con umiltà l&#8217;accorata  e incessante domanda al Cuore di Gesù perché ci preservi dal terribile rischio  di danneggiare coloro che siamo tenuti a salvare.</p>
<p>Poc&#8217;anzi ho potuto venerare, nella Cappella del Coro, la reliquia del Santo  Curato d&#8217;Ars: il suo cuore. Un cuore infiammato di amore divino, che si  commuoveva al pensiero della dignità del prete e parlava ai fedeli con accenti  toccanti e sublimi, affermando che &laquo;dopo Dio, il sacerdote è tutto!&#8230; Lui  stesso non si capirà bene che in cielo&raquo; (cfr. <em> <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2009/documents/hf_ben-xvi_let_20090616_anno-sacerdotale_it.html">Lettera per l&#8217;Anno Sacerdotale</a></em>,  p. 2). Coltiviamo, cari fratelli, questa stessa commozione, sia per adempiere il  nostro ministero con generosità e dedizione, sia per custodire nell&#8217;anima un  vero &laquo;timore di Dio&raquo;: il timore di poter privare di tanto bene, per nostra  negligenza o colpa, le anime che ci sono affidate, o di poterle &#8211; Dio non  voglia! &#8211; danneggiare. La Chiesa ha bisogno di sacerdoti santi; di ministri che  aiutino i fedeli a sperimentare l&#8217;amore misericordioso del Signore e ne siano  convinti testimoni. Nell&#8217;adorazione eucaristica, che seguirà la celebrazione dei  Vespri, chiederemo al Signore che infiammi il cuore di ogni presbitero di quella  &laquo;carità pastorale&raquo; capace di assimilare il suo personale &laquo;io&raquo; a quello di Gesù  Sacerdote, così da poterlo imitare nella più completa auto-donazione. Ci ottenga  questa grazia la Vergine Maria, della quale domani contempleremo con viva fede  il Cuore Immacolato<em>. </em>Per Lei il Santo Curato d&#8217;Ars nutriva una filiale  devozione, tanto che nel 1836, in anticipo sulla proclamazione del Dogma  dell&#8217;Immacolata Concezione, aveva già consacrato la sua parrocchia a Maria  &laquo;concepita senza peccato&raquo;. E mantenne l&#8217;abitudine di rinnovare spesso  quest&#8217;offerta della parrocchia alla Santa Vergine, insegnando ai fedeli che  &laquo;bastava rivolgersi a lei per essere esauditi&raquo;, per il semplice motivo che ella  &laquo;desidera soprattutto di vederci felici&raquo;. Ci accompagni la Vergine Santa, nostra  Madre, nell&#8217;Anno Sacerdotale che oggi iniziamo, perché possiamo essere guide  salde e illuminate per i fedeli che il Signore affida alle nostre cure  pastorali. Amen!</p>
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		<title>Ordination of new priests for the diocese of Rome 2009</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 15:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle! Secondo una bella consuetudine, la Domenica &#171;del Buon Pastore&#187; vede riuniti il Vescovo di Roma e il suo presbiterio per le Ordinazioni dei nuovi sacerdoti della Diocesi. Questo è ogni volta un grande dono di Dio; è sua grazia! Risvegliamo pertanto in noi un sentimento profondo di fede e di riconoscenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari fratelli e sorelle!</em></p>
<p>Secondo una bella consuetudine, la Domenica &laquo;del Buon Pastore&raquo; vede riuniti  il Vescovo di Roma e il suo presbiterio per le Ordinazioni dei nuovi sacerdoti  della Diocesi. <span id="more-448"></span>Questo è ogni volta un grande dono di Dio; è sua grazia!  Risvegliamo pertanto in noi un sentimento profondo di fede e di riconoscenza nel  vivere l’odierna celebrazione. E in questo clima mi è caro salutare il Cardinale  Vicario Agostino Vallini, i Vescovi Ausiliari, gli altri Fratelli  nell’episcopato e nel sacerdozio, e con speciale affetto voi, cari Diaconi  candidati al presbiterato, insieme con i vostri familiari e amici. La Parola di  Dio che abbiamo ascoltato ci offre abbondanti spunti di meditazione: ne  raccoglierò alcuni, perché essa possa gettare una luce indelebile sul cammino  della vostra vita e sul vostro ministero.</p>
<p>&laquo;Questo Gesù è la pietra … non vi è altro nome nel quale siamo salvati&raquo; (<em>At</em> 4,11-12). Nel brano degli <em>Atti degli Apostoli</em> – la prima lettura –  colpisce e fa riflettere questa singolare &laquo;omonimia&raquo; tra Pietro e Gesù: Pietro,  il quale ha ricevuto il suo nuovo nome da Gesù stesso, qui afferma che è Lui,  Gesù, &laquo;la pietra&raquo;. In effetti, l’unica vera roccia è Gesù. L’unico nome che  salva è il suo. L’apostolo, e quindi il sacerdote, riceve il proprio &laquo;nome&raquo;,  cioè la propria identità, da Cristo. Tutto ciò che fa, lo fa in nome suo. Il suo  &laquo;io&raquo; diventa totalmente relativo all’&raquo;io&raquo; di Gesù. Nel nome di Cristo, e non  certo nel proprio nome, l’apostolo può compiere gesti di guarigione dei  fratelli, può aiutare gli &laquo;infermi&raquo; a risollevarsi e riprendere a camminare (cfr <em>At</em> 4,10). Nel caso di Pietro, il miracolo poco prima compiuto rende  questo particolarmente evidente. E anche il riferimento a ciò che dice il Salmo  è essenziale: &laquo;la pietra scartata dai costruttori / è divenuta la pietra  d’angolo&raquo; (<em>Sal</em> 117[118],22). Gesù è stato &laquo;scartato&raquo;, ma il Padre l’ha  prediletto e l’ha posto a fondamento del tempio della Nuova Alleanza. Così  l’apostolo, come il sacerdote, sperimenta a sua volta la croce, e solo  attraverso di essa diventa veramente utile per la costruzione della Chiesa. Dio  ama costruire la sua Chiesa con persone che, seguendo Gesù, ripongono tutta la  propria fiducia in Dio, come dice lo stesso Salmo: &laquo;E’ meglio rifugiarsi nel  Signore / che confidare nell’uomo. / E’ meglio rifugiarsi nel Signore / che  confidare nei potenti&raquo; (vv. 8-9).</p>
<p>Al discepolo tocca la medesima sorte del Maestro, che in ultima istanza è la  sorte scritta nella volontà stessa di Dio Padre! Gesù lo confessò alla fine  della sua vita, nella grande preghiera detta &laquo;sacerdotale&raquo;: &laquo;Padre giusto, il  mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto&raquo; (<em>Gv</em> 17,25). Anche in  precedenza l’aveva affermato: &laquo;Nessuno conosce il Padre se non il Figlio&raquo; (<em>Mt</em> 11,27). Gesù ha sperimentato su di sé il rifiuto di Dio da parte del mondo,  l’incomprensione, l’indifferenza, lo sfiguramento del volto di Dio. E Gesù ha  passato il &laquo;testimone&raquo; ai discepoli: &laquo;Io – confida ancora nella preghiera al  Padre – ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore  con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro&raquo; (<em>Gv</em> 17,26). Perciò il  discepolo – e specialmente l’apostolo – sperimenta la stessa gioia di Gesù, di  conoscere il nome e il volto del Padre; e condivide anche il suo  dolore,  di vedere che Dio non è conosciuto, che il suo amore non è ricambiato. Da una  parte esclamiamo con gioia, come Giovanni nella sua prima <em>Lettera</em>: &laquo;Quale grande  amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo  realmente!&raquo;; e dall’altra con amarezza constatiamo: &laquo;Per questo il mondo non ci  riconosce: perché non ha conosciuto lui&raquo; (<em>1 Gv</em> 3,1). E’ vero, e noi  sacerdoti ne facciamo esperienza: il &laquo;mondo&raquo; – nell’accezione giovannea del  termine – non capisce il cristiano, non capisce i ministri del Vangelo. Un po’  perché di fatto non conosce Dio, e un po’ perché non vuole conoscerlo. Il mondo  non vuole conoscere Dio, per non essere disturbato dalla sua volontà e perciò  non vuole ascoltare i suoi ministri; questo potrebbe metterlo in crisi.</p>
<p>Qui bisogna fare attenzione a una realtà di fatto: che questo &laquo;mondo&raquo;,  interpretato  nel senso evangelico, insidia anche la Chiesa, contagiando i suoi membri e gli  stessi ministri ordinati e sotto questa parola mondo, San Giovanni indica e vuol  chiarire una mentalità, una maniera di pensare e  di vivere che può inquinare anche la Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque  richiede costante vigilanza e purificazione. Finché Dio non si sarà pienamente  manifestato, anche i suoi figli non sono ancora pienamente &laquo;simili a Lui&raquo; (<em>1  Gv</em> 3,2). Siamo &laquo;nel&raquo; mondo, e rischiamo di essere anche &laquo;del&raquo; mondo,  mondo nel senso di questa mentalità. E di  fatto a volte lo siamo. Per questo Gesù alla fine non ha pregato per il mondo,  sempre in questo senso,  ma per i suoi discepoli, perché il Padre li custodisse dal maligno ed essi  fossero liberi e diversi dal mondo, pur vivendo nel mondo (cfr <em>Gv</em> 17,9.15). In quel momento, al termine dell’Ultima Cena, Gesù ha elevato al Padre  la preghiera di consacrazione per gli apostoli e per tutti i sacerdoti di ogni  tempo, quando ha detto: &laquo;Consacrali nella verità&raquo; (<em>Gv</em> 17,17). E ha  aggiunto: &laquo;per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati  nella verità&raquo; (<em>Gv</em> 17,19). Mi sono soffermato su queste parole di Gesù  <a href="http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2009/documents/hf_ben-xvi_hom_20090409_messa-crismale_it.html">nell’omelia della Messa Crismale, lo scorso Giovedì Santo</a>. Oggi mi ricollego a  tale riflessione facendo riferimento al Vangelo del Buon Pastore, dove Gesù  dichiara: &laquo;Io do la mia vita per le pecore&raquo; (cfr <em>Gv</em> 10,15.17.18).</p>
<p>Diventare sacerdoti, nella Chiesa, significa entrare in questa auto-donazione  di Cristo, mediante il Sacramento dell’Ordine, ed entrarvi con tutto se stessi.  Gesù ha dato la vita per tutti, ma in modo particolare si è consacrato per  quelli che il Padre gli aveva dato, perché fossero consacrati nella verità, cioè  in Lui, e potessero parlare ed agire in nome suo, rappresentarlo, prolungare i  suoi gesti salvifici: spezzare il Pane della vita e rimettere i peccati. Così,  il Buon Pastore ha offerto la sua vita per tutte le pecore, ma l’ha donata e la  dona in modo speciale a quelle che Egli stesso, &laquo;con affetto di predilezione&raquo;,  ha chiamato e chiama a seguirlo nella via del servizio pastorale. In maniera  singolare, poi, Gesù ha pregato per Simon Pietro, e si è sacrificato per lui,  perché doveva dirgli un giorno, sulle rive del lago di Tiberiade: &laquo;Pasci le mie  pecore&raquo; (<em>Gv</em> 21,16-17). Analogamente, ogni sacerdote è destinatario di una  personale preghiera di Cristo, e del suo stesso sacrificio, e solo in quanto  tale è abilitato a collaborare con Lui nel pascere il gregge che è tutto e solo  del Signore.</p>
<p>Qui vorrei toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore: la preghiera  e il suo legame con il servizio. Abbiamo visto che essere ordinati sacerdoti  significa entrare in modo sacramentale ed esistenziale nella preghiera di Cristo  per i &laquo;suoi&raquo;. Da qui deriva per noi presbiteri una particolare vocazione alla  preghiera, in senso fortemente cristocentrico: siamo chiamati, cioè, a  &laquo;rimanere&raquo; in Cristo – come ama ripetere l’evangelista Giovanni (cfr <em>Gv</em> 1,35-39; 15,4-10) –, e questo rimanere in Cristo si realizza particolarmente nella preghiera. Il  nostro ministero è totalmente legato a questo &laquo;rimanere&raquo; che equivale a pregare,  e deriva da esso la sua efficacia. In tale prospettiva dobbiamo pensare alle  diverse forme della preghiera di un prete, prima di tutto alla santa Messa  quotidiana. La celebrazione eucaristica è il più grande e il più alto atto di  preghiera, e costituisce il centro e la fonte da cui anche le altre forme  ricevono la &laquo;linfa&raquo;: la Liturgia delle ore, l’adorazione eucaristica, la <em> lectio divina</em>, il santo Rosario, la meditazione. Tutte queste espressioni di  preghiera, che hanno il loro centro nell’Eucaristia, fanno sì che nella giornata  del prete, e in tutta la sua vita, si realizzi la parola di Gesù: &laquo;Io sono il  buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il  Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore&raquo; (<em>Gv</em> 10,14-15). Infatti, questo &laquo;conoscere&raquo; ed &laquo;essere conosciuti&raquo; in Cristo e,  mediante Lui, nella Santissima Trinità, non è altro che la realtà più vera e più  profonda della preghiera. Il sacerdote che prega molto, e che prega bene, viene  progressivamente espropriato di sé e sempre più unito a Gesù Buon Pastore e  Servo dei fratelli. In conformità a Lui, anche il prete &laquo;dà la vita&raquo; per le  pecore che gli sono affidate. Nessuno gliela toglie: la offre da se stesso, in  unione con Cristo Signore, il quale ha il potere di dare la sua vita e il potere  di riprenderla non solo per sé, ma anche per i suoi amici, legati a Lui dal  Sacramento dell’Ordine. Così la stessa vita di Cristo, Agnello e Pastore, viene  comunicata a tutto il gregge, mediante i ministri consacrati.</p>
<p>Cari Diaconi, lo Spirito Santo imprima questa divina Parola, che ho  brevemente commentato, nei vostri cuori, perché porti frutti abbondanti e  duraturi. Lo chiediamo per intercessione dei santi apostoli Pietro e Paolo e di  san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, al cui patrocinio ho intitolato il  prossimo Anno Sacerdotale. Ve lo ottenga la Madre del Buon Pastore, Maria  Santissima. In ogni circostanza della vostra vita, guardate a Lei, stella del  vostro sacerdozio. Come ai servi alle nozze di Cana, anche a voi Maria ripete:  &laquo;Qualsiasi cosa vi dica, fatela&raquo; (<em>Gv</em> 2,5). Alla scuola della Vergine,  siate sempre uomini di preghiera e di servizio, per diventare, nel fedele  esercizio del vostro ministero, sacerdoti santi secondo il cuore di Dio.</p>
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		<title>Crism mass 2009</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2009 12:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Year for Priests]]></category>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle, Nel Cenacolo, la sera prima della sua passione, il Signore ha pregato per i suoi discepoli riuniti intorno a Lui, guardando al contempo in avanti alla comunità dei discepoli di tutti i secoli, a “quelli che crederanno in me mediante la loro parola” (Gv 17, 20). Nella preghiera per i discepoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari fratelli e sorelle,</em></p>
<p>Nel Cenacolo, la sera prima della sua passione, il Signore ha pregato per i suoi  discepoli riuniti intorno a Lui, guardando al contempo in avanti alla comunità  dei discepoli di tutti i secoli, a “quelli che crederanno in me mediante la loro  parola<span id="more-442"></span>” (<em>Gv</em> 17, 20). Nella preghiera per i discepoli di tutti i tempi  Egli ha visto anche noi e ha pregato per noi. Ascoltiamo, che cosa chiede per i  Dodici e per noi qui riuniti: “Consacrali nella verità. La tua parola è verità.  Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro  io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (17,  17ss). Il Signore chiede la nostra santificazione, la nostra consacrazione nella  verità. E ci manda per continuare la sua stessa missione. Ma c’è in questa  preghiera una parola che attira la nostra attenzione, ci sembra poco  comprensibile. Gesù dice: “Per loro io consacro me stesso”. Che cosa significa?  Gesù non è forse di per sé “il Santo di Dio”, come Pietro ha confessato nell’ora  decisiva a Cafarnao (cfr <em>Gv</em> 6, 69)? Come può ora consacrare, santificare  se stesso?</p>
<p>Per comprendere questo dobbiamo soprattutto chiarire che cosa vogliono dire  nella Bibbia le parole “santo” e “santificare/consacrare”. “Santo” – con questa  parola si descrive innanzitutto la natura di Dio stesso, il suo modo d’essere  tutto particolare, divino, che a Lui solo è proprio. Egli solo è il vero e  autentico Santo nel senso originario. Ogni altra santità deriva da Lui, è  partecipazione al suo modo d’essere. Egli è la Luce purissima, la Verità e il  Bene senza macchia. Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa  o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e  immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma  sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un  consegnare al Dio vivente. La cosa o la persona non appartiene più a noi, e  neppure più a se stessa, ma viene immersa in Dio. Un tale privarsi di una cosa  per consegnarla a Dio, lo chiamiamo poi anche sacrificio: questo non sarà più  proprietà mia, ma proprietà di Lui. Nell’Antico Testamento, la consegna di una  persona a Dio, cioè la sua “santificazione” si identifica con l’Ordinazione  sacerdotale, e in questo modo si definisce anche in che cosa consista il  sacerdozio: è un passaggio di proprietà, un essere tolto dal mondo e donato a  Dio. Con ciò si evidenziano ora le due direzioni che fanno parte del processo  della santificazione/consacrazione. È un uscire dai contesti della vita del  mondo – un “essere messi da parte” per Dio. Ma proprio per questo non è una  segregazione. Essere consegnati a Dio significa piuttosto essere posti a  rappresentare gli altri. Il sacerdote viene sottratto alle connessioni del mondo  e donato a Dio, e proprio così, a partire da Dio, deve essere disponibile per  gli altri, per tutti. Quando Gesù dice: “Io mi consacro”, Egli si fa insieme  sacerdote e vittima. Pertanto Bultmann ha ragione traducendo l’affermazione: “Io  mi consacro” con “Io mi sacrifico”. Comprendiamo ora che cosa avviene, quando  Gesù dice: “Io mi consacro per loro”? È questo l’atto sacerdotale in cui Gesù –  l’Uomo Gesù, che è una cosa sola col Figlio di Dio – si consegna al Padre per  noi. È l’espressione del fatto che Egli è insieme sacerdote e vittima. Mi  consacro – mi sacrifico: questa parola abissale, che ci lascia gettare uno  sguardo nell’intimo del cuore di Gesù Cristo, dovrebbe sempre di nuovo essere  oggetto della nostra riflessione. In essa è racchiuso tutto il mistero della  nostra redenzione. E vi è contenuta anche l’origine del sacerdozio della Chiesa,  del nostro sacerdozio.</p>
<p>Solo adesso possiamo comprendere fino in fondo la preghiera, che il Signore ha  presentato al Padre per i discepoli – per noi. “Consacrali nella verità”: è  questo l’inserimento degli apostoli nel sacerdozio di Gesù Cristo, l’istituzione  del suo sacerdozio nuovo per la comunità dei fedeli di tutti i tempi.  “Consacrali nella verità”: è questa la vera preghiera di consacrazione per gli  apostoli. Il Signore chiede che Dio stesso li attragga verso di sé, dentro la  sua santità. Chiede che Egli li sottragga a se stessi e li prenda come sua  proprietà, affinché, a partire da Lui, essi possano svolgere il servizio  sacerdotale per il mondo. Questa preghiera di Gesù appare due volte in forma  leggermente modificata. Dobbiamo ambedue le volte ascoltare con molta  attenzione, per cominciare a capire almeno vagamente la cosa sublime che qui sta  verificandosi. “Consacrali nella verità”. Gesù aggiunge: “La tua parola è  verità”. I discepoli vengono quindi tirati nell’intimo di Dio mediante l’essere  immersi nella parola di Dio. La parola di Dio è, per così dire, il lavacro che  li purifica, il potere creatore che li trasforma nell’essere di Dio. E allora,  come stanno le cose nella nostra vita? Siamo veramente pervasi dalla parola di  Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto non lo siano  il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci  occupiamo interiormente di questa parola al punto che essa realmente dà  un’impronta alla nostra vita e forma il nostro pensiero? O non è piuttosto che  il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si  fa? Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui  ci misuriamo? Non rimaniamo forse, in fin dei conti, nella superficialità di  tutto ciò che, di solito, s’impone all’uomo di oggi? Ci lasciamo veramente  purificare nel nostro intimo dalla parola di Dio? Nietzsche ha dileggiato  l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini  sarebbero stati repressi. Ha messo al loro posto la fierezza e la libertà  assoluta dell’uomo. Orbene, esistono caricature di un’umiltà sbagliata e di una  sottomissione sbagliata, che non vogliamo imitare. Ma esiste anche la superbia  distruttiva e la presunzione, che disgrègano ogni comunità e finiscono nella  violenza. Sappiamo noi imparare da Cristo la retta umiltà, che corrisponde alla  verità del nostro essere, e quell’obbedienza, che si sottomette alla verità,  alla volontà di Dio? “Consacrali nella verità; la tua parola è verità”: questa  parola dell’inserimento nel sacerdozio illumina la nostra vita e ci chiama a  diventare sempre di nuovo discepoli di quella verità, che si dischiude nella  parola di Dio.</p>
<p>Nell’interpretazione di questa frase possiamo fare ancora un passo ulteriore.  Non ha forse Cristo detto di se stesso: “Io sono la verità” (cfr <em>Gv</em> 14,  6)? E non è forse Egli stesso la Parola vivente di Dio, alla quale si  riferiscono tutte le altre singole parole? Consacrali nella verità – ciò vuol  dire, dunque, nel più profondo: rendili una cosa sola con me, Cristo. Lègali a  me. Tìrali dentro di me. E di fatto: esiste in ultima analisi solo <em>un unico</em> sacerdote della Nuova Alleanza, lo stesso Gesù Cristo. E il sacerdozio dei  discepoli, pertanto, può essere solo partecipazione al sacerdozio di Gesù. Il  nostro essere sacerdoti non è quindi altro che un nuovo<strong> </strong>e radicale modo  di unificazione con Cristo. Sostanzialmente essa ci è stata donata per sempre  nel Sacramento. Ma questo nuovo sigillo dell’essere può diventare per noi un  giudizio di condanna, se la nostra vita non si sviluppa entrando nella verità  del Sacramento. Le promesse che oggi rinnoviamo dicono a questo proposito che la  nostra volontà deve essere così orientata: “<em>Domino Iesu arctius coniungi et  conformari, vobismetipsis abrenuntiantes</em>”. L’unirsi a Cristo suppone la  rinuncia. Comporta che non vogliamo imporre la nostra strada e la nostra  volontà; che non desideriamo diventare questo o quest’altro, ma ci abbandoniamo  a Lui, ovunque e in qualunque modo Egli voglia servirsi di noi. “Vivo, tuttavia  non vivo più io, ma Cristo vive in me”, ha detto san Paolo a questo proposito (cfr <em>Gal</em> 2, 20). Nel “sì” dell’Ordinazione sacerdotale abbiamo fatto questa  rinuncia fondamentale al voler essere autonomi, alla “autorealizzazione”. Ma  bisogna giorno per giorno adempiere questo grande “sì” nei molti piccoli “sì” e  nelle piccole rinunce. Questo “sì” dei piccoli passi, che insieme costituiscono  il grande “sì”, potrà realizzarsi senza amarezza e senza autocommiserazione  soltanto se Cristo è veramente il centro della nostra vita. Se entriamo in una  vera familiarità con Lui. Allora, infatti, sperimentiamo in mezzo alle rinunce,  che in un primo tempo possono causare dolore, la gioia crescente dell’amicizia  con Lui, tutti i piccoli e a volte anche grandi segni del suo amore, che ci dona  continuamente. “Chi perde se stesso, si trova”. Se osiamo perdere noi stessi per  il Signore, sperimentiamo quanto sia vera la sua parola.</p>
<p>Essere immersi nella Verità, in Cristo – di questo processo fa parte la  preghiera, in cui ci esercitiamo nell’amicizia con Lui e anche<strong> </strong>impariamo  a conoscerLo: il suo modo di essere, di pensare, di agire. Pregare è un  camminare in comunione personale con Cristo, esponendo davanti a Lui la nostra  vita quotidiana, le nostre riuscite e i nostri fallimenti, le nostre fatiche e  le nostre gioie – è un semplice presentare noi stessi davanti a Lui. Ma affinché  questo non diventi uno autocontemplarsi, è importante che impariamo  continuamente a pregare pregando con la Chiesa. Celebrare l’Eucaristia vuol dire  pregare. Celebriamo l’Eucaristia in modo giusto, se col nostro pensiero e col  nostro essere entriamo nelle parole, che la Chiesa ci propone. In esse è  presente la preghiera di tutte le generazioni, le quali ci prendono con sé sulla  via verso il Signore. E come sacerdoti siamo nella Celebrazione eucaristica  coloro che, con la loro preghiera, fanno strada alla preghiera dei fedeli di  oggi. Se noi siamo interiormente uniti alle parole della preghiera, se da esse  ci lasciamo guidare e trasformare, allora anche i fedeli trovano l’accesso a  quelle parole. Allora tutti diventiamo veramente “un corpo solo e un’anima sola”  con Cristo.</p>
<p>Essere immersi nella verità e così nella santità di Dio – ciò significa per noi  anche accettare il carattere esigente della verità; contrapporsi nelle cose  grandi come in quelle piccole alla menzogna, che in modo così svariato è  presente nel mondo; accettare la fatica della verità, perché la sua gioia più  profonda sia presente in noi. Quando parliamo dell’essere consacrati nella  verità, non dobbiamo neppure dimenticare che in Gesù Cristo verità e amore sono  una cosa sola. Essere immersi in Lui significa essere immersi nella sua bontà,  nell’amore vero. L’amore vero non è a buon mercato, può essere anche molto  esigente. Oppone resistenza al male, per portare all’uomo il vero bene. Se  diventiamo una cosa sola con Cristo, impariamo a riconoscerLo proprio nei  sofferenti, nei poveri, nei piccoli di questo mondo; allora diventiamo persone  che servono, che riconoscono i fratelli e le sorelle di Lui e in essi incontrano  Lui stesso.</p>
<p>“Consacrali nella verità” – è questa la prima parte di quella parola di Gesù. Ma  poi Egli aggiunge: “Io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati in  verità” – cioè veramente (<em>Gv</em> 17, 19). Io penso che questa seconda parte  abbia un suo specifico significato. Esistono nelle religioni del mondo  molteplici modi rituali di “santificazione”, di consacrazione di una persona  umana. Ma tutti questi riti possono rimanere semplicemente una cosa formale.  Cristo chiede per i discepoli la vera santificazione, che trasforma il loro  essere, loro stessi; che non rimanga una forma rituale, ma sia un vero divenire  proprietà di Dio stesso. Potremmo anche dire: Cristo ha chiesto per noi il  Sacramento che ci tocca nella profondità del nostro essere. Ma ha anche pregato,  affinché questa trasformazione giorno per giorno in noi si traduca in vita;  affinché nel nostro quotidiano e nella nostra vita concreta di ogni giorno siamo  veramente pervasi dalla luce di Dio.</p>
<p>Alla vigilia della mia Ordinazione sacerdotale, 58 anni fa, ho aperto la Sacra  Scrittura, perché volevo ricevere ancora una parola del Signore per quel giorno  e per il mio futuro cammino da sacerdote. Il mio sguardo cadde su questo brano:  “Consacrali nella verità; la tua parola è verità”. Allora seppi: il Signore sta  parlando di me, e sta parlando a me. Precisamente la stessa cosa avverrà domani  in me. In ultima analisi non veniamo consacrati mediante riti, anche se c’è  bisogno di riti. Il lavacro, in cui il Signore ci immerge, è Lui stesso – la  Verità in persona. Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi in Lui,  nella Verità. Appartengo in un modo nuovo a Lui e così agli altri, “affinché  venga il suo Regno”. Cari amici, in questa ora del rinnovo delle promesse  vogliamo pregare il Signore di farci diventare uomini di verità, uomini di  amore, uomini di Dio. Preghiamolo di attirarci sempre più dentro di sé, affinché  diventiamo veramente sacerdoti della Nuova Alleanza. Amen.</p>
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		<title>Holy Thursday</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2009 11:35:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Year for Priests]]></category>
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		<description><![CDATA[Cari fratelli e sorelle! Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. “Hoc est hodie” – la Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola “oggi”, sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. È stato “oggi” che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Cari fratelli e sorelle! </em></p>
<p><em>Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est  hodie, accepit  panem</em>: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. “<em>Hoc est  hodie</em>” – la  Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera<span id="more-621"></span> la parola  “oggi”,  sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. È stato  “oggi”  che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento  del suo  Corpo e del suo Sangue. Questo “oggi” è anzitutto il memoriale della  Pasqua di  allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo “oggi”. Il  nostro  oggi viene a contatto con il suo oggi. Egli fa questo adesso. Con la  parola  “oggi”, la Liturgia della Chiesa vuole indurci a porre grande attenzione   interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si  esprime.  Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione  così  come la Chiesa,  in base alla Scrittura e contemplando il Signore  stesso, lo ha  formulato.</p>
<p>Come prima cosa ci colpirà che il racconto dell’istituzione non è una  frase  autonoma, ma comincia con un pronome relativo: <em>qui pridie</em>. Questo  “<em>qui</em>”  aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “…  diventi  per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore  nostro Gesù  Cristo”. In questo modo, il racconto è connesso con la preghiera  precedente, con  l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto  semplicemente un  racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a  sé  stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E  soltanto nella  preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa   trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in  Corpo e  Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in  totale  accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene  descritto  con le parole: “<em>gratias agens benedixit – </em>rese grazie con la  preghiera di  benedizione”. Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in  due parole  ciò, che nell’ebraico <em>berakha</em> è una parola sola, nel greco invece  appare  nei due termini <em>eucharistía</em> ed <em>eulogía</em>. Il Signore  ringrazia.  Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un  altro. Il  Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della  terra e del  lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da Lui. Ringraziare diventa  benedire. Ciò che è stato dato nelle mani di Dio, ritorna da Lui  benedetto e  trasformato. La Liturgia romana ha ragione, quindi, nell’interpretare il  nostro  pregare in questo momento sacro mediante le parole: “offriamo”,  “supplichiamo”,  “chiediamo di accettare”, “di benedire queste offerte”. Tutto questo si  nasconde  nella parola “<em>eucharistia</em>”</p>
<p>C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato  nel Canone  Romano, che vogliamo meditare in quest’ora. La Chiesa orante guarda alle  mani e  agli occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire il gesto  del suo  pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di  Gesù,  per così dire, anche attraverso i sensi. “Egli prese il pane nelle sue  mani  sante e venerabili…”. Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito  gli  uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha  imposto agli  uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e che per sempre   porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire. Ora  siamo  incaricati noi di fare ciò che Egli ha fatto: prendere nelle mani il  pane perché  mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’Ordinazione  sacerdotale,  le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione.  Preghiamo in quest’ora il Signore che le nostre mani servano sempre di  più a  portare la salvezza, a portare la benedizione, a rendere presente la sua  bontà!</p>
<p>Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr <em>Gv</em> 17, 1), il  Canone prende poi le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre  suo  onnipotente…” Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il  cuore.  A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad  orientarci nella  preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera  delle ore  chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano  e non  lascino entrare in noi le “<em>vanitates</em>” – le vanità, le nullità,  ciò che è  solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il  male,  falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare  soprattutto  per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono;  affinché  diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo,  affinché  guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù,  riconoscendo così  i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa  della  nostra parola e della nostra azione.</p>
<p>Benedicendo, il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai  discepoli. Lo  spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa dei  suoi e dà  loro ciò di cui hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto  dell’ospitalità  con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene  concessa  una partecipazione alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire.  Mediante il  condividere si crea comunione. Nel pane spezzato, il Signore  distribuisce se  stesso. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua  morte,  all’amore sino alla morte. Egli distribuisce se stesso, il vero “pane  per la  vita del mondo” (cfr <em>Gv</em> 6, 51). Il nutrimento di cui l’uomo nel  più  profondo ha bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e  benedicendo,  Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se  stesso.  Questa trasformazione, però, vuol essere l’inizio della trasformazione  del  mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì,  si tratta  di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio  nel  pane consacrato, trasformato, transustanziato.</p>
<p>Abbiamo detto che lo spezzare il pane è un gesto di comunione,  dell’unire  attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata  l’intima  natura dell’Eucaristia: essa è <em>agape</em>, è amore reso corporeo.  Nella parola  “<em>agape</em>” i significati di Eucaristia e amore si compènetrano. Nel  gesto di  Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua  radicalità  estrema: Gesù si lascia spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito  riconosciamo il mistero del chicco di grano, che muore e così porta  frutto.  Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire  del chicco  di grano e proseguirà sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo  vediamo che  l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica. È completa  solo, se l’<em>agape</em> liturgica diventa amore nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose  diventano una – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale e il  culto  dell’amore nei confronti del prossimo. Chiediamo in quest’ora al Signore  la  grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia  così che in  questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo.</p>
<p>Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano  qualifica il  calice, che il Signore dà ai discepoli, come “<em>praeclarus calix</em>”  (come  calice glorioso), alludendo con ciò al <em>Salmo</em> 23 [22], quel <em>Salmo</em> che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si legge: “Davanti  a me tu  prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici … Il mio calice  trabocca” – è <em>calix praeclarus</em>. Il Canone romano interpreta questa parola del <em>Salmo</em> come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci  prepara la  mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice  glorioso – il  calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo –  il  calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze:  adesso è  arrivata l’“ora”, alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo  misterioso.  Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste  nozze si  fondono nell’autodonazione di Dio sino alla morte. Nelle parole  dell’Ultima Cena  di Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle nozze si  cela sotto  l’espressione “<em>novum Testamentum</em>”. Questo calice è il nuovo  Testamento –  “la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo riferisce la parola di  Gesù sul  calice nella seconda lettura di oggi (<em>1 Kor</em> 11, 25). Il Canone  romano  aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per esprime  l’indissolubilità del  legame nuziale di Dio con l’umanità. Il motivo per cui le antiche  traduzioni  della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto  che non  sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione  l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed  antica  Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma mero dono di  Dio che  ci lascia in eredità il suo amore – se stesso. E certo, mediante questo  dono del  suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi veramente  “partner” e si  realizza il mistero nuziale dell’amore.</p>
<p>Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo  ascoltare  ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato  originario.  Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie  dei Padri  di Israele, “ratificare un’alleanza” significa “entrare con altri in un  legame  basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione  ed  entrare così un una comunione di diritti l’uno con l’altro”. In questo  modo si  crea una consanguineità reale benché non materiale. I partner diventano  in  qualche modo “fratelli dalla stessa carne e dalle stesse ossa”.  L’alleanza opera  un’insieme che significa pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso  farci  almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da  allora, si  rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia? Dio, il Dio vivente  stabilisce  con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea una “consanguineità” tra  sé e  noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato  siamo stati  tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio  stesso.  Il sangue di Gesù è il suo amore, nel quale la vita divina e quella  umana sono  divenute una cosa sola. Preghiamo il Signore, affinché comprendiamo  sempre di  più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza  trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente  consanguinei  di Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione gli uni con  gli altri.</p>
<p>Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel Cenacolo, Cristo dona  ai  discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità  della sua  persona. Ma può farlo? È ancora fisicamente presente in mezzo a loro,  sta di  fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva  annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: “Nessuno mi  toglie la  mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di  riprenderla di nuovo…” (<em>Gv</em> 10, 18). Nessuno può toglierGli la  vita: Egli  la dà per libera decisione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la  risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in  Lui, Egli  lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua  vita e  la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre.</p>
<p>Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pènetraci  con il tuo  amore. Facci vivere nel tuo “oggi”. Rendici strumenti della tua pace!  Amen.</p>
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		<title>Ordination of new priests for the diocese of Rome</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2007 09:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, cari Ordinandi, cari fratelli e sorelle! L’odierna IV Domenica di Pasqua, tradizionalmente detta del &#171;Buon Pastore&#187;, riveste per noi, che siamo raccolti in questa Basilica Vaticana, un particolare significato. E’ un giorno assolutamente singolare soprattutto per voi, cari Diaconi, ai quali, come Vescovo e Pastore di Roma, sono lieto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><em>Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,<br />
cari Ordinandi,<br />
cari fratelli e sorelle!</em></p>
<p align="left">L’odierna IV Domenica di Pasqua, tradizionalmente  detta del &laquo;Buon Pastore&raquo;, riveste per noi<span id="more-438"></span>, che siamo raccolti in questa Basilica  Vaticana, un particolare significato. E’ un giorno assolutamente singolare  soprattutto per voi, cari Diaconi, ai quali, come Vescovo e Pastore di Roma,  sono lieto di conferire l’Ordinazione sacerdotale. Entrerete così a far parte  del nostro &laquo;<em>presbyterium</em>&laquo;. Insieme con il Cardinale Vicario, i Vescovi  Ausiliari ed i sacerdoti della Diocesi, ringrazio il Signore per il dono del  vostro sacerdozio, che arricchisce la nostra Comunità di 22 nuovi Pastori.</p>
<p align="left">La densità teologica del breve brano evangelico, che è stato poco fa  proclamato, ci aiuta a meglio percepire il senso e il valore di questa solenne  Celebrazione. Gesù parla di sé come del Buon Pastore che dà la vita eterna alle  sue pecore (cfr <em>Gv</em> 10,28). Quella del pastore è un’immagine ben radicata  nell&#8217;Antico Testamento e cara alla tradizione cristiana. Il titolo di &laquo;pastore  d’Israele&raquo; viene attribuito dai Profeti al futuro discendente di Davide, e  pertanto possiede un’indubbia rilevanza messianica (cfr <em>Ez</em> 34,23). Gesù è  il vero Pastore d’Israele, in quanto è il Figlio dell’uomo che ha voluto  condividere la condizione degli esseri umani per donare loro la vita nuova e  condurli alla salvezza. Significativamente al termine &laquo;pastore&raquo; l’evangelista  aggiunge l’aggettivo <em>kalós</em>, bello, che egli utilizza unicamente in  riferimento Gesù e alla sua missione. Anche nel racconto delle nozze di Cana  l’aggettivo kalós viene impiegato due volte per connotare il vino offerto da  Gesù ed è facile vedere in esso il simbolo del vino <em>buono</em> dei tempi  messianici (cfr <em>Gv</em> 2,10).</p>
<p align="left">&laquo;Io do loro cioè (alle mie pecore) la vita eterna e non andranno mai perdute&raquo;  (<em>Gv</em> 10,28). Così afferma Gesù, che poco prima aveva detto: &laquo;Il buon  pastore offre la vita per le pecore&raquo; (cfr <em>Gv</em> 10,11). Giovanni utilizza il  verbo <em>tithénai</em> &#8211; <em>offrire</em>, che ripete nei versetti seguenti  (15.17.18); lo stesso verbo troviamo nel racconto dell’Ultima Cena, quando Gesù  &laquo;depose&raquo; le sue vesti per poi &laquo;riprenderle&raquo; (cfr <em>Gv</em> 13, 4.12). E’ chiaro  che si vuole in questo modo affermare che il Redentore dispone con assoluta  libertà della propria vita, così da poterla offrire e poi riprendere  liberamente. Cristo è il vero Buon Pastore che ha dato la vita per le sue  pecore, per noi, immolandosi sulla Croce. Egli conosce le sue pecore e le sue  pecore lo conoscono, come il Padre conosce Lui ed Egli conosce il Padre (cfr <em> Gv</em> 10,14-15). Non si tratta di mera conoscenza intellettuale, ma di una  relazione personale profonda; una conoscenza del cuore, propria di chi ama e di  chi è amato; di chi è fedele e di chi sa di potersi a sua volta fidare; una  conoscenza d’amore in virtù della quale il Pastore invita i suoi a seguirlo, e  che si manifesta pienamente nel dono che fa loro della vita eterna (cfr <em>Gv</em> 10,27-28).</p>
<p align="left">Cari Ordinandi, la certezza che Cristo non ci abbandona e che nessun ostacolo  potrà impedire la realizzazione del suo universale disegno di salvezza sia per  voi motivo di costante consolazione &#8211; anche nelle difficoltà &#8211; e di incrollabile  speranza. La bontà del Signore è sempre con voi ed è forte. Il Sacramento  dell’Ordine che state per ricevere vi farà partecipi della stessa missione di  Cristo; sarete chiamati a spargere il seme della sua Parola, il seme che porta  in sé il Regno di Dio, a dispensare la divina misericordia e a nutrire i fedeli  alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue. Per essere suoi degni ministri  dovrete alimentarvi incessantemente dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita  cristiana. Accostandovi all’altare, vostra quotidiana scuola di santità, di  comunione con Gesù, del modo di entrare nei suoi sentimenti, per rinnovare il  sacrificio della Croce, scoprirete sempre più la ricchezza e la tenerezza  dell&#8217;amore del divino Maestro, che oggi vi chiama ad una più intima amicizia con  Lui. Se lo ascolterete docilmente, se lo seguirete fedelmente, imparerete a  tradurre nella vita e nel ministero pastorale il suo amore e la sua passione per  la salvezza delle anime. Ciascuno di voi, cari Ordinandi, diventerà con l’aiuto  di Gesù un buon pastore, pronto a dare, se necessario, anche la vita per Lui.</p>
<p align="left">Così avvenne all’inizio del cristianesimo con i primi discepoli, mentre, come  abbiamo ascoltato nella prima Lettura, il Vangelo andava diffondendosi tra  consolazioni e difficoltà. Vale la pena di sottolineare le ultime parole del  brano degli <em>Atti degli Apostoli</em> che abbiamo ascoltato: &laquo;I discepoli erano  pieni di gioia e di Spirito Santo&raquo; (13,52). Malgrado le incomprensioni e i  contrasti, di cui abbiamo sentito, l’apostolo di Cristo non smarrisce la gioia,  anzi è il testimone di quella gioia che scaturisce dall’essere con il Signore,  dall’amore per Lui e per i fratelli. Nell’odierna Giornata Mondiale di Preghiera  per le Vocazioni, che quest’anno ha come tema &laquo;<em>La vocazione al servizio della  Chiesa comunione</em>&laquo;, preghiamo perché quanti sono scelti a così alta missione  siano accompagnati dall’orante comunione di tutti i fedeli.</p>
<p align="left">Preghiamo perché cresca in ogni parrocchia e comunità cristiana l’attenzione  per le vocazioni e per la formazione dei sacerdoti: essa inizia in famiglia,  prosegue in seminario e coinvolge tutti coloro che hanno a cuore la salvezza  delle anime. Cari fratelli e sorelle che partecipate a questa suggestiva  celebrazione, e in primo luogo voi, parenti, familiari e amici di questi 22  Diaconi che tra poco saranno ordinati presbiteri! Attorniamoli, questi nostri  fratelli nel Signore, con la nostra spirituale solidarietà. Preghiamo perché  siano fedeli alla missione a cui oggi il Signore li chiama, e siano pronti a  rinnovare ogni giorno a Dio il loro &laquo;sì&raquo;, il loro &laquo;eccomi&raquo;, senza riserve. E  chiediamo al Padrone della messe, in questa Giornata per le Vocazioni, che  continui a suscitare molti e santi presbiteri, totalmente dediti al servizio del  popolo cristiano.</p>
<p align="left">In questo momento tanto solenne e importante della vostra esistenza, è ancora  a voi, cari Ordinandi, che mi dirigo con affetto. A voi quest’oggi Gesù ripete:  &laquo;Non vi chiamo più servi, ma amici&raquo;. Accogliete e coltivate questa divina  amicizia con &laquo;amore eucaristico&raquo;! Vi accompagni Maria, celeste Madre dei  Sacerdoti; Lei, che sotto la Croce si è unita al Sacrificio del suo Figlio e,  dopo la risurrezione, nel Cenacolo ha accolto insieme con gli Apostoli e con gli  altri discepoli il dono dello Spirito, aiuti voi e ciascuno di noi, cari  fratelli nel Sacerdozio, a lasciarci trasformare interiormente dalla grazia di  Dio. Solo così è possibile essere immagini fedeli del Buon Pastore; solo così si  può svolgere con gioia la missione di conoscere, guidare e amare il gregge che  Gesù si è acquistato a prezzo del suo sangue. Amen!</p>
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